domenica, Settembre 19

G7, lotta al terrorismo: ‘Sarà dura con un partner come l’Arabia Saudita’

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Quindi secondo lei c’è un’asimmetria tra minaccia e organizzazione e strategia a livello europeo?

Si, ed è dimostrato dal fatto che non abbiamo un esercito europeo e dal fatto che non c’è minimamente, se non in termini molto edulcorati e opportunistici, l’information sharing rispetto alle notizie di Intelligence. La collaborazione tra le diverse agenzie di Intelligence è sicuramente un campo di lavoro e si iniziano a fare dei primi passi, ma non ha nessun attinenza con il livello di pericolo che c’è nella minaccia attuale. Mi spiego, ci stiamo muovendo con grande cautela, quando la minaccia che affrontiamo ha raggiunto un livello di pericolosità molto elevato e ancor di più all’interno del territorio europeo stesso. La disparità di velocità fra minaccia e progressi di ‘information sharing’ è preoccupante. Bisognerebbe abbandonare i manierismi e le cautele, il problema è che in alcuni Paesi o addirittura nello stesso Paese i diversi organi non hanno una conoscenza reciproca delle loro attività. C’è poca volontà di condividere le informazioni.

 

Lei pensa che una tematica coì globale e trasversale, come il terrorismo specie oggi, sia ugualmente affrontabile nonostante il Cremlino, l’interlocutore senza il quale è difficile prendere decisioni di reale impatto globale, sia assente al summit? 

La Russia, secondo un mio modesto parere, deve essere nuovamente e pienamente coinvolta in una dinamica di confronto reale e di coinvolgimento reale rispetto alle soluzioni relative a questo problema.    

 

L’uscita dell’Inghilterra dalla UE ostacolerà in qualche modo la sinergia dei Pasi presenti al G7 nella lotta al terrorismo? 

Io credo di no, nella misura in cui una cosa è quello che si dice alle conferenze stampa pre e post summit, e una cosa è la politica reale che si fa a porte chiuse e a microfoni spenti. Detto questo credo che l’atteggiamento del Regno Unito rispetto a questi temi sia quello di sempre, cioè estremamente conservativo. Loro sanno bene come agire in determinati campi, e lo hanno dimostrato nel tempo.  Nella sostanza non credo che le cose cambieranno troppo. Per altro una cosa che non ho sentito dire, che secondo me è importantissima, è che il Regno Unito sa benissimo come si trattano certi fenomeni, furono loro a inventare delle leggi speciali che permisero al loro sistema di Polizia e di sicurezza di arrestare i parenti dei terroristi e di porli in stato di fermo per due settimane, senza la possibilità di avere contatti con l’esterno, neppure con i loro avvocati. Questo fu uno degli aspetti che permise loro di assumere degli atteggiamenti molto forti ed efficienti nei confronti della minaccia terroristica degli irlandesi. Questo li rende esperti in materia, ma non so quanto siano interessati a condividere alcuni aspetti.

 

Resta alta la preoccupazione per i foreign fighters jihadisti che, a seguito della perdita di territori dello Stato islamico, possono essersi trasferiti in Europa. Oltre ciò, la tematica dei migranti sembra in qualche modo essere interconnessa con la minaccia. Le proposte su misure e politiche per affrontare il fenomeno migratorio sono notevolmente diverse tra i Paesi presenti al G7? 

Io credo che le persone stiano cominciando a interrogarsi in Europa sulla distanza che c’è tra una certa politica ed i fatti che poi accadono. C’è una crasi ed una grande distanza tra quello che la politica fa e quello che accade quotidianamente, credo che non si possa più aspettare. Penso comunque che siano maturi i tempi per capire che va fatto ogni sforzo per evitare di lasciare la palla unicamente all’Italia.

 

Parlando di lotta al terrorismo il G7 dovrà porsi anche il problema del rispetto delle libertà e dei diritti umani. Ritiene che il summit di Taormina i sette saranno in grado di affrontare anche questo problema? 

Io credo che esistono dichiarazioni legittime, e in qualche misura anche condivisibili, a difesa dei nostri principi democratici e a difesa della volontà di non modificare troppo i nostri atteggiamenti, malgrado ci si trovi in guerra. E poi credo che esista una politica del reale legata a quello che veramente ci minaccia. E’ dimostrato il fatto che un determinato sistema di accoglienza non sta funzionando, e che un determinato sistema di inclusione e di rispetto non ha funzionato, prova ne siano le condizioni in cui restano un numero sempre più alto di capitali europee che tutto rappresentano fuorché inclusione e convivenza. La domanda dovrebbe essere più pratica e meno filosofica, ovvero al di là delle ottime intenzioni, che cosa abbiamo ottenuto mantenendo questo tipo di atteggiamento ispirato dalla filosofia e poco attinente alla pratica? Io non so però chi possa portare avanti questo pragmatismo. Vedo teste appiattite e uniformate su di una linea che lei ha citato poco prima, quasi si volesse difendere il fatto che diventa complicato dire che si aveva torto. Dire che non ha funzionato, non significa dover applicare delle misure di forza con tutti i migranti che arrivano, ma significa prendere atto del fatto che quel sistema ci ha posto in una posizione di debolezza e provare a prendere delle contromisure. Questo non vuol dire negare dei principi di democrazia rispetto ai quali siamo ispirati dalla fine della II Guerra Mondiale, ma significa prendere delle decisioni che difendano realmente quei principi.

 

 

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