giovedì, Ottobre 28

Gaza, intifada iraniana field_506ffb1d3dbe2

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Nell’ultimo venerdì di Ramadan milioni di iraniani sono scesi in piazza in difesa del popolo palestinese. Una manifestazione sentita, popolare, non tacciabile di propaganda di regime.
Ogni anno, nella Repubblica islamica, alla fine del mese sacro si organizzano cortei in solidarietà delle terre di Gaza e della Cisgiordania, per la ‘giornata di al Quds‘ istituita dall‘Ayatollah Khomeini contro l’occupazione israeliana.
Ma quest’anno la ricorrenza è caduta nel 18esimo giorno dell’offensiva israeliana contro la Striscia, quando le vittime palestinesi avevano ormai superato gli 800 morti e i 5 mila feriti.
Nella capitale Teheran e in altre 700 città iraniane sono sfilati i supporter della linea dura con i cartelli «morte all’America» e «morte a Israele», ma vicino a loro c’erano anche tanti studenti e molta gente comune. All’estero, tra gli iraniani della diaspora, solo a Berlino i cortei tradizionali di al Quds hanno richiamato 1.500 sostenitori, inclusi svariati dissidenti della Repubblica islamica.

Per l’occasione il Presidente iraniano Hassan Rohani, che meno di un anno fa, in visita negli Usa, aveva tentato di passare alla storia condannando «il grande crimine dell’Olocausto», non ha potuto che esortare il «mondo islamico a proclamare all’unisono un giorno di rabbia, odio e resistenza contro Israele», condannando stavolta i «crimini del regime sionista».
Più aggressivo il Comandante dei Guardiani della Rivoluzione Hossein Salami, che dalla tivù di Stato ha minacciato di «continuare a vendicare casa per casa il sangue dei martiri palestinesi. Per i sionisti non c’è più un posto sicuro. I missili palestinesi hanno un raggio superiore a quanto essi credano».

La linea ufficiale di Teheran è quella di sempre. Nell’ultima crisi è cambiata invece la percezione dell’opinione pubblica iraniana, scossa dai rivolgimenti nella regione mediorientale.
Troppe cose stanno cambiando velocemente. La guerra israeliano-palestinese del 2014 ha avuto un impatto maggiore tra la cittadinanza, perché esplosa poche settimane dopo la proclamazione del Califfato islamico nel nord della Siria e dell’Iraq, che per la Repubblica islamica rappresenta una minaccia. Ma anche ad appena un mese dal giuramento del Governo di unità nazionale palestinese di Hamas e Fatah, dopo l’accordo dell’aprile scorso.
«È curiosamente molto ironico che, con uno Stato islamico ‘fanatico’ in Medio Oriente, il più grande vincitore sia nientemeno che il nemico, virtualmente, di ogni Stato della regione: Israele!», scrive un blogger della community di espatriati ‘Iranian.com‘, piattaforma libera, nata contro la censura e non passibile di allineamento con il Ministero dell’Informazione di Teheran. «Se si mettono insieme tutti i pezzi, è ovvio che l’ascesa dell’ISIS è frutto di una coreografia israeliana. (…) L’invasione di Gaza rende abbondantemente chiaro che le fila del supporto ai jihadisti islamici erano tenute in Israele. (…) Sappiamo tutti che una tregua nella Striscia non è la fine dei giochi. L’invasione continuerà in Libano – con Hamas progressivamente sconfitta – dove un sarà insediato Governo (secolare) filo-israeliano. Abbiamo report dei piani dell’ISIS per una offensiva più grande su Aleppo in Siria. L’intera mappa della regione sarà riscritta», preconizza l’estensore.

Dietro a tutto la solita CIA, che rifornisce l’ISIS di «armi trasportate via nave dalla Libia attraverso Bengasi». Arabia Saudita e Qatar che finanziano i jihadisti «cash», con la Turchia dar loro man forte. In prospettiva, i soliti business di gas e petrolio da sottrarre a Iran e Russia, attraverso le pipelines nei territori occupati dall’ISIS.

Se davvero esiste una regia occulta che punta a scardinare l’asse dominante dell’Iran sciita in Iraq, Siria e Libano -con relativo sbocco sul mare per le condutture di gas e petrolio- Hamas resiste tuttavia all’offensiva.
«Non è la prima e non sarà neanche l’ultima da parte delle forze israeliane nella Striscia. E tuttavia stavolta l’operazione Margine protettivo si svolge in un contesto diverso, con nuove circostanze internazionali, regionali e domestiche», concorda anche l’analista, esperto di area mediorientale Fadi Elhusseini, ricercatore dell’Institute for Middle East Studies-Canada (IMES), «parte di una strategia più ampia che travalica la guerra stessa».
Tra le complesse circostanze elencate, nell’articolo pubblicato sulla rivista ‘Iran Review’, allineata con la dottrina di Teheran, Elhusseini cita la necessità, da parte dell’asse occidentale, di ridimensionare il crescente potere della Russia nel gestire il conflitto siriano e, soprattutto, la crisi in Ucraina, dopo il successo del Cremlino in Crimea. Gli Usa, in crisi di leadership devono poi contenere il ruolo crescente della Cina non solo in Asia centrale ma in Medio Oriente, nei Paesi altamente volatili della Primavera araba.

Soprattutto,«in Palestina l’aggressione nella Striscia di Gaza è avvenuta dopo la riconciliazione, a lungo attesa, tra Hamas e Fatah». «Tel Aviv», ricorda Elhusseini, «ha costantemente chiesto all’Autorità nazionale palestinese (ANP) di sciogliere tra la riconciliazione con Hamas e la pace con Israele». «Vera o meno la versione di chi afferma che Israele abbia fabbricato l’uccisione dei tre coloni (morti in un incidente stradale, secondo la storia, e poi nascosti dal Governo per usare la loro scomparsa per mettere all’angolo l’ANP e Hamas)», la versione dell’Iran è che «era interesse d’Israele appiccare il fuoco con i palestinesi».
Scrive in un commento l’agenzia ‘Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, come «Israele, in quanto occupante, sia in diretta violazione dell’articolo 3 della Convenzione di Ginevra sulla Protezione dei civili in guerra». «Da più di tre settimane, l’Esercito israeliano sta facendo quanto di peggiore possibile, non solo violando l’articolo 3 ma rispondendo pienamente alle condizioni di aggressore definite dall’articolo 51». Tuttavia, «Tel Aviv dà poca importanza alla legge internazionale. Di conseguenza è una perdita di tempo per i palestinesi parlare di cessate il fuoco o anche sporgere denuncia alla Corte penale internazionale (Icc) all’Aja contro Israele», chiosa la nota. Tra l’altro, i palestinesi hanno già fatto questo passo, ma la «lobby filo-israeliana» è più potente delle Nazioni Unite e dell’Icc: «La storia dimostra che un cessate il fuoco temporaneo e/o qualsiasi altra forma di tregua non potrà tenere».

 

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