giovedì, Agosto 5

Gas e petrolio shale, cronaca di una morte annunciata image

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shel oil

Le equazioni, si sa sono caratterizzate dalle incognite. Quelle energetiche hanno invece una curiosa particolarità. Il loro maggior rompicapo è rappresentato dai termini.  Soprattutto di uno, il mix energetico, da cui ne discende l’altro, di gran lunga più importante, la sicurezza degli approvvigionamenti. Un rebus cui ogni tanto sembra essere a un passo dalla soluzione. Tranne poi dover ripartire da capo. L’ultimo atto in ordine di tempo di questa rappresentazione è arrivato da  gas e petrolio bituminosi. Osannati come i nuovi eldoradi delle materie prime, le prospettive degli idrocarburi di origine rocciosa iniziano ora a  mostrare la corda. E ciò nonostante il fatto che pochi giorni fa la Commissione europea abbia deciso di agevolare lo sfruttamento dei giacimenti continentali di gas e olio shale.

All’ottimismo di Bruxelles si è contrapposta infatti la doccia fredda delle valutazioni dell’Agenzia internazionale per l’energia. Secondo l’IEA in questo settore gli Stati Uniti rispetto al vecchio continente, sarebbero anni luce in anticipo. Da qui la previsione che a breve le esportazioni europee di beni caratterizzati da alta intensità energetica crollerano di un terzo. Una profezia che se si realizzasse vedrebbe il corollario della fuga verso l’America delle aziende europee del settore. Alla base di questo nuovo rivolgimento industriale vi sarebbe il crollo dei costi dell’energia Usa. L’ennesimo vantaggio strategico di Washington dovuto appunto alla rivoluzione bituminosa. Ma sarà veramente questo lo scenario del futuro? Finora in realtà non è stato cosi e non vi è nulla nelle prospettive a breve che confermi queste visioni apocalittiche dei rapporti industriali Usa-Ue. Anzi da molti indizi si direbbe che non si andra’ affatto in questa direzione. Si moltiplicano infatti le valutazioni secondo cui le prospettive del boom di petrolio e gas bituminoso siano state fatalmente sopravvalutate.

Gli idrocarburi da shale si producono attraverso la perforazione della roccia da cui, con speciali procedimenti chimici, si estraggono i minerali. Esiste però il problema che strati pietrosi di questo tipo non sono poi cosi numerosi. Negli Usa si trovano soprattutto nel nord Dakota. Le cifre affermano che comunque negli Stati Uniti grazie alla frantumazione la produzione di gas è cresciuta del 30%, quella di petrolio del 50%. Bel risultato con c’è che dire. Ora però la nuova corsa all’oro potrebbe essere vicina al traguardo. Questo almeno il pronostico di Deborah Rogers. In un suo nuovo studio, l’economista Usa afferma che gli imprenditori del settore avrebbero truccato le carte sopravvalutando le prospettive di gas e petrolio shale. Alcuni avrebbero artificialmente maggiorato le potenziali riserve di oro azzurro bituminoso aumentadole addirittura del 500%. Un imbroglio dovuto al fatto che solo presumendo l’esistenza di tanto gas nelle rocce si attirano sempre più investitori. Senza contare che cosi il prezzo dei terreni benedetti dalla nuova manna schizza alle stelle.

Ora però il gioco di prestigio potrebbe rivoltarsi contro chi l’ha ideato. Lo sfruttamento  sempre più spinto di questo tipo di giacimenti, ha infatti fatto crollare il prezzo del petrolio West Texas Intermediate (Wti). Al momento un barile, 159 litri, di questo tipo di oro nero costa 92,80 dollari, venti in meno rispetto alla scorsa estate. Prezzi che non solo aumentano lo spread col petrolio Brent del Mare del Nord, ma rendono anti economico il trasporto dell’oro nero shale made in Usa ai porti americani. Con la conseguenza che all’interno degli States si crea un eccesso di offerta. Il calo del prezzo del minerale rende poi irrazionale ogni progetto di nuovi investimenti. Nessun imprenditore è disposto a impegnarsi nel settore. Un declino di investimenti, mostrato in maniera impietosa dai numeri. Lo scorso anno  negli Usa questa nuova forma di tecnologia energetica ha visto partecipazioni pari a 3,4 miliardi di dollari. L’anno prima erano stati 7 miliardi i i biglietti verdi ingoiati dal settore. Nel 2011 35 miliardi di dollari avevano spianato la strada all’euforia shale. Un vero buco nero.

Ma il bello deve ancora venire. Uno studio dell’azienda di consulenza IHS è arrivato alla conclusione che dal 2008 il settore vede più investimenti che guadagni. Ossia da cinque anni chi lavora alle prospettive di gas e petrolio di origine rocciosa lo fa in perdita. Lo scenario poco entusiasmante è confermato anche da Bloomberg. Secondo la struttura finanziaria Usa, lo scorso anno la degradazione del rating di molte imprese del settore sarebbe stato causato proprio dalla dimunizione del prezzo di vendita dell’energia e i deludenti risultati dei giacimenti. Detto in soldoni,  la quantità di idrocarburi portati alla luce è inferiore al costo del lavoro svolto.

Una verità difficile da accettare per tutti coloro che in questo tipo di industria per molto tempo avevano visto la propria gallina dalle uova d’oro. Un’accusa che non si puo’ rivolgere a Peter Vose. Il manager di Royal Dutch Shell è stato infatti uno pochi imprenditori ad aver fatto valutazioni realistiche dichiarando lo scorso anno alla Reuters, come «il business non si rivelato cosi fruttuoso come molti si attendevano». Una bocciatura cui l’azienda olandese ha fatto seguire i fatti. Due miliardi di dollari di investimenti cancellati oltre che una valutazione più sobria degli incassi nel medio periodo. Non sono però solo gli imprenditori ad avere problemi. Un passo decisivo nell’accantonamento del progetto shale arriva ora dalla natura. Gli strati rocciosi iniziano a rivelarsi meno fertili del previsto.

Lo scorso anno il geologo canadese David Hughes ha analizzato tutti i dati della produzione shale disponibili negli Usa. I risultati della ricerca hanno inquietato ancora di piu’ gli operatori del settore. Secondo lo scienziato a breve la quantità di gas estraibile dalla roccia dovrebbe abbassarsi più rapidamente di quanto  previsto. Un risultato confermato anche l’Agenzia internazionale per l’energia che sempre più spesso passa al setaccio valutazioni e prognosi di imprenditori e Stati. Le stime dell’Aie suggeriscono non solo che la marcia indietro della produzione di petrolio bituminoso sia già in corso, ma che entro il 2020 dell’attuale cuccagna energetica shale non resterà più nulla. Che tra dieci anni questa tecnologia perderà di significato è già oggi il senso comune degli specialisti del settore.  

Ripensamenti cui non sono estranee nemmeno preoccupazioni ecologiche. Tecnologia shale, gas e petrolio cosi estratti, appestano già ora terreno e strati rocciosi. Su internet esistono video che motrano come dai rubinetti oltre ad acqua potabile esca anche gas infiammabile. Forse esagerazioni. Ma il tempo delle rocce da cui si possa ricavare gas e petrolio a volontà, più che un miracolo si sta rivelando un pio desiderio.             

 

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