venerdì, Giugno 18

Gambia, emigrazione e attesa della manna petrolifera

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Kampala – Il Gambia, enclave anglofona all’interno del territorio del Senegal, conta due milioni di abitanti ed ha una economia estremamente fragile. La situazione dei giovani è drammatica. Il tasso di povertà è del 72% e quello della disoccupazione del 38% secondo le cifre ufficiali che non contano gli impieghi precari, part time e nel settore informale che fanno salire la disoccupazione reale al 56% secondo time di economisti africani. Questo provoca una fuga di massa dei giovani gambiani Dal 2013 è il quarto paese africano affetto alla emorragia emigratoria. Un dato impressionante comparato al trend inverso della maggioranza dei Paesi africani che si stanno sviluppando dove l’emigrazione sta drasticamente diminuendo e si assiste al fenomeno di ritorno migratorio della diaspora emigrata tre decenni fa in Occidente che sta ritornando per contribuire allo sviluppo dei propri paesi e migliorare la loro condizione di vita.

Dall’inizio di quest’anno 8.000 giovani gambiani hanno attraversato il Mediterraneo, 5.000 di essi sono giunti in Italia secondo le cifre fornite dalla Organizzazione Internazionale per la Migrazione. Le principali cause di questo esodo biblico sono la mancanza di prospettive occupazionali e l’insicurezza alimentare che colpisce la maggior parte della popolazione causando malnutrizione diffusa. Gli immigrati gambiani rimangono vulnerabili anche quando riescono a raggiungere l’agognata Europa. La maggioranza di questi è analfabeta e non ha nessuna competenza professionale. Questo li costringe a rimanere eterni fruitori della assistenza sociale, accettare lavori di manovalanza mal pagati o peggio ancora essere assorbiti nei ranghi della malavita.

Il governo per arginare l’emorragia emigratoria ha lanciato un programma di sviluppo agricolo con il supporto della ONG britannica Concern Universal. L’obiettivo è di modernizzare l’agricoltura rendendola più produttiva ed assicurare la sicurezza alimentare attualmente molto debole per oltre il 25% della popolazione pari a 500.000 persone. Un progetto pilota è stato avviato presso la regione di Banjul (una delle più povere del paese). Il progetto, denominato Livelihood Empowerment Agriculture Project – LEAP (Progetto di Rafforzamento Agricolo e Pastorizio). Il progetto, di cui beneficeranno 24.000 persone è attuato da una partnership formata dal Governo (Ministero dell’Agricoltura), la ONG inglese e l’Agenzia di Sviluppo gambiana WWuli Sandu e si basa sulla formazione di moderne tecniche di agricoltura e di pastorizia, su rendere accessibili agli agricoltori e ai pastori attrezzature agricole, concimi, pesticidi non invasivi, cure veterinarie.

Una sezione importante delle attività progettuale è dedicata alle problematiche legate al riscaldamento climatico che stanno rendendo l’agricoltura del paese estremamente vulnerabile a inondazioni improvvise o a periodi prolungati di siccità. Verrà costruito un sistema di irrigazione sul modello israeliano per iniziare la risicoltura. In realtà il LEAP non è un progetto pilota ma la seconda fase di un progetto analogo iniziato due anni fa dove 832 famiglie beneficiarie hanno goduto di un considerevole aumento del loro tenore di vita. “Dopo aver ricevuto la formazione e gli aiuti sotto forma di prodotti agricoli ho triplicato la produzione agricola del mio campo potendo nutrire la mia famiglia e vendere la produzione in eccesso ai mercati vicini. Questo mi ha reso ora eleggibile ad accedere a prestiti agevolati per migliorare la mia azienda agricola. Grazie all’aiuto ricevuto ora sono entrato nel mercato agricolo vero e proprio e non ci penso nemmeno ad emigrare in Europa) dichiara al quotidiano inglese The Guardian un agricoltore della zona: Ousman Jallow.  Secondo gli esperti africani il progetto ha ottime possibilità di riuscita. Il Governo è impaziente a verificare il vero impatto sulla popolazione e sulla diminuzione dei flussi emigratori della zona beneficiaria del progetto, al fine di replicarlo su scala nazionale.

Lo sviluppo del settore agricolo è di strategica importanza e viene considerata una priorità dal governo che dovrebbe ridurre l’emigrazione in Europa. Ma la vera possibilità di sviluppo del Paese e della fine dei flussi migratori proviene dalla industria degli idrocarburi. Il Gambia fa parte del Golfo di Guinea assieme al Senegal, Liberia, Guinea Bissau. Le ricerche esplorative condotte a partire dal 1990 hanno confermato che le acque territoriali del piccolo Paese africano hanno lo stesso sottosuolo formatosi tra il Mesozoico e il Paleozoico delle acque territoriali dei Paesi confinanti già attivi nella industria petrolifera. Secondo i primi studi ancora da confermare in pieno  le acque territoriali della Gambia custodirebbero 1,4 miliardi di barili di petrolio e immensi giacimenti di gas naturale. Questo permetterebbe al paese di accedere al Club dei produttori del Golfo della Guinea e di trasformarsi in una economia di petrodollari. La bassa densità demografica renderebbe praticamente ricchi tutti i suoi abitanti tramite un semplice sistema di sussidi governativi finanziati dai profitti dell’industria di idrocarburi.

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