martedì, Agosto 3

Gas naturale nel Mediterraneo: cooperazione e criticità Ecco i problemi che possono insorgere dopo la scoperta di importanti giacimenti di gas nel Mediterraneo e la creazione dell’EMGF

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Le scoperte di abbondanti giacimenti di gas naturale nelle acque profonde del Mediterraneo orientale hanno spinto gli attori dell’area a cooperare affinché la regione diventi un hub essenziale nella distribuzione del GNL (gas naturale liquefatto) verso i Paesi vicini, in particolare quelli europei. Questo è anche uno dei motivi della costituzione dell’Eastern Mediterranean Gas Forum (EMGF), una piattaforma di dialogo che, riunita per la prima volta nel gennaio scorso e poi nuovamente a fine luglio, punta ora a divenire un’organizzazione internazionale stabile

Il tavolo che inizialmente vedeva riuniti Cipro, Egitto, Grecia, Giordania e Israele, dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e Italia, nell’ultimo vertice ha visto la presenza di ospiti del calibro di Francia, Stati Uniti, Banca Mondiale e vertici dell’Unione Europea. Sintomo che l’iniziativa è degna di nota e suscita interesse.

Ma se, da una parte, il Forum è importante perché contribuisce alla stabilità dellarea e a connettere maggiormente i Paesi del Mediterraneo, dall’altra c’è il rischio che aumenti la conflittualità regionale, soprattutto a causa di due convitati di pietra dell’EMGF, come Libano e Turchia.

Diventare un hub dell’energia è un obiettivo di Ankara. Ambizione dovuta non solo alla ideale posizione geografica della Turchia, che le permette di fare da ponte tra Asia ed Europa, ma anche alla presenza di efficienti strutture. I turchi, infatti, posseggono due oleodotti (il Baku/Tbilisi/Ceyhane e il Kirkuk/Ceyhan) che sfociano nel Mediterraneo direzione Vecchio Continente, e tre gasdotti (Blue Stream, South Caucasus Pipeline e Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline), ai quali se ne aggiungere presto altri due attualmente in costruzione (Southern Gas Corridor e Turkish Stream).

Le recenti scoperte di grandi giacimenti di gas (da 142 ai 227 miliardi di m3) nel blocco 10 del campo Glaucus-1, a largo delle coste meridionali cipriote, hanno però contribuito a rinvigorire l’attrito tra Ankara e Nicosia. Tra i due Governi, infatti, è in atto da oltre 40 anni una disputa territoriale. Cipro è divisa in due dal 1974, anno in cui fu ordito un colpo di stato per unificare l’isola alla Grecia. L’evento, però, fu il pretesto per l’intervento militare turco, che sventò il golpe. Le Nazioni Unite, allora, stabilirono una linea verde volta a separare la parte nord-orientale dell’isola, governata dai turchi-ciprioti, da quella sud-occidentale amministrata dai greco-ciprioti.

Gli importanti ritrovamenti rinvenuti nella parte meridionale dell’isola hanno più che raddoppiato le risorse offshore di Cipro. Ciò ha portato Nicosia a intensificare gli sforzi e stringere accordi con Egitto, Israele e UE per cercare di monetizzare con la vendita del suo GNL. Tra i progetti greco-ciprioti vi è la costruzione di un gasdotto – dal valore di 6 miliardi di dollari – che faccia giungere il gas in Europa aggirando la Turchia.

Ankara, che non riconosce Cipro come uno Stato, contesta i diritti di esplorazione dell’area dei ciprioti e teme di essere esclusa dai profitti derivanti dai giacimenti meridionali dell’isola, dato che a largo delle coste turche continentali non ne sono stati ritrovati. Così, l’11 luglio scorso, i leader turco-ciprioti hanno proposto alla controparte l’installazione di un comitato congiunto sul gas naturale. Proposta che è stata subito rispedita al mittente citando la violazione della sovranità di Cipro da parte della Turchia.

La netta chiusura da parte del Governo di Nicosia deriva dalle azioni di disturbo portate avanti dai turchi nel tempo. Sul finire dello scorso anno, Ankara ha fatto pervenire delle minacce alla società energetica statunitense che ha scoperto i giacimenti di gas nel campo cipriota Glaucus-1, la ExxonMobil, affinché bloccasse le esplorazioni. Nel febbraio 2018, navi da guerra turche hanno costretto una nave perforatrice dell’Eni ad abbandonare l’esplorazione per il gas nelle acque contese del versante orientale di Cipro: era stato il Governo di Nicosia ad assegnare quell’incarico alla compagnia italiana.

All’inizio del luglio scorso, invece, la nave perforatrice turca Fatih ha dato avvio ai lavori a 67 km a largo della costa occidentale di Cipro: perforazioni considerate illegali da Nicosia perché svolte nella ZEE (Zona Economia Esclusiva) dei greco-ciprioti. Qualche giorno dopo, un’altra imbarcazione battente bandiera turca, Yavuz, ha iniziato a perforare al largo della penisola di Karpas, sulla costa orientale di Cipro. Di fronte a queste manovre, l’UE è stata costretta ad intervenire. Il 15 luglio, il Consiglio degli Affari Esteri europeo ha adottato il pacchetto di misure preparato dalla COREPER (il Comitato dei rappresentanti permanenti del Consiglio dell’Unione Europea):  riduzione di 146 milioni di euro dei fondi dellUE per la preadesione dello Stato turco; congelamento degli investimenti della Banca europea; interruzione dellaccordo sul trasporto aereo; sospensione dei dialoghi di alto livello tra Ankara e Bruxelles su economia, energia, trasporti e agricoltura.

Dispute territoriali per lo sfruttamento dei giacimenti di gas naturale sono anche alla base dei rapporti tra Libano e Israele. Lo Stato ebraico si è trovato in pochi anni a passare dallo status di importatore a quello di esportatore. Le esplorazioni al largo delle coste israeliane negli ultimi venti anni hanno reso il Paese autonomo dal punto di vista energetico. Le scoperte dei giacimenti di gas tra il 2009 ed il 2011, in particolare delle riserve di Tamar e Levhiatan, hanno poi sancito il surplus energetico di Israele, che per vendere il suo GNL ha stretto accordi con Egitto e Giordania.

La partita più importante dal punto di vista politico, però, Israele la gioca con il Libano. I due Paesi hanno avviato dal 2010 un contenzioso sul confine marittimo: una superficie contesa di circa 850 km2 su cui insiste Tamar, una delle riserve di gas più grandi del Mediterraneo, con una stima di 307 miliardi di m3. Israele ha concordato nel 2012 un compromesso proposto dal mediatore americano Fred Hoff: i giacimenti di gas del Mediterraneo scoperti di recente possono essere sviluppati in sicurezza solo quando non vi sarà alcuna minaccia di guerra tra le due parti. Il Governo libanese, però, non ha ancora risposto alla proposta, ma sa bene che le riserve di gas offshore servirebbero a rianimare l’economia al collasso del Paese

Israele ha fatto passi in avanti nelle relazioni con il Libano, ma il gruppo terrorista Hezbollah è una minaccia costante per Tel Aviv anche sul fronte GNL. Per Hezbollah le trivellazioni offrono la speranza di lavoro e denaro per sostituire i sussidi sempre minori derivanti dallIran – sponsor del gruppo – la cui economia sta facendo i conti con le sanzioni americane dopo l’uscita di Washington dall’accordo sul nucleare e la conseguente ripresa dell’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran.

A tutto ciò si deve aggiungere la Russia, il cui ruolo di Paese esportatore di gas naturale verrebbe ridimensionato con l’avanzare del dialogo posto in essere dall’EMGF e, quindi, con il progredire della collaborazione tra Egitto, Cipro e Israele. La Russia, infatti, è il principale fornitore di gas del Vecchio Continente, con una quota del 37%. Se i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo orientale dovessero sempre di più diventare un importante hub energetico, Mosca perderebbe uno dei suoi clienti più importanti o, comunque, dovrebbe far i conti con una domanda in calo. Per questo non è da sottovalutare l’asse russo-turco. «La Grecia»,  riporta ‘The Conversation’, «teme che la Turchia possa dispiegare il sistema missilistico, acquistato da Mosca, lungo la sua costa meridionale, vicino ai luoghi dove le forze navali turche scortano già navi per esplorare i depositi di gas nel Mediterraneo orientale».

Lo scenario che va delineandosi vede Turchia e Russia da una parte e, dall’altra, UE e USA a sostegno dei Paesi dell’EMGF. Anche il gas del Mediterraneo orientale, dunque, sembra essere entrato nelle indistricabili logiche dello scacchiere geopolitico internazionale.

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