sabato, Settembre 18

G7 Taormina 2017: tra tensioni interne e perdita di peso internazionale

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Il G7, che si terrà a Taormina i prossimi 26 e 27 maggio, risulta interessante per diversi aspetti. In primo luogo, perché si svolge in una situazione politica internazionale molto complessa. In questo frangente, la crescita dell’influenza di nuove potenze, regionali e mondiali, mette in discussione la supremazia dei Paesi che, negli ultimi trent’anni, hanno dominato la politica internazionale. Da più parti, infatti, c’è chi dice che, allo stato attuale, il G7 non rappresenti più gli effettivi equilibri mondiali: secondo quest’ottica, essendo cambiata la realtà oggettiva dei fatti, questi vertici non avrebbero più motivo di essere.

Il secondo motivo di particolare interesse che caratterizzerà questo G7 è la vicinanza al G20, che si terrà ad Amburgo il 7 e l’8 luglio. In questa sede, i Paesi G7 si troveranno di fronte proprio quelle nuove potenze in ascesa che, come detto in precedenza, renderebbero obsoleti i vertici dei “sette grandi”. Si tratta dei Paesi del cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) che, a dimostrazione delle mutate condizioni geopolitiche, hanno creato un loro fondo monetario indipendente con sede in Cina. L’ultimo motivo che rende interessante il vertice di Taormina è che, per la prima volta, tra i Paesi G7 sembrano essersi aperte delle fratture che rischiano di vanificare il lavoro delle delegazioni.

Le fratture sono principalmente due. La prima è rappresentata dalla nuova amministrazione statunitense. Il nuovo Presidente, Donald Trump, ha da subito espresso la volontà di non agire in continuità con le precedenti amministrazioni. I punti principali di questa discontinuità sono la sua tendenza al protezionismo, la predilezione per gli accordi bilaterali piuttosto che per quelli elaborati nelle sedi multilaterali e, per finire, il rifiuto abbastanza netto delle politiche di protezione ambientale. È chiaro come questi atteggiamenti entrino in contrasto, non solo con le politiche dell’amministrazione del suo predecessore Barak Obama, ma anche con l’approccio che da sempre è stato dominante in sede G7.

L’altra grande ragione di frattura potrebbe essere la tensione che si è venuta a creare tra la Gran Bretagna e i tre Paesi G7 facenti parte dell’Unione Europea (Germania, Francia, Italia). Dopo la vittoria della Brexit e l’ascesa al Governo della conservatrice Theresa May, gli inglesi hanno avviato la procedura di uscita dall’Unione. Già questo sarebbe bastato a creare un clima teso; come se non bastasse, però, il Primo Ministro May ha indetto elezioni anticipate allo scopo di rafforzare il proprio mandato e trattare con Bruxelles da una posizione di maggior forza. I toni della campagna elettorale, in Inghilterra, stanno assumendo toni piuttosto forti e, di conseguenza, i rapporti con gli altri Paesi UE del G7 potrebbero non essere dei più cordiali.

Queste le premesse. Se i Paesi del G7, che di fatto non rappresentano più le prime economie del mondo, non riescono a presentarsi uniti, cosa comporterà questo in sede G20? Come potrà evolvere il rapporto tra i G7 ed i Paesi BRICS? C’è ancora spazio, nel mondo d’oggi, per un direttorio come quello di Taormina?
Per tentare di rispondere a queste domande abbiamo parlato con il Professor Alberto Martinelli, del Dipartimento di Scienze Sociali e Politiche dell’Università degli Studi di Milano.

Come pensa che influirà la sempre maggiore perdita di centralità delle economie G7 sul vertice?

Ormai è da qualche anno che ci sono in parallelo G7 e G20, ma la previsione di una rapida obsolescenza e fine del G7 non si è avverata: il G7 continua ad essere, in qualche modo, una sorta di incontro in cui una parte dei Paesi del G20 cerca di concordare una posizione da far valere all’interno del G20 stesso.
Sembra che continueranno entrambi gli organismi.

Secondo lei, a livello internazionale, i Paesi del G7 hanno consapevolezza dei reali rapporti di forza rispetto ai Paesi emergenti?

Io penso di sì, perché la crescita cinese o l’importanza di Paesi come India o Brasile è molto chiara: non penso che non se ne rendano conto. Continuano a mantenere anche questo altro vertice perché è comunque un’occasione in cui mettere a punto delle strategie concordate. È vero che questo è il momento in cui questo risulta più difficile per la nuova Presidenza americana, però è indubbio che la consapevolezza dei rapporti di forza c’è: non ci sono dubbi a riguardo del fatto che ci sia una distribuzione del potere internazionale che sta modificandosi.

Quanto peserà il cambio di rotta di Donald Trump sulle politiche ambientali e quanto la sua tendenza ad abbandonare le sedi multilaterali per cercare soluzioni tramite accordi bilaterali? Se Trump ignora abbastanza l’ONU e addirittura la NATO, c’è speranza che ascolti i suoi interlocutori al G7?

È difficile parlare di questo perché, come abbiamo visto, Trump cambia spesso opinione oppure dispone una posizione che poi viene in parte, o ridimensionata, o addirittura modificata dai suoi stretti collaboratori.
Direi che sulla NATO c’è stata già una correzione di rotta perché, all’inizio sembrava addirittura la considerasse un’alleanza un po’ obsoleta, invece adesso ne parla come di un’alleanza ancora utile e necessaria, anche se insiste su questa richiesta, che per altro è stata avanzata anche da suoi predecessori, e cioè di una maggiore partecipazione alle spese da parte degli altri Paesi, soprattutto dei Paesi europei.
Su altre questioni, quello che sembrava un rapporto privilegiato della Russia a spese della Cina, non dico che si sia quasi rovesciato, però è stato modificato e in parte ridimensionato. Sull’Iran aveva definito l’accordo sul nucleare iraniano “il peggior accordo mai fatto da un’amministrazione americana”: adesso sembra che venga confermato. È abbastanza difficile, francamente: direi che, per ora, il carattere più evidente è l’imprevedibilità della politica estera di Trump. Questo, naturalmente, accresce la generale incertezza che caratterizza questa fase delle relazioni internazionali.

Quello in cui i parametri sono più stabili e, per ora, non sembrano subire modifiche sono alcune tendenze protezionistiche e la posizione sulla politica ambientale. Le tendenze protezionistiche non riguardano la finanza ma riguardano, in parte il commercio: c’è l’intenzione dichiarata di non portare alla ratifica del Congresso l’Accordo Trans-Pacifico e di rinegoziare il NAFTA, cioè l’accordo commerciale con Canada e Messico. Questo protezionismo riguarda soprattutto il processo produttivo, cioè la lotta alla delocalizzazione, soprattutto nei confronti di quelle imprese che producono all’estero per poi collocare i propri prodotti nel mercato americano.

La politica ambientale, nell’agenda politica di Trump, ha una priorità piuttosto bassa. Anche qui, però, non ci sono ancora clamorosi atti ufficiali come il fatto do non rispettare assolutamente gli accordi che hanno stipulato gli Stati Uniti nella Conferenza di Parigi nel dicembre 2015. Sicuramente su questi due punti le differenze sembrano piuttosto marcate; su altri aspetti, ripeto, c’è un cammino abbastanza tortuoso che a volte sembra andare in una direzione, poi sembra deviare, tornare indietro… quindi bisogna spettare un po’: cento giorni o poco più non sono sufficienti.

Quanto potranno pesare i rapporti tesi tra la Gran Bretagna e i tre membri dell’Unione Europea presenti al G7, ora che gli inglesi sono impegnati nel processo di separazione da Bruxelles e che, inoltre, sono in piena campagna elettorale?

In questa fase, direi che le posizioni tendono a irrigidirsi: sia le posizioni britanniche, perché c’è una campagna elettorale in atto, sia quelle francesi o tedesche, che hanno pure delle campagne in atto perché la Francia deve ancora fare le elezioni per il Parlamento e la Germania ha le elezioni per il Cancellierato. Diciamo che, in questo momento, probabilmente non c’è molto spazio per il dialogo e non ho neanche l’impressione che ci sia un rallentamento voluto ed intenzionale del negoziato.

Sappiamo che dentro l’Unione Europea ci sono posizioni diverse: il Regno Unito ha un vantaggio negoziale, nel senso che è un partner unico, mentre gli altri ventisette devono mettersi d’accordo in qualche modo tra di loro e trovare una posizione univoca; d’altro canto il Regno Unito è più debole perché, e non è solo la mia opinione, Brexit danneggia più il Regno Unito che non il resto dell’Unione Europea.

Queste occasioni non sono importanti perché emergono decisioni fondamentali, sono momenti importanti perché, quando si ha un ricambio nella guida dei Paesi democratici, sono occasioni per ricominciare a conoscersi (e questo vale sia per i leader che per i loro più stretti collaboratori): sono occasioni in cui si pongono le basi per ulteriori trattative, negoziati e così via. In questo senso, hanno la loro utilità che non va però assolutamente esagerata.

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