mercoledì, Maggio 12

Gas, la partita di Teheran Secondi per riserve dopo la Russia, gli iraniani sfidano il Cremlino nell'Ue

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Kurdistan oil 

La crisi ucraina apre un punto interrogativo sulle forniture di gas all’Europa, che dipende per almeno un terzo del suo fabbisogno (30%) dalle riserve russe. L’anarchia di Tripoli solleva preoccupazioni sull’estrazione futura del petrolio nelle oasi libiche. E per quanto i leader di Bruxelles ci vadano cauti a tagliare i ponti con il Cremlino e le gambe alla nuova Libia post-Gheddafi, nuovi interlocutori, consapevoli della grande necessità di idrocarburi del continente, bussano alle porte.
Il Presidente americano Barack Obama ha provato a rivendere all’Unione europea (UE) il suo gas shale (da scisti, attraverso il fracking). Anche la Bolivia, già leader nelle esportazioni di gas in America latina, si è proposta come nuovo partner oltreoceano. E in prospettiva, anche l’Iran – potenzialmente, primo fornitore di gas al mondo, se il maxi giacimento del South Pars-North Dome, condiviso con il Qatar nel Golfo Persico fosse sfruttato come le riserve russe – si è fatto avanti.
Il disgelo sul nucleare ha favorito l’approccio con Bruxelles, anche perché la Repubblica islamica non ha mai nascosto la sua rivalità in campo energetico con lo storico alleato di Mosca.
Potendo, anche dopo la Rivoluzione khomeinista (1979) l’Iran avrebbe fatto a meno della protezione del Cremlino: il quale, se da un lato ne ha garantito la sopravvivenza durante l’isolamento, dall’altro ne ha sempre limitato uno sviluppo industriale autonomo, a tutela dei propri interessi nazionali.
Con un rapporto così complesso alle spalle, non stupisce la mossa audace del Ministro iraniano del Commercio Mohammad Reza Nematzadeh, che ha colto la palla al balzo dello scontro tra Mosca e Kiev, offrendo l’Iran come «partner affidabile per le forniture di gas verso l’Europa», in vista di un «ruolo di primo piano nel mercato internazionale energetico».

Far arrivare il gas naturale iraniano nel Vecchio Continente richiede tempi ancora più lunghi della collaborazione tra Stati Uniti e Ue sul gas shale, comparto tutto da costruire.
Per far rientrare le società occidentali nella Repubblica islamica intanto deve cadere l’embargo economico e finanziario (Usa, Ue e Onu), rafforzato dalla crisi del 2009 e sollevato solo in piccola parte dal 2014, con l’entrata in vigore dell’intesa provvisoria di sei mesi sul nucleare iraniano. E rendere definitivo entro giugno l’accordo di Ginevra è una deadline non favorita dalla nuova Cortina di ferro sorta tra il Cremlino e Washington.
Scattate le sanzioni Usa contro Mosca, i russi hanno infatti puntualmente minacciato («se costretti»), di ostacolare le trattative iraniane in corso a Vienna con le potenze occidentali. Da parte sua Teheran, pur tenendosi come la Cina debitamente alla larga dalla questione Ucraina, non potrà far venir meno al Cremlino il suo sostegno, quanto meno tacito, come membro dell’asse dei non allineati.
Di conseguenza, il processo di apertura con l’Ue e gli Stati Uniti ne uscirà inevitabilmente rallentato e con esso la corsa al gas e al petrolio iraniani. Agli scogli politici, si aggiungono poi i limiti strutturali e infrastrutturali della Repubblica islamica, strozzata da oltre 30 anni dalle sanzioni: con le restrizioni europee contro Teheran introdotte nel 2012 sulla scia degli Usa, le compagnie occidentali al lavoro ai cantieri del South Pars (la parte iraniana dei giacimenti) hanno dovuto sospendere gli investimenti.
Per sfruttare le riserve di gas, in larga parte inesplorate sia offshore sia sulla terraferma, in Iran sarebbero benvenute multinazionali estere tradizionalmente amiche come gli italiani dell’Eni. In partnership con gli Stati confinanti occorre poi realizzare il maxi gasdotto verso l’Europa, che da anni Teheran ha in ballo con la Turchia (persian pipeline). O, in alternativa, la conduttura attraverso l’Iraq e la Siria, sbocco strategico sul Mediterraneo, con il Libano, per il gas dal Golfo persico.

Entrambi i gasdotti iraniani progettati confliggono con i piani dei gasdotti del Qatar, per i quali Siria e Turchia sono state egualmente corteggiate dal nemico. Confliggono con la pipeline Nabucco (poi TANAP, Trans-Anatolian pipeline) dall’Azerbaijan, di nuovo in auge se nei prossimi mesi il cantiere del South Stream firmato tra i Paesi europei e la Russia andasse a carte quarantotto. E confliggono infine con il regime di attuale monopolio di Gazprom nell’Ue.
Il terreno è fluido, come le alleanze variabili tra i Governi, a seconda dei focolai di crisi in corso. Se, per esempio, fino al 2010 l’Iran puntava sulla persian pipeline con la Turchia, corrisposto dall’interesse dei partner, poi le sanzioni dell’Ue hanno spinto Teheran a ripiegare sulla conduttura in Siria, in stand by tuttavia per la guerra civile e l’avanzata jihadista nella regione.
Con la svolta delle presidenziali iraniane del 2013, il dialogo tra Iran e Occidente ha rimescolato di nuovo le carte. E cadute in parte le restrizioni, da febbraio Teheran ha ripreso gli incontri con Ankara per i 5 mila metri di gasdotto fino alla Turchia e, da lì, alla Grecia.

Affamato di risorse energetiche, il Governo di Recep Tayyip Erdogan acquista dalla Repubblica islamica forniture di gas seconde solo a quelle russe. Spetta alla Turchia, a questo punto, scegliere se, in prospettiva, investire sulle ingenti risorse del South Pars iraniano, come probabilmente discusso nella recente visita di Erdogan a Teheran. O se piuttosto, come rilanciato dal ministro dell’Energia turco Taner Yildiz dopo i litigi tra Ue e Russia su Kiev, offrire, in un ottica di breve termine, un assist a Mosca, per «far passare il South Stream dalla Turchia, anziché dalla Bulgaria».
Senza un Islam diviso, il primato russo nell’export di gas naturale, con riserve di circa 49 mila miliardi di metri cubi, verrebbe di colpo oscurato dal flusso di gas dal Golfo Persico: quasi 60 mila miliardi di metri cubi dai due Stati rivali, non solo nei campi del South Pars-North Dome (circa il 10% delle riserve mondiali) ma da siti minori che, soprattutto in Iran, restano da estrarre e in alcuni casi persino da scoprire.

Dai dati della ‘World Oil and gas review‘ dell’Eni del 2013, la parte iraniana risulta la più ricca di gas, per quanto, offshore, finora sia territorialmente minore: un tesoro di quasi 34.200 miliardi di metri cubi, contro i circa 25.100 miliardi del Qatar.
Anche se non esattamente a portata di mano, il potenziale enorme di gas della Repubblica islamica fa gola e per Mosca è una minaccia da contenere, visto che i giacimenti russi, estinguibili in una 70ina di anni, saranno per forza di cose surclassati dalle riserve iraniane e qatariote, con davanti 200 anni di vita.
Nell’ultimo decennio il Qatar filo-occidentale ha quadruplicato la propria produzione di gas naturale – diretto, oltre che il Asia e Nord Africa, nei Paesi europei (Spagna, Gran Bretagna e Belgio) meno dipendenti da Gazprom – da circa 40 miliardi a 169 miliardi metri cubi l’anno.
Tenuto conto dell’embargo, anche la marcia di Teheran (da circa 80 mila a 160 mila metri cubi l’anno), è cresciuta a ritmi considerevoli, pur lontani dagli oltre 640 miliardi di metri cubi delle Russia del 2012.
Sul sito Iraniangas‘, nel 2014 la National iranian gas company ha annunciato l’obiettivo di produrre un miliardo di metri cubi di gas al giorno in tre anni, grazie agli investimenti infrastrutturali e all’esplorazione di nuovi siti.
A febbraio Tehran Times’ ha riferito di saggi in corso in alcune regioni dell’Iran centrale: test che, dal 2009, hanno fatto salire le stime di riserve nazionali da 29.600 miliardi a oltre 34 mila miliardi di metri cubi.
Prima delle sanzioni dell’Ue, con gli iraniani di Petropars allo sviluppo del South Pars hanno partecipato colossi energetici stranieri come l‘Eni, i francesi di Total e i russi di Gazprom. La nuova Amministrazione del Presidente Hassan Rohani è al lavoro per ampliare i contratti di buy back (energia e altre agevolazioni in cambio di investimenti delle società nei cantieri) e proporre accordi commerciali attraenti per le compagnie straniere.
È bastato togliere alcune limitazioni sull’export, per far volare le vendite del petrolio iraniano (+36% a marzo, solo con la Cina). Naturale che, anche sul gas, Teheran giochi la sua partita: «Non vogliamo far concorrenza alla Russia, solo partecipare all’export in Europa», ha proposto il Ministro Nematzadeh dalle pagine del quotidiano economico tedesco ‘Handelsblatt‘.

 

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