lunedì, Settembre 20

Gaza: intrappolati tra Israele ed Egitto Le restrizioni dei passaggi di Erez e di Rafah tra storie di sofferenza e corruzione

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GAZA. L’assedio di Israele è costante qui a Gaza e dura ormai da dieci lunghi anni. Una delle più complesse e peggiori crisi scaturite da questa situazione è quella che riguarda le restrizioni imposte agli abitanti di Gaza che intendono attraversare il confine. La libertà di spostarsi e di viaggiare è connessa imprescindibilmente a due luoghi: il posto di blocco di Erez, ai confini con Israele ed il passaggio di Rafah, tra Gaza e l’Egitto.

La popolazione che arriva in questi due posti di controllo, è trattenuta ed è costretta ad interminabili attese che, nella maggior parte dei casi, non portano a nulla di buono. Tutto questo ha fatto si che Gaza diventasse un posto del tutto isolato nonostante la sua vicinanza al Mediterraneo.

Israele rifiuta di aprire una via navigabile che possa collegare noi con il resto del mondo. Le restrizioni sono assai severe per chi da Gaza desidera o ha la necessità di viaggiare passando per Erez. Israele spesso rigetta o ritarda fino all’esasperazione le richieste di attraversamento anche se queste provengono da veri e propri casi umanitari, persone malate o studenti. Lo fa pensando che essi siano delle potenziali minacce alla sicurezza; questa la giustificazione. Ma la conseguenza è che meno dell’1% della popolazione di Gaza ha il permesso di lasciare la sua terra passando per confine di Erez.

E non è tutto. Il valico di Rafah con l’Egitto che potrebbe significare l’unico punto di uscita per noi di Gaza, il solo punto di contatto con il mondo esterno, è chuso per la maggior parte del tempo. Le autorità egiziane, allo stesso modo, si rifiutano di lasciare aperto il passaggio che rimane percorribile per appena poche ore al giorno e, nel migliore dei casi, per due o tre giorni, giusto il tempo strettamente necessario per lasciar passare pochissimi casi umanitari, qualche malato, o qualche studente più fortunato di altri.

Le ore in cui è consentito il passaggio, però, sono davvero troppo poche rispetto alle necessità; il diritto ad essere curati, così come quello all’istruzione, sono calpestati. Eppure sono diritti appartenenti all’intera umanità. Noi, a Gaza, non abbiamo neanche questi.

Le autorità egiziane giustificano la chiusura di Rafah con ragioni diverse, incluse quelle politiche; l’Egitto, infatti, ha interessi nel riprendere l’autorità a Gaza, porre fine alla divisione palestinese, e cosa più importante, a far terminare il potere di Hamas. Tra le altre ragioni c’è anche la sicurezza: le restrizioni fondano le radici nel deterioramento della situazione in termini di sicurezza nella penisola del Sinai, specialmente dopo i prolungati attacchi sanguinosi e violenti dei militanti ai posti di blocco e nei punti di raccolta dell’esercito egiziano sulla penisola.

Nel corso del 2017, il valico di Rafah è rimasto aperto per 16 giorni in totale. Ad oggi, ci sono migliaia e migliaia di persone in stato di emergenza umanitaria che aspettano di poter attraversare Rafah. Ma quando si parla di numeri così vasti si rischia di perdere la cognizione di ciò che c’è dietro. Perché dietro ad ogni numero, c’è una storia piena di sofferenza, ci sono esperienze tremende di attesa che lasciano il segno e che ho visto con i miei occhi. Parlo, ad esempio, di donne che aspettano lunghi anni prima di poter riabbracciare i propri mariti fuori Gaza per necessità, parlo di uomini e donne malati, le cui malattie sfiniscono i corpi, inadatti ad attese così estenuanti.

Parlo di gente che è obbligata ad attese lunghissime anche se si tratta di spostarsi per urgenze mediche, bambini che non possono vedere il proprio padre per anni solo per il fatto di vivere al di là di una striscia. Uomini anziani che portano con sè foto dei propri figli perché dopo anni, non possono rischiare di dimenticare i loro volti. Giovani, donne e uomini, disperati per aver perso la loro unica possibilità di studio o il loro semestre scolastico e giovani spose disperate perché non possono mai vedere il proprio marito.

Senza tralasciare che quando le autorità egiziane aprono il valico per un tempo limitato, l’unico modo di varcarlo è quello di pagare uninsostenibile mazzetta in denaro per il transito coordinato’. Occorre sottostare a questo giochino per attraversare Rafah. La situazione è questa da lungo tempo, le emergenze sono migliaia e, proporzionalmente, il bisogno di spostarsi cresce.

In ognuno di questi casi, si hanno solo due opzioni: vivere o morire. Ed il prezzo della vita ha cifre precise ed esorbitanti: si va dai 2500 ai 10.000 dollari.

E se tra i vari problemi, c’è quello della disoccupazione, probabilmente il più alto tasso del mondo, si capisce già come va a finire. Le restrizioni hanno lasciato nel baratro le persone di Gaza con i loro sogni sfumati via dinanzi ai loro occhi. Non hanno più diritti, la vita sembra essere diventata un’intollerabile luogo infernale, le loro anime spezzate e macinate lentamente. Condizioni disumane, persecuzioni, l’umiliazione, la miseria e l’ingiustizia.

Forse l’unico crimine commesso da questa gente è quello di essere nati qui, lontani da tutti, dove non si riesce a trovare un senso in ciò che si vede ogni giorno. Parliamo di numeri, ma parliamo anche di ciò che c’è dietro: esseri umani con una propria dignità, uomini e donne che devono essere rispettati in quanto tali. Rispettare l’uomo significa garantirgli almeno i diritti primari e quello di spostarsi non può rimanere escluso.

Rispettarli significa potergli dare una via d’accesso e di uscita, una via che colleghi Gaza con il resto del mondo.

Traduzione a cura di Roberta Testa

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