martedì, Maggio 18

Gaza, longa pax egiziana Nonostante i razzi, Israele accetta la tregua. Gli Usa in azione in Siria

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 Airstrikes on Gaza City

Il precipitare degli eventi in Libia e il via ai voli di ricognizione degli Usa (verso mezzogiorno ora l’italiana, le 13 locali) in Siria hanno oscurato la svolta politica sulla crisi di Gaza.
Mentre i palestinesi continuavano a morire per i raid israeliani e i razzi della Striscia ferivano – anche a morte – i coloni israeliani, al Cairo è stata raggiunta una nuova e insperata tregua, in vigore dalle 19 (le 18 in Italia): la prima, all’apparenza, vera tregua delle trattative.
Jihad islamica e Hamas, attraverso i mediatori egiziani, hanno trovato un accordo con Tel Aviv
, confermato poi dai generali del Cairo.  In particolare, il leader di Hamas Ismail Haniyeh ha aperto uno spiraglio per un cessate il fuoco più duraturo dei precedenti. «Siamo vicini ad intese politiche in linea con le richieste del nostro popolo», ha affermato, e anche Jihad islamica, per la prima volta, ha prospettato una «lunga tregua per Gaza».
Israele ha accettato lo stop ai raid, nonostante, nelle stesse ore, un connazionale morisse nel Neghev, per la pioggia di razzi e mortai sparati da Gaza – oltre 150, anche dopo lo stop alle armi – e vi fossero gravi feriti. L’ora X, dopo 51 giorni di sangue e oltre 2.200 morti,  è stata accompagnata da spari di giubilo di Hamas, e i suoi portavoce hanno proclamato la vittoria. Secondo fonti egiziane, la tregua prevedrebbe «l’apertura dei valichi della Striscia e altre questioni da negoziare entro un mese».
In un breve messaggio alla tivù, il Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) Abu Mazen ha annunciato la «tregua generale», con l’obiettivo di «venire incontro alle necessità di Gaza e la sua ricostruzione». 

In Siria gli Usa combattono al fianco del regime di Bashar al Assad per fermare i jihadisti dell’IS (Stato islamico).
Alle indiscrezioni sulle incursioni di aerei spia del Pentagono è seguita l‘apertura di Damasco a operazioni militari americane e britanniche contro l’Is dentro i confini nazionali, con il «pieno coordinamento con il Governo siriano».
Ufficialmente la Casa Bianca ha smentito categoricamente questa possibilità: «Non c’è alcun progetto di coordinamento con il regime di Assad». La decisione di iniviare aerei in territorio siriano (per lo più droni) sarebbe stata presa dal Presidente Barack Obama già nel week end. E, dalle informazioni del ‘New York Times’ l’intervento, preludio di raid mirati anche in Siria, sarebbe concentrato non all’interno del Paese, ma nelle zone al confine con l’Iraq controllate dai ribelli: strategia con la quale Obama continuerebbe, almeno di fronte all’opionione pubblica, a sostenere l’opposizione armata moderata siriana, in funzione anti Assad.
Più concretamente, l’emittente araba ‘al Jazeera’ ritiene assai probabile che i due Governi abbiano discusso, dietro le quinte, di come affrontare il «nemico comune». Anche solo per far volare in Siria, senza conflitti, gli aerei americani.

 Anche l’Esercito di Assad ha compiuto decine di raid nella Provincia nord-orientale di Deyr az Zor, quasi interamente sotto il controllo jihadista: lo ha riferito l‘Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria, organo di propaganda degli insorti che ormai accomuna ribelli e lealisti in un un fronte unico contro lo Stato islamico.
L’intervento internazionale si è imposto dopo il successo militare dell’IS – nonostante i raid americani in Iraq – nella base di al Tabqa, bastione del regime siriano contro l’espansione dei jihadisti, nella provincia di Raqqa.
Tra Iraq e Siria, circa 700 mila profughi sono in fuga dalle violenze verso il Kurdistan: l’agenzia dell’Onu Unicef ha invocato un «D-Day umanitario». Tra gli interventi proposti, «l’istituzione di una zona protetta», con truppe sul terreno, come avvenne in Bosnia, e un «ponte aereo sistematico dell’Europa verso Erbil».
Le Nazioni Unite accusano l’IS di «pulizia etnica e religiosa» in corso. Non solo tra i yazidi curdi e i cristiani. Tra l’11 e il 12 luglio, circa 700 civili della minoranza turcomanna sciita (tra loro «donne, vecchi e bambini») sono stati massacrati dai jihadisti nel villaggio di Beshir, nel nord dell’Iraq, secondo le testimonianze raccolte dal rappresentante dell’Unicef in Iraq, Marzio Babille.
Nella capitale Baghdad, come da routine, si continua a morire per gli attentati: l’ultima autobomba esplosa in centro ha ucciso almeno 10 persone.

Dopo il Califfato in Iraq e Siria, l‘Occidente teme un Califfato in Libia. A Bengasi e a Derna, nell’est del Paese, gli estremisti di Ansar al Sharia hanno proclamato un emirato. Poi hanno sferrato l’attacco a Tripoli, conquistando l’aeroporto internazionale e rovesciando il Governo provvisorio e il Parlamento eletto a giugno con le legislative.
Il cambio di regime dei filo-islamici (fondamentalisti più le brigate di Misurata) è avvenuto dopo una battaglia durata mesi contro gli avversari laici: coalizione, quest’ultima, composta dall’opposizione liberale, dai militari golpisti e dai riciclati di regime, facente capo alle brigate di Zintan.
Formalmente il comando di Misurata che ha riconquistato l’aeroporto di Tripoli ha preso le distanze da Ansar al Sharia: «Nessun rapporto con loro, siamo contro il terrorismo e rispettiamo la Costituzione». Ma, di fatto, mentre il Capo del Parlamento libico discuteva in Egitto con il Presidente Abdel Fattah al Sisi, a Tripoli i miliziani islamici hanno assaltato la sede del Premier ad interim Abdallah al Thani, fedele al Parlamento a maggioranza liberale e laica.

Entrambi gli schieramenti sono inquinati da frange anti-democratiche, finanziate da potenze straniere in lotta per l’egemonia regionale: da una parte il Qatar con gli islamisti, dall’altra l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti con i laici.
Citando fonti americane, il ‘New York Times‘ ha accusato i due Governi arabi di aver sferrato «raid aerei segreti in Libia contro le milizie islamico-radicali». Per la Lega Araba, gli attacchi su Tripoli sono invece responsabilità di «Paesi non arabi, con bombardieri partiti dalle coste del Mediterraneo»: un quadro parecchio confuso.
Nell’impotenza Stati Uniti, Italia, Francia, Germania e Regno Unito si sono limitate a condannare l’escalation di violenze in corso, rilanciando la chimera di una «transizione democratica». Intanto, a est di Tripoli, il mare ha restituito almeno 170 corpi (per alcune fonti 250): quel che resta dei migranti sul barcone diretto in Italia, affondato il 22 agosto scorso.

 Sul fronte europeo, sono andate in scena prove di disgelo al summit tra a l’Unione Doganale russa, l’UE e l’Ucraina di Minsk, in Bielorussia, il Presidente russo Vladimir Putin e l’omologo Petro Poroshenko.
Il leader del Cremlino ha richiamato al «dialogo di pace». Il Capo di Stato ucraino, calato l’asso delle elezioni anticipate del 26 ottobre, si è dichiarato pronto a discutere «varie exit strategy».
Durante la cerimonia, Putin e Poroshenko si sono stretti la mano, per la seconda volta dalle celebrazioni a giugno dello sbarco in Normandia. A margine del vertice, è possibile un incontro bilaterale tra i due Presidenti. Come base, Kiev ha propone però la salvaguardia della sovranità e dell’integrità territoriale nazionale.
Sulle trattative pesa inoltre la decisione del Governo ucraino di divulgare le video-testimonianze di un gruppo di paracadutisti russi catturati nell’Est del Paese: «Ci usano come carne da cannone», «ci avevano detto che erano esercitazioni», hanno dichiarato alcuni di loro negli interrogatori.
Per l’ennesima volta, gli Usa hanno recriminato a Mosca le «incursioni militari» in Ucraina. Ma per il Cremlino gli sconfinamenti sono dovuti «con ogni probabilità al caso». Sul campo si continua drammaticamente a morire: le forze armate ucraine sostengono di aver ucciso 247 separatisti nelle ultime 24 ore. Una dozzina i soldati caduti.

 

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