mercoledì, Aprile 21

Fuimos fuimos Argentina field_506ffbaa4a8d4

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Il finale di ‘Gianni e le donne’ era un primo piano sempre più stretto di una giovane attrice di strano accento babelico, che avanzava sin quando il suo volto sarebbe sfumato nella trasparenza assoluta, la stessa materia di cui Gianni De Gregorio si vedeva avvolto a sessant’anni compiuti.
Di quel bel film, Aylin Prandi era il solo personaggio a non apparire malinconico, e chi la dovesse vedere per la prima volta su un mini-schermo avrebbe immaginato che nessun luogo la possedesse pienamente, che nessun linguaggio l’avrebbe abitata per sempre. Una madre porteña, un papà piemontese e lei che cresce a Parigi come una ragazza un po’ fuori luogo. E va da sé che Aylin abbia a lungo esitato al crocevia della sua triplice identità. In Francia l’avrebbero attesa un’esistenza ‘bon chic bon genre’ e una carriera tra fiction, grandi film e alta moda; dell’Italia la stavano conquistando certe persone di cuore e la sincera approssimazione di un ambiente decaduto; dell’Argentina l’attraeva la poesia di inventarsi tutto, e questo la persuase, un giorno, ad allontanarsi da ogni certezza, a rientrare a Baires.

 

È vero, Aylin, che fu la nostalgia di un mondo nuovo a farti andare?

Io credo, sì. Mi piace il caos. Amo la vita quando tutto si muove in ogni direzione e in ogni senso. Forse proprio per questo motivo sono diventata attrice. Volevo moltiplicare le situazioni, vivere altre vite, stare nella pelle di persone mai nate, inventare destini impossibili, essere qualcun’altra per un breve periodo di tempo, poi un’altra ancora… Ed era anche un modo per accantonare certe mie abitudini, gli agi, le piccole, insignificanti necessità. Mi piaceva uscire da un luogo per entrare in un altro, rimuovere, scombussolare, quasi un terremoto dentro, attivo. Non posso stare nei posti dove nulla si muove, nei musei a cielo aperto dove tutto rimane li, fermo. Ho bisogno di vite diverse.

 

E Buenos Aires era la più diversa delle capitali…

Sì, decisi di andare a vivere in Argentina. Lasciai tutto dall’altra parte del continente, attraversai l’oceano e immaginai di rivivere quel tempo bell’e finito degli immigranti che andavano incontro a un nuovo mondo.

 

Ma tu sapevi cosa avresti trovato laggiù…

Una differenza non da poco. Era una patria di cui conoscevo ogni angolo, era il mio paesaggio interiore. Eppure non l’avevo preferita in odio all’Europa. Dopo 30 anni di Parigi, oggi mi sento fiera di essere francese, forse l’avevo lasciata per apprezzarla di più. «Via via, vieni via con me…» In Francia ho imparato la tolleranza, la convivenza e l’ospitalità, il rispetto, l’uguaglianza, la libertà assoluta di essere e di pensare. Dell’Italia amo la raffinatezza e la semplicità che si mescolano, i colori, la tonalità. L’Argentina mi pare sia un po’ italiana e un po’ europea.

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