domenica, Settembre 26

Gas: grosso guaio in Asia Centrale Gli scontri tra Tagikistan e Kirghizistan nelle strategie energetiche cinesi sono appena iniziati, quali saranno le sorti?

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Forniture russe dalla Siberia o turkmene attraverso l’Asia Centrale? Entrambe, sembra essere la risposta del Governo cinese in quest’ultimo quarto di 2014.

Malgrado gli scontri di frontiera estivi tra Kirghizistan e Tagikistan, lo scorso settembre la China National Petroleum Corporation (CNCP) ha dato inizio ai lavori della Linea D del Gasdotto dell’Asia Centrale (CAGP, secondo l’acronimo inglese per ‘Central Asian Gas Pipeline’).

A inizio di novembre, poi, la Cina ha firmato un memorandum d’intesa con Mosca per la costruzione di una ‘via occidentale del gas’: questa connetterà i giacimenti della Siberia occidentale con la zona nord-occidentale del territorio cinese, trasportando 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno per 30 anni.

Il memorandum si aggiunge all’accordo, firmato tra i due Paesi lo scorso maggio, di fornitura da parte russa di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno, per un periodo di 30 anni a partire dal 2018, attraverso la cosiddetta ‘via orientale del gas’, che connette il giacimento di Kovykta, nella Siberia orientale, al territorio cinese da est.

L’intensa cooperazione sino-russa non sembra comunque rallentare gli sviluppi del gasdotto dell’Asia Centrale, che collega i giacimenti del Turkmenistan al territorio cinese. Nel caso del CAGP, tuttavia, si tratta di un sistema di gasdotti, formato da 4 linee: tre di queste, chiamate A, B e C, corrono per circa 2.000 chilometri dal Turkmenistan allo Xinjiang, attraverso Uzbekistan e Kazakhstan, e sono già in funzione.

La quarta linea, la D, fin dallo scorso anno ha creato diversi dubbi a causa dei territori che attraversa: Tagikistan e Kirghizistan. Si tratta di due Paesi quasi totalmente dipendenti, a livello energetico, dalle importazioni e, soprattutto, dai rispettivi confini non ben delineati. Questione che ha portato in varie occasioni, nel 2014, a uno scambio di fuoco tra posti di frontiera dei due Paesi.

La causa? Una strada e un acquedotto legati all’enclave tagika di Vorukh, che ospita 40.000 abitanti, situata all’interno della provincia kirghisa di Batken, non lontano dal confine tra i due Paesi.

I primi tafferugli si sono avuti già a gennaio attorno al progetto delle Autorità kirghise di costruire una strada che evitasse l’enclave di Vorukh, dove spesso si verificano scontri o schermaglie tra le guardie tagike e gli automobilisti kirghizi.

I problemi sono sorti quando gli operai kirghisi si apprestavano a proseguire i lavori in un tratto di Vorukh presidiato dalle guardie tagike, poiché territorio ancora conteso tra i due Paesi. Ne è nato uno scontro a fuoco tra le rispettive guardie di frontiera, con il ferimento, in totale, di cinque agenti.

A luglio, poi, gli scontri si sarebbero rinnovati a causa della costruzione di un acquedotto sempre a Vorukh, che avrebbe, ancora una volta, attraversato una parte di territorio contesa. Il tentativo, da parte delle guardie kirghise, di impedire ai trenta operai tagiki di eseguire il lavoro avrebbe spinto questi ultimi a rispondere con un lancio di sassi, che a sua volta avrebbe scatenato una sparatoria tra le guardie dei due Paesi. Il bilancio è di otto feriti e un morto tagiki.

Semplici scaramucce di confine? Probabilmente sì, ma che evidenziano una tensione latente più ampia, legata all’indeterminatezza di parti del confine tra i due Paesi.

Tuttavia, malgrado l’instabilità dell’area, lo scorso settembre il Presidente cinese Xi Jinping e la sua controparte turkmena, Gurbanguly Berdymukhammedov, confermavano la volontà di procedere con la linea D, durante la visita di Xi ad Ashgabat, e nello stesso mese iniziavano i lavori nel settore tagiko.

Una sorpresa per diversi analisti, che scommettevano come gli scontri estivi avrebbero spinto i cinesi a legarsi maggiormente alle forniture russe.

In realtà, il Sistema CAGP è un progetto tutt’altro che secondario: lo scorso anno, le sole linee A e B hanno portato 27 miliardi di metri cubi di gas alla Cina. Con l’aggiunta della linea C, attivata a giugno di quest’anno, la portata dovrebbe raggiungere 55 miliardi di metri cubi all’anno per la fine del 2015. La linea D, infine, dovrebbe aggiungere altri 25 miliardi di metri cubi.

Secondo i piani, una volta a regime il CAGP porterà in Cina 80 miliardi di metri cubi di gas all’anno, circa il 40% delle importazioni di gas di Pechino.

Un progetto che, qualora trovasse pieno sviluppo, competerebbe con quello sino-russo.

E, soprattutto, garantirebbe alla Cina un’importante diversificazione delle fonti di approvvigionamento, stabilizzando l’intera struttura generale del consumo nel Paese. Infatti, qualora le forniture turkmene raggiungessero il pieno regime, il gas naturale aumenterebbe il suo peso del 2% sul totale del consumo cinese, riducendo così il consumo di carbone e le ricadute negative di quest’ultimo sull’aria e sull’ambiente.

Per il Turkmenistan, d’altra parte, il progetto è fondamentale al fine di una diversificazione delle esportazioni energetiche, che prima del CAGP passavano per il 70% attraverso gasdotti russi ed erano dirette perlopiù in Russia e Iran.

Il Turkmenistan si è vincolato, con un accordo quadro nel 2012, a fornire alla Cina 65 miliardi di metri cubi all’anno, con l’aiuto di 10 miliardi in arrivo dall’Uzbekistan e 5 miliardi dal Kazakhstan.

In realtà, il raggiungimento, o il superamento, di questa soglia sarà determinato dagli sviluppi del gigante turkmeno ‘Galknysh’, ritenuto essere il secondo maggior giacimento di gas al mondo, ma ancora non pienamente sfruttato.

Per quanto riguarda invece la sola linea D del progetto, gli scontri estivi tra Tagikistan e Kirghizistan hanno rappresentato comunque una minaccia al pieno raggiungimento degli obiettivi.

Tanto che, come avvertono gli analisti della rivista di settore ‘Natural Gas Asia’, sorge il dubbio che la Cina stia perseguendo lo sviluppo della linea D, visti i rischi che quel passaggio presenta, in chiave più strategica che commerciale.

Da un lato, infatti, l’attivazione e il potenziamento della linea D mirerebbe ad alleggerire il carico di gas che passa per il Kazakistan. Il Paese, infatti, è sospettato da Pechino di operare delle ‘deviazioni’ di parte del gas turkmeno dal gasdotto per raccogliere una scorta per i mesi invernali.

In secondo luogo, la ripresa dei lavori della linea D sarebbe stata usata dalla Cina come sprone nei confronti della Russia, affinché concedesse migliori condizioni nel contratto per la ‘via occidentale del gas’.

Una sorta di partita a scacchi da parte di Pechino, che starebbe sfruttando le strategie di diversificazione delle fonti di approvvigionamento come arma nei negoziati con i maggiori fornitori.

E che potrebbe continuare anche dopo la firma dei contratti con la Russia, con lo scopo di spingere Mosca a rispettare le scadenze dell’accordo dello scorso maggio riguardo alla ‘via orientale’, secondo cui l’impresa russa Gazprom fornirà, a partire dal 2018, 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla cinese CNPC.

 

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