martedì, Giugno 22

Gay, il grande balzo all’indietro di Delhi field_506ffb1d3dbe2

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Section 377 of Penal Code. Il pomo della discordia è riassunto in queste poche lettere, una legge approvata dal regime coloniale britannico nel lontanissimo 1861, che recita: “Chi ha volontariamente rapporti carnali contro l’ordine della natura con qualsiasi uomo, donna o animale, è punito con la reclusione da dieci anni fino al carcere a vita”. I rapporti carnali in questione sono chiaramente quelli di natura omosessuale.

Parole che sembrano appartenere ad un’altra era geologica, ad un passato di soprusi e discriminazioni figlio di una società oscurantista, nel campo del diritto e della legge. E che invece sono tornate a dettarla, la legge, proprio nella più grande democrazia del mondo: l’India. Lo scorso 11 dicembre, la Corte Suprema di Delhi ha annullato la precedente sentenza del  2 Luglio 2009, che aveva abrogato l’articolo del Codice Penale in questione. L’articolo 377 è stato così riportato in vigore, e con esso le potenzialmente severissime pene infliggibili alle persone sorprese a compiere atti omosessuali.

La decisione della Corte – magra consolazione – non ha nulla a che vedere con il merito della questione, bensì col metodo. Secondo la suprema magistratura, l’articolo in questione ha forza giuridica sufficiente per non poter essere annullato da un precedente giudiziario, come pure suggerirebbe la tradizione di Common Law anglo-sassone alla quale l’India si ispira per via del passato coloniale. La decisione di abrogare un simile orpello vecchio oltre 150 anni è quindi rimandata al Parlamento nazionale, dove le chance che qualcosa del genere accada sono però prossime allo zero.

Mentre i deputati del Congress nelle Camere nazionali sono infatti relativamente progressisti, a livello locale anche il governo di M. Singh deve la propria stabilità elettorale ad un enorme numero di partiti regionali ben più tradizionalisti che non possono essere scontentati, ed ancor meno in vista delle elezioni del prossimo maggio. Elezioni che potrebbero ridurre le rivendicazioni della comunità LGTB indiana ancor più al lumicino, se come probabile la vittoria andrà ai nazional-conservatori del Bharatiya Janata Party, il cui leader N. Modi proviene da una lunga esperienza nel nazionalismo religioso indù. Ed è stato proprio il leader del BJP nello Stato dell’Uttar Pradesh, Om Prakhash Singhal, Vice-Presidente dell’organizzazione della destra religiosa Visha Hindu Parishad, a presentare il ricorso contro la costituzionalità della sentenza del 2009 che abrogava il controverso articolo.

La decisione della Corte ha generato infatti un coro unanime di approvazione dal mondo delle istituzioni religiose nazionali, solitamente separate da accese rivalità settarie. Un coro che ha dato sfogo – quand’anche in veste di autorità- a dozzine di pregiudizi secolari omofobi. Lo stesso Singhal ha affermato che la Corte Suprema ha «fermato  il nostro regresso verso lo stato brado pre-civilizzazione a cui la moderna secolarizzazione voleva riportarci», aggiungendo che la misura porrà un freno anche alla «proliferazione di HIV e malattie sessualmente trasmissibili». Sulla stessa riga l’Autorità suprema del Consiglio degli Ulema musulmani, Maulana Madni, secondo il quale la Corte ha prestato attenzione «a quel che avviene nelle società occidentali dove queste unioni sono consentite, ed il risultato è un gran numero di persone con problemi mentali e comportamentali».

Nemmeno le autorità religiose ebraiche e cristiane si sono però sottratte al diluvio di approvazioni verso la rivitalizzazione del carcere per gli omosessuali. Il Rabbino Capo Ezekiel Issac Malekar si è limitato ad un asciutto «nel Giudaismo, le nostre scritture non consentono l’omosessualità», seguito dal  reverendo Paul Swarhup della Chiesa della Redenzione Protestante di Delhi, secondo il quale «la Corte ha supportato quel che è steso nelle Sacre Scritture». Unica voce moderata, quella dell’Arcivescovo cattolico di Mumbai, Cardinale Oscar Gracìas, per il quale la Chiesa «si oppone ai matrimoni omosessuali quanto alle discriminazioni contro i gay, che non abbiamo mai considerato come criminali».   

Gli attivisti per i diritti degli omosessuali accusano tutte le autorità religiose del Paese di aver intimidito la magistratura per spingerla a rovesciare il verdetto del 2009. Alla luce delle motivazioni addotte, infatti, quella sentenza era difficilmente ignorabile nei contenuti: secondo i giudici Ajit Prakash Shah e J. S. Muralidhar, il PC 377 violava chiaramente ben due articoli fondamentali della Costituzione indiana del 1947, cioè i numeri 14 e 15. Il primo garantisce nientemeno che l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, mentre il secondo vieta esplicitamente alcuna discriminazione sulla base di razza, età, provenienza ed anche orientamento sessuale. Nonostante il rovesciamento di una sentenza basata su principi tanto fondamentali, il Ministro Sushil Kumar Shinde ha già derubricato la questione: «in Parlamento non vi sarebbe il consenso necessario ad un provvedimenti in questo senso», ha chiosato il 13 dicembre. 

Proprio sul fronte dei pregiudizi diffusi enunciati dai leader religiosi, a lanciare l’allarme più pressante è stato il NACO, l’organismo di controllo sull’Aids e le malattie sessualmente trasmissibili. Proprio in seguito a questa recrudescenza discriminatoria, i pregiudizi sui gay in termini di diffusione dell’HIV rischiano di divenire una profezia auto-alimentata. Secondo i medici e le associazioni facenti parte del network, questo verdetto renderà infatti la comunità gay indiana ancor più impermeabile alla prevenzione e profilassi di quanto già non lo sia ora. «Chi voglia prevenire trasmissione di malattie o curarsi dopo averle contratte ora sarà portato a non farlo per non rivelare la propria identità», affermano i dirigenti del NACO.

La PC 377 è una legge talmente arcaica e spropositata che le stesse autorità giudiziarie indiane negli ultimi 10-15 anni hanno finito per evitarne l’applicazione in termini penali. Come denunciato però dagli attivisti per i diritti civili, la legge è stata utilizzata per mantenere un clima di intolleranza e ricatto, sociale o lavorativo, nei confronti delle persone omosessuali. Vittime di violenze ed emarginazione legate alla propria sessualità, per decenni hanno evitato di denunciare alla polizia alcunché proprio in quanto intimidite dalla norma in vigore, rendendo spesso le stesse ONG straniere incapaci di leggere le dimensioni dell’emarginazione. Secondo le uniche stime registrate, la comunità LGTB indiana consisterebbe di 3 milioni di persone in un Paese di oltre 1 miliardo e 200 milioni. Una cifra chiaramente sottostimata, a causa del clima oppressivo che ancora spinge molte persone a tenere nascosto il proprio orientamento.

Quel che risulta ancor più surreale è però il confronto tra il clamore della questione ed il silenzio su altri ben più obbrobriosi paradossi legislativi che affliggono il gigante asiatico. In una democrazia di lunga data come l’India, si nega ad un gruppo di cittadini di godere del diritto dell’uguaglianza davanti alla legge puntellando una norme anti-storica. Al tempo stesso, nei codici civili del Paese, lo stupro di un marito contro la propria moglie è ancora considerato legale, negando alla donna ogni padronanza del proprio corpo all’interno del matrimonio.  

 

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