lunedì, Settembre 20

Il G7 di Taormina e Donald Trump

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In un dibattito sulla controversa questione delle sanzioni economiche alla Russia, che posizione potrebbe assumere il nuovo Presidente americano Trump?

Da una parte della sua politica internazionale, Trump aveva prospettato una Russia come partner fondamentale e quindi avrebbe tutto l’ interesse ad alleggerire le sanzioni. Dall’ altra è costretto a fare muso duro in ragione della politica interna perché tutta la questione del suo rapporto con la Russia ha messo in crisi la sua posizione e quella del Paese. E’ un punto interrogativo. Come si diceva prima dell’ elezione, in fondo, qual è il programma di Trump? Proprio sulla Russia sembrava chiaro un suo riavvicinamento, in particolare dopo le tensioni degli ultimi anni di Obama, e, invece, si è trovato in una situazione in cui non poteva pretendere questo tipo di avvicinamento. Io non credo nemmeno che si possa opporre drasticamente. E’ ovvio che per l’ Unione Europea la Russia è un interlocutore, ma penso che lo sia anche per gli Stati Uniti.

Da questo punto di vista, il Presidente dovrà trovare un punto di equilibrio tra il problema che si è creato a livello personale, con tutti questi rapporti molto stretti con il regime russo, e la necessità di non dare la sensazione ai propri elettori di essere in qualche modo coinvolto. Occorrerà, secondo me, aspettare almeno la fine del primo anno di mandato per capire perché non c’era un programma ben chiaro su quale sarebbe stata la posizione degli Stati Uniti una volta vinte le elezioni. Si basava tutto su slogan e non so se su questo si troverà in opposizione all’ Europa perché ad un certo punto sarà costretto in qualche misura a lasciare la guida di alcune questioni internazionali proprio all’ Unione Europea. Ecco perché prima dicevo che Trump ha in un certo senso ridato fiato all’ UE, ma non facciamoci illusioni. La crisi europea non si è superata perché c’è Trump o perché è stato eletto Macron in Francia, ma sicuramente c’è stata una trasformazione profonda.

Proprio Macron, da poco eletto alla Presidenza francese, come Trump, ha rivoluzionato la politica nazionale. A livello internazionale, siccome, in questo momento, uno dei maggiori antagonisti del Presidente americano sembra essere Angela Merkel, la Francia, nel rapporto tra la Repubblica Federale e gli Stati Uniti, assumerà un ruolo di mediazione?

Sì. La Francia di Macron si trova effettivamente a metà. Lo si è visto già nell’ incontro tra Trump e Macron. Quest’ ultimo si è rivelato meno tipicamente europeista, sebbene lo sia, di quanto non sembrasse. Tutto sommato è più conservatore sui mercati internazionali, sulla globalizzazione, o comunque deve esserlo per il suo elettorato e in questo senso potrebbe giocare un ruolo ‘cuscinetto’ per ammorbidire e riconciliare la posizione americana e quella tedesca. Molto interessante sarà osservare quale sarà lo sviluppo asse franco-tedesco, anche rispetto ai rapporti con gli Stati Uniti: ci potrebbe portare ad una ridefinizione dello scacchiere internazionale dove non è che dominino i Paesi europei guidati da Francia e Germania, ma, perlomeno, dovrebbero essere dei partner credibili in un contesto che comprende l’ America, ma anche la Cina e la Russia, che non va ignorata perché è, comunque, una pedina importante.

La Russia è uno dei principali attori nello scenario mediorientale. L’ approccio di Trump alla crisi siriana può trovare una larga condivisione nell’ ambito del G7?

Io penso che questo possa essere uno degli argomenti su cui potrebbe raccogliere, con molta cautela, qualche consenso. Resta sempre, però, la sensazione che quest’ Amministrazione non segua una condotta coerente. Lo abbiamo visto in Arabia Saudita e in Israele. Trump è tutto e il suo contrario. Potrebbe trovare consenso su una questione come questa che è delicatissima e di grande rilevanza per tutti i protagonisti della politica internazionale e in cui gli Stati Uniti hanno sempre giocato un ruolo importantissimo. La politica di Obama in Medioriente è stata una sorta di breve parentesi in quella che, oggi che Trump è al potere, sembra essere una linea di continuità con quanto fatto dall’ Amministrazione Bush junior in una regione in cui la Russia è diventata sempre più protagonista a causa del vuoto lasciato dagli Stati Uniti rispetto alle Amministrazioni precedenti.

Una regione sicuramente cruciale perché è proprio il disordine che investe quell’ area a costituire una delle cause del problema migratorio che affligge tutta l’ Europa.

Certamente. Pensavo proprio a questa questione in riferimento al terrorismo perché in Europa il timore è questo, anche se, come si è visto, gli attentatori sono nati e cresciuti in Europa. Indiscutibilmente questo doveva essere un tema centrale e lo sarà. La questione del rapporto tra il nord e il sud del mondo era già stato messo al centro della politica internazionale alla fine del ‘900 e poi, dopo esser stato messo da parte, ritorna alla ribalta perché è un problema che va affrontato. E’ una realtà collegata con la situazione in Siria, in Libia.

Anche sull’ impegno in Libia, Trump potrebbe fare una delle sue giravolte, accettando di impegnarsi anche su quel fronte?

Secondo me sì, non lo escluderei. Se vedrà che farà bene alla sua immagine, alla sua Amministrazione, non escludo che possa cambiare di nuovo posizione. Anche perché da una parte c’è la Cina, quindi un gigante con cui bisogna fare i conti, dall’ altra ci sono la Russia e l’ Unione Europea e tutto le sue dichiarazioni circa questi temi vanno nella direzione contraria rispetto all’ ‘America First’.

Sulla politica ambientale ed energetica la volontà di Trump di rompere con la linea del suo predecessore: meno regole, più attenzione all’ economia. Il confronto con gli altri protagonisti internazionali potrebbe attenuare questa linea?

Indiscutibilmente la sua linea è quella. Così come nella politica estera, in qualche misura dovrà scendere a qualche compromesso, a meno che non intenda isolare gli Stati Uniti dal contesto internazionale. In qualche modo lui dovrà tener conto anche delle altre posizioni. Teneva molto all’ incontro con Papa Francesco per l’ ampio elettorato americano. Bisogna tenere sempre in considerazione quali sono le spinte interne. Molti americani, soprattutto nella zona dove c’erano le grandi industrie, ha votato Trump con l’ idea che l’ ambiente era secondario rispetto al rilancio dell’ economia. Dovrà fare i conti con la realtà e quindi prendere delle posizioni un po’ meno rigide a meno che non voglia portare il Paese al punto da rischiare anche i rapporti internazionali. Io credo che quello a cui stiamo assistendo, poi si vedranno i risultati del G7, sia un ammorbidimento inevitabile della posizione di Trump. Posizione che potrebbe rimanere rigida, ma a quale prezzo? Ecco che allora la sostituzione di alcuni funzionari a lui vicini sia un esempio di come questa Amministrazione stia cercando di aggiustare il tiro.

Lo slogan del G7 italiano è ‘costruire le basi di una fiducia rinnovata’.  Nonostante le perplessità di molti,  l’ obiettivo di ricreare un’ armonia a livello internazionale sarà raggiunto?

Al momento la vedo abbastanza dura. Bisogna vedere gli sviluppi nel lungo periodo. In questo momento Trump ha ancora bisogno di portare avanti, praticamente, la sua campagna elettorale e quindi credo che le posizioni rimarranno piuttosto rigide. Sul lungo periodo, come ci ha dimostrato, dovrà fare i conti con la situazione reale. La Cina è in una posizione di forza, la Russia ha un ruolo altrettanto importante, forse anche l’ Unione Europea potrebbe riprendere di nuovo fiato, sicuramente non potrà non tenerne conto.

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