venerdì, Ottobre 22

Gas e petrolio tra Israele e Palestina

0

Tra ideologie dubbie e identità confuse, il sano pragmatismo di gas e petrolio può aiutare a comprendere uno dei motivi per cui il conflito israelo-palestinese esiste, sussiste e persisterà. Innanzitutto, è utile capire quanto Israele nel suo insieme produca nel settore degli idrocarburi. Stando ai dati forniti dall’EIA (Energy Infromation Administration), afferente al Dipartimento di Stato Americano per l’Energia, nel 2015 le riserve petrolifere in Israele erano stimate in 14 milioni di barili, mentre il consumo nazionale si attestava intorno a 235mila barili al giorno. I dati relativi a esportazioni e importazioni risalgono invece al 2013 e corrispondono, rispettivamente, a 5400 barili in uscita al giorno a fronte di 276mila in entrata. Se lo sfruttamento delle risorse petrolifere è ancora in fase embrionale, quello del gas naturale ha già assunto dimensioni significative, riducendo notevolmente la dipendenza storica di Tel Aviv dalle importazioni energetiche: nel 2014, sempre secondo l’EIA, Israele ha prodotto 7,3 miliardi di metri cubi di gas naturale. Questa fiorente industria poggia sui vari giacimenti off-shore scoperti a partire dagli anni 2000: Mari-B, Tamar, Dalit e, in primis, Leviatano, scoperto nel 2010. Proprio quest’ultimo è al centro della lotta per la supremazia energetica nel Mediterraneo orientale. Il concorrente diretto di Israele è l’Egitto, Paese dal quale proprio Tel Aviv importava fino a qualche anno fa la maggior parte del proprio fabbisogno in gas. La scoperta del giacimento Zohr al largo delle coste egiziane, infatti, ha messo a rischio i disegni di Beniamin Netanyahu di trasformare Israele nel leader dell’energia in Medio Oriente (e oltre). Il confronto è quello dei grandi numeri: da una parte Zohr con i suoi 850 miliardi di metri cubi di gas, dall’altra Leviatano, le cui riserve sono stimate intorno ai 480 miliardi di metri cubi. All stato attuale, non solo le cifre pendono a vantaggio del Cairo, ma anche l’avanzamento degli studi e delle estrazioni preliminari prima che Zohr diventi un sito estrattivo a pieno titolo. In marzo, infatti, Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’ENI, ha annunciato che l’azienda nostrana, la quale controlla al cento per cento il giacimento egiziano, ha avviato test di produzione che confermano potenzialità di estrazione pari a 7 milioni di metri cubi al giorno; inoltre, Descalzi ha confermato l’inizio dell’attività estrattiva a regime entro il 2017, mentre sono già cominciati i lavori per l’impianto di trattamento a terra. Se al Cairo si danno da fare, a Tel Aviv la situazione si è sbloccata solo da pochi giorni. Lo sfruttamento di Leviatano per cui Netanyahu tanto si è battuto era andato a cozzare contro una mozione dei partiti di opposizione, contrari all’assegnazione di un bene ritenuto di importanza strategica nazionale a un privato, nello specifico la texana Noble Energy. Il 2 giugno scorso, secondo ‘Reuters’, la Corte Suprema israeliana avrebbe dato il via libera alla Noble. Non che l’affidamento alla Noble sia stato l’unico ostacolo allo sfruttamento del Leviatano. La prima gatta da pelare per Israele, infatti, è stata la questione delle acque territoriali, con il Libano a contestare come una parte importante dei giacimenti si trovasse, in realtà, sotto la giurisdizione di Beirut. La contesa non è stata del tutto chiarita, ma Israele non ha desistito dal proprio progetto. Nel 2013, il governo israeliano ha stabilito di utilizzare il 40% della propria produzione di gas per le esportazioni, mentre il restante 60% coprirà il fabbisogno nazionale. Fino a qualche tempo fa, pareva certo l’accordo di fornitura con la vicina Giordania, ma ora le notizie da Amman si rincorrono in maniera contraddittoria. Se Il 16 febbraio scorso il ‘Times of Israel’ riporta come nel Regno Ashemita si stia valutando di stralciare l’accordo con Tel Aviv a favore di una società algerina, il ‘Jerusalem Post’ annuncia l’avvio delle esportazioni di gas da Israele verso la Giordania come imminente: rimaniamo in attesa di ulteriori sviluppi. Di fronte a un bivio anche la strada del gas israeliano verso l’Europa, con, da una parte, l’esportazione attraverso l’Egitto, da cui poi, liquefatto, potrebbe salpare verso l’Europa, o per la via turca, con un gasdotto che da Israele raggiungerebbe la penisola anatolica e, da lì, tramite il futuro Corridoio Meridionale.

E in questa miscela potenzialmente esplosiva, i Territori Occupati che ci guadagnano? Sembra nulla, poiché i giacimenti di gas al largo di Gaza, scoperti nel 1999, giacciono inutilizzati. Visti come un grande passo verso l’indipendenza energetica palestinese, i siti di Gaza Marine 1 e 2 furono oggetto, sempre nel 1999, di un contratto tra BG Group (British Gas Group), la palestinese CCC (Consolidated Construction Company) e il PIF (Palestinian Investment Fund) che regolava l’esplorazione e lo sfruttamento delle riserve gasifere. Da allora, nulla è stato fatto. Tel Aviv si è da sempre opposta a uno sfruttamento diretto da parte dei Palestinesi, temendo che gli introiti finanziassero Hamas e il terrorismo anti-israeliano; inoltre, se i suddetti campi gasiferi sono stati tra i fattori chiave alla base dell’operazione Piombo Fuso tra il 2008 e il 2009, la scoperta di riserve nelle ‘proprie’ acque territoriali da parte di Israele non ha fatto che diminuire l’interesse ddell’occupante a uno sviluppo dei giacimenti palestinesi, ma certo non al loro controllo.

A bocca asciutta i Palestinesi rischiano di rimanere anche per quanto riguarda l’ultima scoperta in campo petrolifero, risalente all’ottobre scorso. Un deposito di greggio che potrebbe garantire uno sfruttamento di decine di anni è infatti stato identificato nelle Alture del Golan. Secondo Yuval Bartov, geologo della Afek Oil and Gas, si tratta di «uno strato spesso 350 metri. Ad essere importanti sono lo spessore e la porosità delle rocce. In media, nel mondo gli strati oscillano tra i 20 e i 30 metri di spessore, il che significa che questo è dieci volte più spesso». Ad essere in discussione anche in questo caso è la sovranità di Israele sul sito, essendo le Alture del Golan internazionalmente riconosciute come territorio siriano occupato da Tel Aviv. La risoluzione 242 (1967) delle Nazioni Unite, infatti, domanda il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati durante la Guerra dei Sei Giorni. Nel quadro di questa scoperta acquisterebbe un particolare significato il sostegno israeliano ai ribelli anti-Assad in Siria, confinante con il prezioso giacimento. La vicina guerra civile e la necessità securitarie e logistiche ad essa correlata potrebbero compromettere lo sfruttamento delle risorse, ubicate vicino a Katzrin, cittadina poco a est del Mare di Galilea. L’annuncio relativo all’immenso bacino petrolifero è arrivato dopo che il dicembre scorso un tribunale israeliano ha dato il via libera ai carotaggi, bloccati da proteste di associazioni ambientaliste come Greenpeace sin dall’ottenimento della concessione, nel 2013, da parte di Genie, azienda cui Afek afferisce. Non solo gil ambientalisti si sono schierati contro le trivellazioni, ma anche associazioni come Adalah, gruppo per i diritti dei Palestinesi, e il Centro Arabo per i Diritti Umani nelle Alture del Golan, le quali hanno chiesto a Yuval Steinitz, Ministro israeliano alle infrastrutture, che i permessi concessi a Genie vengano ritirati, ricordando che, secondo il diritto internazionale, sono i residenti del Golan ad avere diritto allo sfruttamento delle risorse della loro terra. La diatriba intorno a Katzrin non è la prima che coinvolge il greggio ‘israelo-palestinese’. Dal 2011, infatti, Tel Aviv pompa, e rivende, il petrolio del giacimento Meged 5, situato a poche centaia di metri dalla Green Line, la linea di confine tra Israele e Territori Occupati stabilita nel 1948. Benché l’estrazione avvenga dal lato israeliano, è indubbio che la falda petrolifera si estenda anche in area palestinese, come ebbe a dichiarare nel 2012 alla ‘BBCSamer Naboulsi, ingegnere a Dubai per una delle principali compagnie petrolifere degli Emirati Arabi Uniti: «La geologia non segue la geografia. Esaminando il sito estrattivo e la forma del giacimento, risulta chiaro come quest’ultimo si estenda fino in Cisgiordania. Questo è il motivo per cui lungo i confini è stata internazionalmente fissata una ‘terra di nessuno’, generalmente larga vari chilometri, all’interno della quale nessuna delle due parti può estrarre senza l’autorizzazione dell’altra». Simili accordi regolano lo sfruttamento di giacimenti situati tra il Regno Unito e la Norvegia, e propria l’impossibilità di raggiungerne uno tra Iraq e Kuwait a proposito della riserva transnazionale di Rumalia fu tra le ragioni dell’invasione irachena del vicino meridionale nel 1990. Nel caso specifico, sono gli accordi di Oslo che richiederrebero una concertazione su sfruttamento e spartizione dei profitti tra Tel Aviv e Ramallah, cosa che non sta avvenendo. Uno studio della Banca Mondiale ha dimostrato che la Palestina, e con essa un’Autorità Nazionale palestinese perennemente indebitata e in dipendenza cronica dall’aiuto internazionale, potrebbe guadagnare fino a 3,4 miliardi all’anno dallo sfruttamento economico della cosiddetta ‘area C’, la quale ingloba circa due terzi della Cisgiordania, e con essi terre fertili per uso agricolo, falde acquifere, minerali, siti archeologici e turistici. Nel 2014, l’Autorità Nazionale palestinese propose un progetto di sfruttamento delle risorse petrolifere dell’area C, ma a frapporsi erano molteplici ostacoli. Israele considera il suddetto territorio parte integrante dello Stato ebraico, il che implica l’estrema improbabilità di un nullaosta di Tel Aviv a un’iniziativa palestinese; a ciò è riconducibile il rischio che, pure in caso di un’apertura da parte dell’occupante, dovrebbe sobbarcarsi un’azienda intenzionata a investire nel progetto, inevitabilmente straniera vista la mancanza palestinese di know how e di strumenti: chi spenderebbe soldi in un sito che potrebbe essere inopinatamente sequestrato da Israele una volta in funzione? Il progetto di un settore degli idrocarburi ‘made in Palestine’ è rimasto sulla carta, e la videnda delle Alture del Golan è un’ulteriore ipoteca su una futuribile autonomia energetica dei Territori Occupati e un macigno sulle parole di Tony Blair, ex Primo Ministro inglese e inviato speciale dal 2007 al 2015 per il ‘Quartetto per il Medio Oriente‘, il quale, nel redigere un piano in otto punti per risanare l’economia palestinese, aveva dichiarato: «Una fornitura certa di energia è essenziale per l’espansione e lo sviluppo in ogni settore». Tel Aviv non sembra condividere, evidentemente.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->