martedì, Agosto 3

Fuoco incrociato per l'economia libanese Gli effetti della crisi siriana e dei contrasti con Israele

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Gli effetti della crisi siriana sembrano pesare anche nel vicino Libano. L’economia del Paese, infatti, ha registrato negli ultimi tre anni una preoccupante contrazione, soprattutto nei settori portanti di edilizia e turismo. Sebbene il Paese dei Cedri possieda alcuni ‘assi nella manica’, primo tra tutti le riserve di gas naturale, è indubbio che la sua posizione geografica, a partire dal 2011, sia diventata una variabile di difficile gestione. Basti pensare che il piccolo Stato, la cui estensione coincide all’incirca con quella della Liguria, si ritrova incassato tra la Siria a est, il caldo confine turco-siriano a nord, la difficile questione palestinese a sud e un Mar Mediterraneo a ovest le cui risorse sono fonte di continuo attrito con Israele.
L’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) avverte che i profughi siriani in Libano raggiungeranno per fine anno la cifra di un milione e mezzo: un numero difficilmente sostenibile per un Paese di nemmeno quattro milioni e mezzo di abitanti, che vedrà così la sua popolazione aumentare di un terzo. Per continuare i paragoni, è come se in Italia si trasferissero in tre anni tutti gli abitanti di Portogallo e Repubblica Ceca.
Un esodo insostenibile che sta impattando, si diceva, sull’economia del Paese. Secondo la Banca Mondiale, la crisi siriana avrebbe causato perdite all’economia del Libano per più di 6 miliardi di euro tra il 2012 e il 2014. Il tasso di crescita del PIL libanese è passato dalla media di 9% tra il 2007 e il 2010 al 2,5% nel 2012 e 1,5% nel 2013, mentre per il 2014 il Fondo Monetario Internazionale prevede un +1,8%.
Certamente, non solo i rifugiati siriani hanno causato questo crollo. Da un lato, anche il Libano ha subito gli effetti, a partire dal 2011, della crisi economica mondiale sull’economia reale. In secondo luogo, i ripetuti scontri sulla Striscia di Gaza tra Hamas e il vicino Israele, l’internazionalizzazione della crisi siriana, con pericolosi effetti di ‘spill over’ come gli scontri tra sunniti e sciiti libanesi, o l’affacciarsi nel Paese dei militanti dell’ISIS, non possono che aver contribuito all’abbattimento del tasso di crescita.
Tuttavia, l’esodo siriano ha sicuramente avuto effetti sul mercato del lavoro libanese, come spiega una recente analisi della rivista ‘Gulf Business’.
L’ingresso di un gran numero di rifugiati siriani nel mercato del lavoro locale ha contribuito a un tendenziale abbassamento degli stipendi, portando il reddito di più di un milione di abitanti (quasi un quarto del Paese, prima della crisi) al di sotto della linea di povertà. Il tasso di disoccupazione è passato dall’11% nel 2011 all’attuale 20%.
Di conseguenza, il meccanismo di investimento interno ha subito rallentamenti, sebbene i rifugiati siriani abbiano ravvivato, in alcuni settori, i consumi privati. Da un lato, la situazione di incertezza avrebbe spinto gli investitori a maggiore prudenza nell’impiego dei capitali, mentre l’innesto di più di un milione di consumatori siriani, rifugiati, ma non indigenti, avrebbe favorito una ripresa dei consumi.
In generale, l’elemento che più sembra aver nuociuto all’economia libanese è il pericolo di instabilità, reale e percepita. Non a caso, la crisi economica sembra aver colpito duramente due settori sensibili al tasso di sicurezza: il turismo e l’edilizia. Due voci che, nell’aggregato dell’economia libanese, giocano tradizionalmente un ruolo chiave.
Nei primi otto mesi del 2013, infatti, i turisti stranieri in Libano sono diminuiti del 9,6%, mentre l’anno successivo, nello stesso periodo, sono aumentati dello 0,7%: una ripresa, quella del 2014, troppo flebile rispetto al crollo precedente.
Se il settore immobiliare ha visto una crescita degli affitti del 9,7% a causa dell’afflusso di siriani, è tuttavia crollata la domanda di acquisto di immobili da parte di libanesi residenti all’estero e di compratori stranieri. Basti pensare che a fronte di una ripresa nel 2014 del 2,2%, il mercato immobiliare libanese ha dovuto affrontare un calo del 7,2% nel 2013 e del 10% l’anno precedente. Anche in questo caso, una ripresa troppo debole rispetto alle perdite degli anni scorsi. Infine, la mancanza di fiducia da parte degli investitori ha danneggiato l’edilizia commerciale locale, spingendo l’attenzione (e gli investimenti) internazionali verso altri Paesi.
Anche le esportazioni sono calate, soprattutto in seguito alla chiusura delle vie di comunicazione con i maggiori partner commerciali regionali, Siria e Iraq, impegnati negli ultimi tempi a combattere pericolosi ‘jihadisti’, piuttosto che ad acquistare la frutta libanese.
Infine, l’instabilità dello scenario politico interno – basti pensare che le schermaglie tra i principali partiti locali stanno impedendo da maggio l’elezione di un Presidente – non può che aver contribuito alla ‘tempesta perfetta’ che sembra essersi abbattuta sul meccanismo economico del Libano.
Quali soluzioni si presentano, quindi, per l’attuale Governo?
La più lampante, secondo diversi analisti, potrebbe essere quella energetica. Secondo la rivista di settore ‘Natural Gas Europe’, Beirut possiede le più rilevanti riserve ‘offshore’ di gas naturale tra gli Stati affacciati sul Mediterraneo orientale: un tesoro che potrebbe trasformare il Paese da cronico importatore a esportatore. La realtà internazionale, tuttavia, impone l’uso del condizionale.
Dal 2011, infatti, il Libano ha aperto una disputa con il vicino Israele riguardo a un tratto di Zona Economica Esclusiva (ZEE) sul Mediterraneo, ampia 850 km quadrati, che entrambi i Paesi ritengono di rispettiva competenza. Il pomo della discordia è evidente: tale tratto di mare contiene parte dei due grandi bacini di gas del Mediterraneo orientale, il Leviathan e il Tamar.
Il contrasto tra Libano e Israele nasce dall’assenza di accordi diretti tra i due Governi, che hanno preferito delimitare i propri confini marittimi tramite accordi separati con Cipro, nel 2007 Israele e nel 2010 il Libano, e sulla base di questi stabilire le rispettive ZEE. Con conseguente sovrapposizione di un tratto di mare e successivi reclami inviati alle Nazioni Unite nel 2011: una questione che non ha ancora trovato soluzione.
Nel frattempo, queste scaramucce stanno bloccando le attività estrattive del Libano, che si ritrova in possesso di un tesoro sigillato in un forziere che non può aprire.
E così, nel corso del 2014, Beirut ha più volte annunciato l’indizione di gare d’appalto per attività esplorative di blocchi nel Mediterraneo orientale. Posticipandole puntualmente. A quanto pare, l’instabilità della politica interna nel Paese non sembra giovare allo sviluppo di nuovi settori strategici. Una bella matassa per il nuovo Governo, i cui fili principali – contrasti interni, ricadute del conflitto siriano, scontro con Israele, crisi economica – nascondono saldamente il bandolo.
A ben vedere, la questione dei rifugiati dalla Siria potrebbe non essere, nei prossimi mesi, il grattacapo principale.

 

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