sabato, Ottobre 23

G7: Draghi sarà il cavallo dello scacchista Biden Dopo il G7 in cui Biden ha ricompattato il mondo occidentale attorno all'obiettivo di puntare tutto o quasi sul rilancio dell'economia attraverso la tecnologia avanzata, Draghi diventa sempre più centrale, e non solo e non tanto per noi, ma per l’Europa

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La frase secca di Xi a proposito del G7, rivela, a mio parere, il clima reale dell’incontro in Cor-novaglia.
Joe Biden, mi sembra, sta cercando di ricompattare il cosiddetto mondo occidentale, al quale chiede di aderire all’India, al Sud Africa e all’Australia, tra gli altri, secondo una strategia che ha due gambe.

Una, la più importante, è quella economica in senso stretto. Si tratta di rilanciare l’economia de-gli Stati Uniti, che, Biden lo capisce, diversamente da Donald Trump, senza l’Europa non ha molte speranze di decollare. Si tratta, alla fine, di fare lavorare ragionevolmente insieme economie analoghe nei mezzi e nella cultura, che possono, però, svilupparsi ad una sola condizione: puntare tutto o quasi tutto sulla tecnologia avanzata. I prodotti si qualificano commercialmente in base alla qualità, dato che, senza di essa, tutto è ottenibile a basso prezzo: a quel prezzo al quale il ‘mondo occidentale’ non può produrre, anche sfruttando le parti meno fortunate delle rispettive popolazioni, e magari aggiungendoci anche gli immigrati sottoposti a regimi di vera e propria schiavitù, come accade in Italia. Questo meccanismo non regge più.

Ho l’impressione, a dire il vero, che uno dei principali risultati di questo incontro sia proprio questo. E se lo fosse, questo sarebbe davvero da collocare tra gli incontri di rilevanza storica. Puntare sull’alta tecnologia e non sulla facilità di produrre a basso costo, infatti, vuol dire in prospettiva ridurre lo sfruttamento dei Paesi più poveri.

La vera guerra, forse, è proprio lì che si gioca. Tra una Cina che si espande sempre di più, compra e sfrutta immense porzioni di terreni agricoli africani, e compra e sfrutta le risorse minerarie africane a prezzi bassi, e Europa e Stati Uniti che, a questo punto, cominciano faticosamente a proporre un modello alternativo.
Per quel poco, quasi nulla che vale in termini economici oltre che politici, la decisione di fare in modo che le grandi imprese multinazionali, comunque in qualche modo paghino le tasse (sia pure solo il 15%) è un modo per inglobare, per così dire, anche loro nel progetto dell’alto sviluppo tecnologico e non nella politica della ricerca del luogo del salario più basso e delle tasse più basse.

È evidente che ciò presuppone in Europa un notevole cambiamento di atteggiamenti e di consapevolezza: basta con i paradisi fiscali, ma basta anche con le economie assistite e con il lavoro in nero.
Per l’Italia, e questo permettetemi è il primo punto che molto mi preoccupa, ciò vorrebbe dire un vero e proprio rovesciamento della nostra mentalità economica, che non so quanto sia nelle carte di un ceto imprenditoriale scadente e imbelle come il nostro. Ma certo, ciò richiederebbe (e in questo senso l’operazione Autostrade ne è una prova) una presenza attiva dello Stato nell’economia. Non c’è dubbio: gli USA investono una cifra colossale nella ripresa, l’Europa non può essere da meno.

E dunque a questo punto, saranno giorni duri in Europa per superare i particolarismi e i revanscismi di bassa lega di molti Paesi europei. E qui il ruolo di Draghi, immagino, anzi, sono certo, sarà decisivo. Sia perché dovrà fare valere la sua autorità e la stima di cui gode a Washington, sia per portare l’Europa verso politiche più moderne … a rinunciare ai nazionalismi.
Proprio così, Draghi diventa sempre più centrale, e non solo e non tanto per noi, ma per l’Europa, dove, per una di quelle strane coincidenze del destino, si uniscono due cose: il G20 a presidenza italiana, e la ‘scomparsa’ di Angela Merkel e la sostanziale inesistenza di Emmanuel Macron. Resta solo Draghi, specie grazie alla provvidenziale uscita della Gran Bretagna.

Certo, in un momento così delicato e difficile, vedere il comico ‘elevato’, fare la sceneggiata di andare a farsi ricevere all’ambasciata cinese, con Giuseppe Conte (che all’ultimo minuto ci ripensa … secondo me deve avere ricevuto una telefonata di fuoco da Draghi) è una di quelle cose che ti fa venire il gelo. Certo, il comico non è nessuno, ma al Ministero degli Esteri la cosa deve avere fatto scalpore, perché si poteva pensare che ci fosse un significato politico, ma visto che sono ancora in attesa di avere un Ministro la cosa alla fine è stata assorbita.
Resta però il fatto che ciò coglie l’altro aspetto della nuova politica di Biden e del G7: la dichiarata riapertura della guerra fredda, sia in termini schiettamente militari, che in termini politici.

Che la guerra fredda serva agli USA per mobilitare l’industria militare, sempre trainante in quel Paese come in tutti i Paesi del mondo, si può capire, anche se innesta un meccanismo che a suo tempo portò sì all’abbattimento del Muro di Berlino, ma anche alla caduta di Gorbaciov con quel che ne è seguito! Oggi, però, al Cremlino c’è Vladimir Putin, e Putin è fatto di altra pasta, anche se, si deve riconoscere, Biden è fortunato anche in questo, perché oggi la forza di Putin non è quella di qualche anno fa.
Ma il punto è che, di nuovo, si torna alla propaganda e alle solite cose sul mancato rispetto dei diritti dell’uomo in Russia e in Cina. Ma qui la storia insegna due cose, che, temo, Biden non abbia ben chiare e, temo, nemmeno Draghi.
A furia di premere su quello, si finisce per aggravare la situazione proprio nei Paesi i cui regimi sono criticati. Ma, specialmente, e di nuovo la storia lo insegna, induce di fatto a restringere i diritti dell’uomo anche là dove, in astratto, si ritiene che siano rispettati, se non altro per impedire che il ‘fronte interno’ si indebolisca o diventi una ‘quinta colonna’ dell’avversario. Cioè, per uscire dal generico, rafforza i regimi occidentali attuali, presuntivamente rispettosi dei diritti stessi. Presuntivamente, appunto, perché francamente diciamocelo chiaro, se ci si decidesse a rivolgere un po’ più di attenzione ai diritti dell’uomo in Europa e in USA, male non sarebbe.

Resta il fatto, come dicevo all’inizio, che in questo momento, un po’ tutto si muove sulla scacchiera mondiale e la mia impressione è che Draghi sia il cavallo, quello che non sai mai con certezza dove sta andando, ma specialmente dove vuole andare: è la chiave del whatever it takes.
Speriamo non di altro.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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