domenica, Ottobre 24

Gaza di fronte all’indifferenza del mondo La situazione economico-sanitaria di Gaza è tremenda: è ora di fare qualcosa per evitare il disastro

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Gaza sta morendo lentamente, le restano ormai pochi respiri. In questi giorni le condizioni umanitarie stanno collassando come mai prima; il disastro è vicino, i servizi sanitari ed umanitari stanno crollando comprensibilmente.

Non potrebbe essere altrimenti. Tre ospedali e 13 centri sanitari nella Striscia di Gaza sono stati costretti a sospendere l’attività a causa dei tagli al sistema elettrico. Non c’è elettricità o altro che possa mantenere in funzione i generatori. Il Ministro della Salute lo ha annunciato pochi giorni fa. Mahmoud Daher, direttore degli uffici internazionali sanitari palestinesi, ha detto che il carburante non durerà ancora per molto. Le scorte stanno finendo.

Il report della ‘International Health Organization’ sottolinea che «a Gennaio, sono mancate 516 delle medicine essenziali, il 40% delle scorte sono completamente terminate. Questo include anche i medicinali usati nei dipartimenti emergenziali e nelle altre unità critiche».

 

Gli ospedali a Gaza necessitano di 450.000 litri di gas al mese per far funzionare i generatori di elettricità e coprire dalle 12 alle 20 ore di blackout elettrico. Inoltre, continuano a mancare le medicine e qualsiasi disponibilità necessaria. Non è più possibile reperire il 45% dei medicinali essenziali nelle sale operatorie e nelle unità di cura intensiva.

I malati si trovano faccia a faccia con la morte, senza poter fare nulla. Non hanno neanche la speranza di poter attraversare i confini dalla parte di Israele o di Rafah, dal lato egiziano. Nessuna speranza di cura, questo vuol dire. Le imposizioni di Israele impediscono ai pazienti di uscire da Gaza, anche solo per farsi curare. Una volta che si arriva al posto di blocco di Erez, la maggior parte delle persone deve fare i conti con il rifiuto delle proprie richieste di attraversamento: non solo malati, ma anche studenti e lavoratori. La stessa storia anche ai confini con l’Egitto: nel 2017 il valico di Rafah è stato aperto per soli 23 giorni in totale. E per ora, da quando è iniziato il 2018, non è stato mai aperto.

Una situazione che va avanti ormai dal 2007. Nulla è cambiato. Il 97% dell’acqua a Gaza rimane non potabile a causa dell’inquinamento e per l’alto tasso di salinità. Lo ha denunciato anche Ahmed Yaakobi, esperto in materia, avvertendo l’Autorità Palestinese in proposito.

Poi c’è la malnutrizione. 4 persone su 10, a Gaza, hanno fame; mentre, 7 su 10 vivono in condizioni di emergenza umanitaria, sotto la soglia di povertà causata anche dal tasso di disoccupazione che rimane altissimo -il 63% tra i giovani, il tasso più alto al mondo-.

Gli ultimi avvertimenti dagli ufficiali israeliani provengono dal Capo di Stato Maggiore, Gadi Eisenkot, il quale, secondo quanto riporta la televisione israeliana, ha sottolineato che Gaza presto affronterà una nuova guerra con Hamas. Sarà la conseguenza logica di questo peggioramento delle condizioni umanitarie, economiche e sociali.

Anche l’ONU ha detto la sua, dichiarando che la crisi elettrica porterà Gaza in prossimità di un disastro. La dichiarazione ha riportato che le ultime scorte di carburante termineranno nei prossimi 10 giorni, notando l’estrema urgenza di aiuto umanitario per evitare quella che non potrà che essere una catastrofe.

Con l’aiuto dei donatori, le Nazioni Unite coordinano la consegna del carburante di emergenza per cercare di far ripartire i generatori di corrente e gli altri macchinari per cercare di garantire quel minimo livello di sicurezza almeno all’interno delle strutture sanitarie. Al momento, circa due milioni di palestinesi che risiedono sulla Striscia di Gaza, di cui più della metà sono bambini, hanno elettricità per meno di 8 ore al giorno.

Nel 2018, saranno necessari 6.5 milioni di dollari per garantire i 7.7 milioni di litri di carburante emergenziale. E’ il minimo che serve per evitare il collasso sanitario. Per il pieno funzionamento dei sevizi, il fabbisogno è di 1.4 milioni di litri al mese, ovvero, di circa 10 milioni di litri all’anno. Attualmente, sono anche a rischio i macchinari diagnostici nei centri di cura ma anche 55 cisterne fognarie, 48 impianti di desalinazione, nonché, il sistema di smaltimento dei rifiuti.

Gli ospedali hanno già iniziato a chiudere. Non ci sono fondi e l’impatto si vede sulla popolazione. «Non possiamo lasciare che accada una cosa del genere», ha detto Roberto Valent, il coordinatore per l’OPT. Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha parlato della situazione economico-sanitaria di Gaza descrivendola come «tremenda» evidenziando come quella predizione del rapporto per il 2020 è sempre più vicina alla realtà. O si metteranno in atto «azioni concrete» per «migliorare i servizi basici e le infrastrutture» o Gaza non sarà più un posto vivibile per nessuno di noi.

 

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