domenica, Aprile 18

Gas naturale e petrolio in Nuova Zelanda field_506ffb1d3dbe2

0

 

È un dibattito che dura da più di 40 anni, quello riguardo le politiche energetiche in Nuova Zelanda. Uno degli aspetti, per nulla secondario, del dibattito, è quello legato al rischio sismico  -è di poche ore fa l’ennesima scossa di 6.3  avvertita a nord del Paese.
Il Paese, formato da due isole maggiori e da migliaia di piccole isole incastonate nell’Oceania meridionale, condivide con la più grande Australia la caratteristica di Paese sottopopolato e ricco di risorse minerali. La Nuova Zelanda si estende infatti per circa 268.000 chilometri quadrati -poco meno dell’Italia- ma ha una popolazione di soli 4,5 milioni di persone. Nonostante ciò è stata capace, nel corso degli anni, di sfruttare efficacemente il proprio territorio ricco di risorse. La Nuova Zelanda è infatti ricca di carbone, argento, ferro, rocce calcaree e oro. L’orografia del Paese, inoltre, ha permesso alle efficienti politiche energetiche di ricavare grande beneficio dall’energia idroelettrica, comparto che attualmente copre il 55% dell’energia prodotta sull’intero territorio, oltre che da quella geotermica ed eolica, che rappresentano rispettivamente il 10% ed il 3% dell’energia prodotta.
L’abbondanza di risorse si estende anche ai combustibili fossili, quantificati in circa il 30% dell’intera produzione energetica nazionale. Petrolio e gas naturale, nello specifico, sono maggiormente concentrati nel sud del Paese, mentre i maggiori giacimenti sono quelli di Maui, Kapuni, Pohokura, Kupe e Maari, localizzati attorno alla regione di Otago. Le grandi esplorazioni e le successive costruzioni di impianti di raffinazione sono cominciate nei primi anni ’70 del secolo scorso, poco prima dello shock petrolifero del 1973 e della crisi energetica del 1979, causa di forte incertezza economica nel Paese. Questi eventi sono stati solo alcuni dei motivi dell’instabilità della produzione energetica in Nuova Zelanda, che ha visto, negli anni, produzioni come quella di gas naturale calare da 7 miliardi di metri cubi annuali a 4,3 nell’arco di tempo compreso tra 2001 e 2005.

Oggi, tuttavia, gas naturale e petrolio sono tornati al centro del dibattito politico ed energetico del Paese, grazie al ritorno di colossi come la Shell. La multinazionale anglo-olandese, infatti, ha annunciato, pochi giorni fa, che a partire dall’estate 2016 inizierà a trivellare nel Great South Basin, il Grande Bacino Meridionale nel sud della Nuova Zelanda, alla ricerca di gas naturale. Il Responsabile di Shell in Nuova Zelanda, Rob Jager, ha dichiarato che: «Bisogna pensare a giacimenti delle dimensioni di Maui, o addirittura maggiori, prima di muoversi in un posto come il Great South Basin. Le probabilità di trovare petrolio sono attorno all’uno percento, non è quindi questo quello che stiamo cercando. Il nostro obiettivo è trovare una quantità tale di gas naturale da poterlo trasformare allo stato liquido e venderlo, esportandolo nei Paesi asiatici che ne hanno un grande bisogno». Per fare ciò le possibilità sono due: creare una raffineria sulle coste neozelandesi, oppure, attrezzare una piattaforma in grado sia di estrarre il gas che di congelarlo, seguendo il modello che la stessa compagnia sta applicando nel nordovest dell’Australia.
Jager ha precisato che prima di prendere questa decisione si è dibattuto a lungo circa i potenziali rischi sismici ed economici di questa impresa, garantendo che tutte le precauzioni necessarie sono state prese: «Sono entusiasta del fatto che siamo riusciti a convincere i nostri soci a fornire fondi tanto importanti in uno scenario dove, dal punto di vista economico, non ci sono molte altre alternative. Qualora questa missione confermasse la presenza di rilevanti quantità di gas naturale, tuttavia, sarebbero ancora necessarie altre esplorazioni per confermare gli stessi dati, prima che si possa passare alla commercializzazione vera e propria. Le trivellazioni sarebbero poi effettuate ad una profondità di circa 1.300 metri di profondità. Parlare di rischio zero è quindi impossibile, ma la compagnia lavorerà nei prossimi due anni per minimizzarli al massimo».
La Shell è quindi la compagnia responsabile per l’intero progetto e l’unica ad avere l’autorizzazione dello stato neozelandese. Questa autorizza esplorazioni offshore tra la regione Otago e la Southland Coast fino ad un massimo di 100 chilometri di distanza dalle coste, supportata dalla joint venture con le compagnie OMV NZ e Mitsui E&P Australia.
La questione è ora al centro del dibattito tra società civile, aziende interessate e politica. Se quest’ultima è divisa circa le posizioni da prendere, l’opinione pubblica non è da meno, ma la tendenza prevalente è contraria alle esplorazioni nella regione Otago. La ‘Oil Free Otago’ ha protestato con oltre 250 manifestanti contro la ricerca di nuovi giacimenti di petrolio e gas naturale, supportata dai Greens neozelandesi. Il parlamentare dei Greens Gareth Hughes, presente alla manifestazione, ha infatti dichiarato che «Nonostante il tempo avverso, siamo in più di 250 ad opporci alla Anadarko e ad un rischioso progetto di trivellazione marina. La Anadarko può aspettarsi la stessa reazione anche in futuro». La società in questione, Anadarko, è una compagnia americana tra le maggiori al mondo, specializzata nell’estrazione di petrolio e gas naturale. Attivatasi di recente al largo della costa del Raglan, nel nordovest del Paese, la Anadarko è ora fortemente interessata a condurre scavi anche a largo di quella di Otago, con l’obiettivo di trovare sia petrolio che gas naturale.

La questione è ancora più complicata se si tiene conto della regione interessata, una delle meno ricche della Nuova Zelanda. Sono infatti molte le persone che vedono in questi progetti la possibilità di arricchire un territorio vasto e meno benestante di altri, con possibili ricadute positive per l’intero Paese. Tra questi vi è l’economista William Curtayne, il quale ha prospettato l’inizio di un piccolo boom economico‘ per la Nuova Zelanda qualora compagnie come Shell e Anadarko dovessero trovare ciò che cercano. Curtayne ha inoltre aggiunto che la tecnologia è progredita molto dai tempi delle prime trivellazioni degli anni ’70, rendendo possibile e sicuro ciò che prima non poteva essere considerato tale. I principali destinatari stranieri del potenziale tesoro energetico della Nuova Zelanda sarebbero Cina, India e Indonesia in Asia, e Francia in Europa, quest’ultima decisa a non dipendere eccessivamente dalle importazioni dalla Russia.

Un altro sostenitore delle trivellazioni in Nuova Zelanda è Dene Mackenzie, responsabile economico dell’Otago Daily Times: «Lo stipendio nazionale medio è di 74.000$ neozelandesi all’anno, ma nella regione di Otago è di soli 62.000$. Se da un lato è vero che rimane importante supportare l’economica tradizionale di certe aree geografiche, dall’altro è anche vero che stiamo affrontando sfide globali che ci impongono di guardare a nuovi scenari. Idealmente il Governo centrale dovrebbe istituire un modello di distribuzione dei proventi sul modello norvegese, con grandi percentuali per gli enti che gestiscono direttamente ciò che accade. Il Sud non deve lasciarsi sfuggire la possibilità delle trivellazioni.»

È chiaro come ora società civile, politica e grandi multinazionali debbano trovare una strada comune che rispetti le esigenze di un Paese attento all’ambiente e alla sicurezza, senza per questo tralasciare la possibilità che un piccolo boom economico stimoli l’economia neozelandese per molti anni a venire.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->