giovedì, Dicembre 2

G7 e disuguaglianze: una lotta persa in partenza

0
1 2


Nell’Agenda 2030 tra gli obiettivi c’è la riduzione delle disuguaglianze. A cosa è connessa?

Anche l’OCSE, quindi anche gli organismi non certamente sospetti di socialismo, incominciano a capire che troppa disuguaglianza non è vero che favorisce la competizione e lo sviluppo, l’aguzzare d’ingegno e così via; non è vero che è come un’onda che ci solleva che solleva la prima barca e poi tutte le altre vengono dietro. Non è così. Troppa disuguaglianza in realtà rischia di uccidere proprio la possibilità che chi è più indietro ce la faccia; questo vale dentro ciascun Paese perché se c’è disuguaglianza, vuol dire che qualcuno si appropria di troppe risorse e che quindi ne rimangono poche per gli altri. Questo vale per tutti perché Paesi troppo disuguali rischiano di non svilupparsi quanto potrebbero ed è un problema anche della democrazia ma questo è un’altra discorso. Ma vale anche tra Paesi, perché, la ricchezza di quelli più ricchi è fatta alle spalle e alle spese di quelli più poveri. Lo vediamo con i Paesi in via di sviluppo ai quali diciamo che bisogna stare attenti a non inquinare mentre noi abbiamo distrutto l’ambiente per decenni e, quindi, oggi poniamo dei vincoli al loro sviluppo sulla base di un inquinamento che noi stessi abbiamo prodotto. In molti casi non c’è più colonialismo ma certe ricchezze di grandi compagnie come la Cina sono fatte depauperando i territori. Inoltre, troppa disuguaglianza produce conflitti. Se noi non investiamo più ampiamente sul capitale umano di tutti e quindi, non solo di quelli che hanno già dei vantaggi sociali, rischiamo di depauperare il capitale umano complessivo cioè di avere meno risorse per lo sviluppo e la crescita. E’ come scommettere che un piccolo gruppo da solo porti avanti il mondo; non è detto che tutti quelli che nascono nel ceto giusto, siano i più adatti per portare avanti il mondo. C’è un problema di contenimento dei conflitti ma anche del fatto che l’eccesso di disuguaglianza distrugge il capitale umano.

Come si raggiunge lo sviluppo sostenibile e crescita inclusiva?

Il sostenibile ha due dimensioni; primo, il sostenibile dal punto di vista ambientale perché dobbiamo smettere di distruggere, è come tagliare il ramo dell’albero su cui stiamo seduti. Ma il problema implica un orizzonte del futuro perché riguarderà soprattutto le generazioni che seguiranno. Poi oltre al problema ambientale c’è la sostenibilità sociale che ha a che fare con l’uguaglianza e col fatto che non si può lasciare nessuno indietro. Ha una doppia faccia perché non si tratta di uno sviluppo ad ogni costo ma deve avere come preoccupazione queste due dimensioni, sostenibilità ambientale e sociale nell’ottica plurigenerazionale cioè del futuro e non soltanto del presente.

C’è una connessione tra la disuguaglianza ed i fenomeni populisti?

In parte sì. Nella misura in cui qualcuno sente che rimane sempre con il ‘cerino acceso’, se la cosa è ripetuta e oltretutto la globalizzazione lo fa vedere, certamente ci si può arrabbiare e lamentare ma soprattutto questo può diventare terreno di cultura per attori politici che lo utilizzano per i propri interessi. Diventa anche un circolo vizioso cioè ci può essere una motivazione alla base del conflitto di interessi, le persone che si sentono tagliate fuori e poi vengono utilizzate per fare un discorso ribellistico populistico. Però i problemi da cui nasce il populismo andrebbero affrontati; non va denunciato come populista quello che dice che ci sono dei gruppi che sistematicamente sono emarginati, che non va bene buttare nelle periferie tutti i disagi sociali; questi sono problemi reali. La risposta populistica è una risposta che prende queste motivazioni, non dà quasi mai le soluzioni ma assume come bandiera queste rivendicazioni.

Come sarà attuata la lotta alle disuguaglianze in questo G7?

Non sono una grande credente in questo. L’esperienza degli anni passati insegna che sono un po’ cose molto rituali che nel migliore dei casi hanno un valore simbolico perché i simboli sono importanti ma che non necessariamente cambieranno le politiche internazionali, perché noi vediamo che Trump comunque sta andando per la sua via, cioè non è che tornerà a casa e dirà ok ci ripenso sull’ambiente, oppure, America first però anche i Paesi in via di sviluppo; ho il sospetto che non sarà così. Come non credo che l’Ue allenterà molto la sua morsa sulla Grecia, ed il caso è emblematico perché la Grecia ok ha tutte le sue colpe, ma è l’Ue che ha consentito e imposto alla Grecia di arrivare a questi livelli, e questo la dice lunga sugli impegni anche dentro a quest’area che dovrebbe essere la più ristretta e coesa per avere delle politiche comuni.

Nel G20, invece, potrebbe esserci qualche differenza?

Ho il sospetto che anche lì sia la stessa cosa; l’eterogeneità degli interessi, è più ampia perché i soggetti sono 20 e questo è il problema. G7 e G20 già l’idea che ci siano queste due cose mostra che nel migliore dei casi, ci sarà un po’ di tensione che imporrà poi di trovare dei compromessi ma non è detto che poi questi siano nella linea dello sviluppo sostenibile.

Come si combattono secondo lei le disuguaglianze?

La disuguaglianza tra Paesi e la disuguaglianza dentro ciascun Paese già sono due cose molto diverse. Ad esempio, alcuni già riescono meglio di altri; per esempio, Atkinson suggeriva che nessun reddito da lavoro dovesse superare un certo livello rispetto a quelli medio bassi di contenimento e nei Paesi scandinavi c’è una legge in questo senso. Sono Paesi in cui la diseguaglianza è ridotta e la società ha sviluppato il consenso sul fatto che non ci può essere un divario troppo grande. L’altro è fare sì che i frutti dello sviluppo tecnologico siano più diffusi e più distribuiti; il che vuol dire investire sull’accesso a queste cose, a tutti i livelli soprattutto aiutando quelli che da soli non ce la farebbero perché non hanno risorse sufficienti. Poi certamente un grande investimento sull’istruzione permetterebbe che tutti avessero gli occhi in partenza un po’ più aperti il che significa iniziare a farlo molto presto, investire molto di più nelle aree più svantaggiate, cosa che in Italia non avviene. Distribuzione che può avere anche diverse forme, un reddito di cittadinanza, ad esempio, quello vero, che svincoli un po’ dalle origini sociali i giovanissimi per non far dipendere il loro destino esclusivamente dalla famiglia in cui nascono. Deve essere data con un po’ più di uguaglianza di partenza attraverso l’istruzione ma anche tramite risorse di tipo economico, il che vuol dire anche tassare l’eredità che è una delle forme per cui tra una generazione all’altra si riproducono le disuguaglianze. Poi c’è anche la disuguaglianza tra uomini e donne ma anche quella fa parte di questa matrice; già questo consentirebbe alle donne di essere interamente ed economicamente autonome e non ci sarebbe un sacrificio né del lavoro né della famiglia. Sarebbe importante e, tra le altre cose, contrasterebbe il rischio della povertà familiare. In alcuni Paesi dell’Africa sub-Sahariana la situazione delle donne è terribile, non hanno neanche il diritto alla proprietà, ci sono le spose bambine e così via. Qualcuno disse che l’emancipazione tra uomini e donne è uno dei fattori dello sviluppo sostenibile.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->