sabato, Settembre 25

Garcia Marquez: la morte ai tempi dei social La morte di Marquez ha imperversato sui social, FB in testa, creando un'inopinata e vacua epidemia di 'marquezzologi'

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garcia marquez 

 

Da ieri sera, i media sono inondati di ‘coccodrilli’.

No, non quelli della foreste equatoriali, fra cui si possono annoverare certe colombiane, ma mi riferisco agli apparentemente innocui files giacenti nelle memorie dei pc dei giornalisti  -o para-tali-, che li sfoderano al momento opportuno (tranne decessi imprevedibili) per omaggiare illustri defunti.

Qui a ‘L’Indro’, però, siamo differenti‘ e non replicheremo il copione che ha accomunato l’informazione ‘omologata’, impastata di citazioni e epicedi di illustri maitres à penser.

La scomparsa di Gabriel Garcia Marquez -sono diventati tutti en amitié con lui, osando nel discorso un audace Gabo- offre il destro per avviare una riflessione più ampia, che parte dalla sua morte, ma che fotografa un fenomeno sociale non so se dire inquietante o, al tempo stesso, culturalmente stimolante.

Rappresento una ‘bacheca forte’ su Facebook, ho 4.085 ‘amici’ e 529 ‘followers’.

Ebbene, dal momento in cui si è diffusa la notizia che ‘Lui’ non c’era più, vi è stata una catena di commenti di cordoglio e molti sono andati a pescare nel web sue citazioni; inoltre, come se fosse uno status symbol, in tanti hanno fatto outing e hanno proclamato che è stato lui il loro scrittore di formazione, che a lui debbono chissà quali grandi illuminazioni.

Insomma, si è verificata una vera e propria epidemia di marquezzologi, a cui ho dato anch’io il mio contributo (è inutile che faccia la virtuosa, sapete che sono versata all’autocritica, mettendomi, nel contempo, al sicuro da rinfacci giustificati), condividendo una serie di brani del Nobel colombiano che parlavano al mio cuore ed erano stati postati da altri.

Fosse morto dieci anni fa, come Tiziano Terzani, Marlon Brando, Helmut Newton o Henry Cartier-Bresson (vado per fama, non per attività letteraria), i soli media avrebbero avuto il monopolio della sua commemorazione e la sua morte non avrebbe quasi offerto occasione di confronto e di dibattito.

Morire ai tempi dei social, FB in testa, ha un effetto da cerchi nell’acqua, ma è anche, per alcune prefiche on line, un incentivo alla vanità, al vestire le piume del pavone per autocertificarsi un reseau culturale più saldo di quello che si ha in realtà.

Sono consapevole di dire cose scomode, che a molti sembreranno ostiche, oppure una difesa ad oltranza del ruolo del critico letterario.

So che la cultura è (e deve essere) democratica e accessibile a tutti, ma spesso resto interdetta di fronte ai comportamenti di chi vuole arruolarsi nella legione dell’uomo o della donna di cultura e, poi, ad un confronto approfondito, rivela di avere solo un’infarinatura, senza radicamento.

Con queste osservazioni fuori dal coro (non potevo sguazzare meglio che ne’ ‘L’Indro’) credo di rendere un migliore ‘omaggio allo spirito’ di Gabriel Garcia Marquez di quei Colleghi che hanno ripescato il ‘coccodrillo’ di cui sopra dalle cartelle sul desktop o lo hanno confezionato con un più o meno riuscito copia e incolla sul web.

Lui non meritava le banalità, perché proprio il suo messaggio culturale le rifuggiva; anzi, con tutto il meritatissimo Nobel per la Letteratura, quasi prendeva le distanze da chi lo definiva ‘scrittore’, preferendo la professione di giornalista.

Anche Garcia Marquez, come le persone che più mi stanno a cuore, si riteneva quasi privilegiato a poterla fare ed era riuscito a trovare un originale mix di scrittura.

No, non quel realismo magico‘, altra targa che lo orripilava e che tanti si ostinano a usare, bensì un ‘giornalismo dell’anima‘ che, a mio avviso, è un’espressione che meglio riesce a farci comprendere chi è stato quest’uomo speciale.

Ha scritto pagine indimenticabili (vedi i copia e incolla che hanno imperversato), a cui gli innamorati, coloro che hanno negli occhi anima e sentimenti, hanno attinto a piene mani.

E’ questo l’elemento, la marcia in più, che fa conquistare un Premio Nobel, la capacità di dare voce all’universale dell’umanità.
O, almeno, ciò avviene quando la giuria l’imbrocca: un tale fenomeno non si replica per davvero ad ogni Premio Nobel per la Letteratura.

Per Garcia Marquez sì; e via via che si imbocca la strada della maturità (anche quella… maturissima) le sue parole danno sollievo come un balsamo a chi è angosciato dal prefigurarsi un futuro, lungo o corto che sia, senza i fiori del bene dei sentimenti, senza quel sentimento pieno di nuanches che banalmente definiamo ‘amore’.

Non dimentichiamo, inoltre, che una sua profezia ce la ritroviamo realizzata in ‘casa’: mi riferisco al suo ‘L’autunno del patriarca‘ che quasi prefigura la parabola (ascendente e discendente) di un certo ‘Innominato.

E adesso, in piena contraddizione con quanto ho finora sostenuto, attingo proprio ad una frase dello scrittore scomparso per esprimere il mio pensiero finale: «Non piangere perché una cosa finisce, sorridi perché è accaduta».

Nel suo caso, non piangiamo perché Gabriel Garcia Marquez èfinito‘ (nei modi di dire familiari delle mie parti, si usa il verbo finire per indicare il decesso di qualcuno…), sorridiamo perché è stato fra noi e ci ha donato gioia e stimoli intellettuali

 

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