lunedì, Ottobre 18

G20 Buenos Aires: l’India tra USA e Cina I dubbi di New Delhi, tra voglia di emergere e il timore di Pechino

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Al via oggi, a Buenos Aires, il decimo G20: nella Capitale dell’Argentina si incontreranno i rappresentanti dei venti Paesi più potenti del pianeta, oltre a quelli di gruppi sovranazionali e di altri Paesi invitati per l’occasione.

Oltre ai padroni di casa, rappresentati dal Presidente della Repubblica Argentina, Mauricio Macrí, saranno presenti i rappresentanti di Stati Uniti d’America (con il Presidente Donald Trump), Repubblica Popolare Cinese (con il Presidente Xi Jinping), Federazione Russa (con il Presidente Vladimir Putin), India (con il Primo Ministro Narendra Modi), Brasile (con il nuovo Presidente Jair Bolsonaro), Repubblica Sudafricana (con il Presidente Cyril Ramaphosa), Francia (con il Presidente della Repubblica Emmanuel Macron), Germania (con il Cancelliere Angela Merkel) Italia (con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte), Unione Europea (con il Presidente del Consiglio UE, Donald Tusk, e il Presidente della Commisione UE, Jean-Claude Junker), Gran Bretagna (con il Primo Ministro Theresa May), Giappone (con il Primo Ministro Shinzō Abe), Corea del Sud (con il Presidente Moon Jae-In), Canada (con il Primo Ministro Justin Trudeau), Australia (con il primo Ministro Scott Morrison), Messico (con il Presidente Enrique Peña Nieto), Turchia (con il Presidente Recep Tayyip Erdoğan), Arabia Saudita (con il Principe Ereditario Mohammad bin Salman al Sa’ud) ed Indinesia (con il Vice-Presidente Jusuf Kalla). Inoltre saranno presenti i rappresentanti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e di Paesi come Spagna, Paesi Bassi, Cile, Rwanda, Senegal, Giamaica e Singapore.

Come ogni anno, il G20 si trova ad affrontare sfide ambiziose. Mai come nell’appuntamento di Buenos Aires, però, i presupposti sembrano poco rosei: la linea unilaterale portata avanti dagli USA dell’Amministrazione Trump rischia di vanificare tutti gli sforzi delle altre potenze, specie ora che il Presidente statunitense può trovare delle valide sponde in Paesi come il Brasile e l’Italia. Sul tavolo del G20 saranno presenti questioni di grande peso come quella ambientale, quella dei migranti e quella della parità di genere; inoltre si vorrebbe tentare di superare l’attuale guerra commerciale che Washington ha dichiarato nei confronti della UE e, soprattutto, di Pechino e che rischia di danneggiare molti altri Paesi. Infine, è probabile che verrà prestata molta attenzione alle nuove tensioni tra Russia ed Ucraina nel Mare di Azov (la nuova crisi ha già fatto saltare l’incontro bilaterale tra Trump e Putin).

Le sfide del G20 di Buenos Aires sono dunque assai impegnative e sembrano polarizzarsi, soprattutto per quanto riguarda la guerra commerciale e i temi ambientali, nello scontro tra gli USA e la Repubblica Popolare Cinese. In questo contesto, un ruolo significativo potrebbe giocarlo l’India: al suo arrivo in Argentina, il Primo Ministro Modi ha fatto dichiarazioni ambiziose sul ruolo del vertice nella politica internazionale e sul ruolo di New Delhi all’interno del vertice. Nelle intenzioni di Modi, infatti, il G20 sarebbe esattamente il contesto ideale per ritagliare un ruolo di maggior peso politico per il proprio Paese.

Con un tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo del 6,6%, infatti, l’India è la seconda economia in ascesa del pianeta (dopo quella cinese, al 6,9%), tanto da avere un ruolo significativo all’interno del gruppo delle economie emergenti, i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). Nelle dichiarazioni d’intenti di Modi, dunque, l’India si impegnerebbe a sostenere l’azione decisionale del G20, a trovare una soluzione ai contrasti che contrappongono Washington e Pechino, a combattere il surriscaldamento globale ricercando una nuova via di sviluppo sostenibile e ad agire per livellare la differenza di genere. A sostegno di questo ruolo centrale di New Delhi ci sono i due principali incontri nell’agenda del Primo Ministro indiano: si tratta, infatti di due incontri trilaterali, uno con USA e Giappone, l’altro con Cina e Russia.

A parte le dichiarazioni di intenti e gli impegni con i principali contendenti di questo G20, però, bisogna ammettere che le intenzioni di Modi non sono ancora del tutto chiare; questo, probabilmente, dipende dal fatto che il Governo di New Delhi possa nutrire dei dubbi sulla strategia più vantaggiosa per il Paese.

Per quanto riguarda la lotta ai cambiamenti climatici, anzi, è probabile che alle dichiarazionicostruire consenso per uno sviluppo equo e sostenibile, mettendo le persone al primo posto ed abbracciando le opportunità») non seguirà un’azione politica molto decisa. Se la Cina, la cui economia è oramai esplosa e ha raggiunta una forte stabilità, può permettersi di sposare una politica di investimenti nelle energie pulite, non è detto che l’India, che cresce ma che è ancora un’economia emergente, possa fare lo stesso. Il Primo Ministro indiano ha affermato di voler investire in energie rinnovabili, ma è possibile che, a conti fatti, preferisca poi sposare la linea di Trump (che ha portato gli USA fuori dall’accordo sul clima di Parigi).

Per quanto riguarda la soluzione dei contrasti commerciali tra Washington e Pechino la situazione è ancora più complessa. Da un lato, l’India ha interesse a favorire le economie emergenti, anche perché, negli ultimi anni, New Delhi ha accresciuto ulteriormente il proprio peso tra i Paesi che, dopo il ridimensionamento delle prospettive di crescita di Brasile e Sudafrica, vengono chiamati RIC (Russia, India, Cina); dall’altro lato, però, gli indiani cominciano a temere che la crescita cinese porti Pechino ad una posizione di egemonia all’interno dei RIC. In questa prospettiva si spiega l’asse strategico che si è venuto a formare nell’Oceano Pacifico: una sorta di quadrilatero che comprende USA, India, Giappone ed Australia. Come Tokyo, New Delhi ha avuto e continua ad avere dissapori con Pechino su questioni territoriali (sul confine himalayano e nel Mare Cinese Meridionale) e teme di non essere in grado di tenere il ritmo della crescita cinese. In quest’ottica è possibile che l’India possa saldare il proprio interesse con quello degli USA e sostenere azioni contro l’economia cinese nella speranza di occupare una porzione del mercato che la Repubblica Popolare perderebbe. Si tratta, in ogni caso, di un’ipotesi tutt’altro che certa. A questo punto, è probabile che il Governo indiano stia mantenendo una posizione ambigua in attesa di vedere cosa potrebbe uscire dagli incontri trilaterali con USA e Giappone, da un lato, e con Cina e Russia, dall’altro.

L’ipotesi che alla fine si arrivi ad un nulla di fatto, insomma, non sembra così remota. La ragione di questa situazione può essere forse ricercata nelle contraddizioni politiche e sociali dell’India. L’India è, infatti, il più grande Paese democratico del Continente asiatico e ha una struttura economica molto solida ed una potenza militare non indifferente; nonostante ciò, il Paese presenta sacche di povertà incredibili e, nelle aree rurali, la società è tuttora legata alla tradizionale divisione in caste: vi è, insomma, una fortissima differenza tra il centro e le periferie. Per fare un esempio, l’India ha eletto delle donne alle cariche di Primo Ministro (Indira Gandhi, 1966-77 e 1980-84) e di Presidente (Pratibha Patil, 2007-12), ma è anche un Paese con un altissimo tasso di violenza sulle donne; un discorso simile può essere fatto per le persone omosessuali, nonostante lo scorso settembre la Corte Suprema indiana ha abolito il reato di omosessualità su tutto il territorio nazionale.

Per fare un paragone, mentre le Autorità di Pechino hanno investito moltissimo nella riforma della società cinese, che nel giro di pochi anni è passata da una situazione di arretratezza ad una maggiore omogeneità, i Governi che si sono succeduti a New Delhi hanno posto l’attenzione soprattutto sullo sviluppo economico e militare, lasciando indietro vasti settori della società. È dunque probabile che se l’India non intraprenderà un percorso di modernizzazione della propria società, colmando il grande divario presente tra centro e periferia, sarà condannata, nonostante gli sforzi, a restare un attore regionale.

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