martedì, Novembre 30

Fuga in Polonia field_506ffb1d3dbe2

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Sweden Electrolux Earns 

Ormai non è più una novità, moltissime aziende, non solo italiane, stanno chiudendo i battenti nelle proprie sedi attuali per trasferirsi in Polonia. In Italia quest’estate ha fatto scalpore il caso della Firem, azienda del settore metalmeccanico con sede nel modenese, che al rientro da Ferragosto ha fatto trovare il cancello chiuso ai dipendenti e l’annuncio del trasferimento ad est. Questo permette di comprendere come la “fuga” in Polonia sia decisamente più concreta di quanto riguarda il caso industriale che tiene banco in questi giorni: quello di Electrolux. Anche l’azienda svedese sta pensando di lasciare il Bel Paese per Varsavia e nei giorni scorsi l’amministratore delegato del gruppo Keit McLuoghlin ha ufficialmente annunciato che sarà lanciata «un’indagine di competitività sostenibile sulle quattro fabbriche» in seguito alla contrazione di vendite registratasi sul mercato europeo.

Occorre dunque domandarsi perché tutte queste aziende, e molte altre ancora, hanno deciso di spostarsi in Polonia. Per capire il motivo di questa scelta, al di là dei fattori decisionali contingenti, occorre fare un passo indietro e guardare come Varsavia si sia sviluppata dal crollo dell’Unione Sovietica ad oggi. Strettamente legata al commercio con la Germania, la Polonia vanta un tasso medio di crescita economica che dagli anni Novanta è stato di circa tre punti percentuali più alto rispetto a Berlino. Questi risultati rappresentano un indubbio successo e sono dovuti a tre fattori chiave. Il primo è stato la ridotta partecipazione statale all’economia: imprenditoria privata, privatizzazioni ed afflusso di investimenti esteri hanno creato il terreno per un’economia solida e florida. In seconda battuta è stata applicata una politica macroeconomica stabile, basata sulla graduale riduzione dell’inflazione e sull’adozione di un tasso di cambio flessibile. In questo modo sono stati attratti i capitali stranieri, che tutt’ora convergono nel Paese grazie al mantenimento di queste politiche. Infine, chiave per lo sviluppo di Varsavia, è stata l’apertura al mondo esterno attraverso l’eliminazione graduale delle barriere che ostacolavano il flusso di merci e servizi. 

Risulta dunque fondamentale l’entrata nell’Unione Europea che ha tolto le barriere al commercio e ha permesso notevole sviluppo anche grazie all’afflusso dei fondi di coesione europei. Questi fattori hanno fatto si che l’economia polacca rappresentasse un isola verde in Europa anche durante la crisi economica attuale: il forte deprezzamento della valuta (possibile in quanto la Polonia non ha ancora adottato l’euro), il repentino incremento dell’afflusso di fondi europei e la riduzione della pressione fiscale (che ha però comportato un aumento del deficit pubblico dal 3% all’8% del pil) hanno permesso un rafforzamento del Paese agli occhi degli investitori stranieri. Tra l’altro, per attrarre gli investimenti dall’estero il governo polacco ha introdotto sgravi fiscali, zone economiche special e agevolazioni varie offerte a chi decide di investire nel Paese (tra cui incentivi per ogni lavoratore assunto). Ad esempio nella sua classifica Corporate and Indirect Tax Survey 2012 la società di consulenza KPMG ha rilevato un tasso di imposizione sulle imprese italiane del 31,4% a fronte di un corporate tax rate sulle imprese polacche del 19%. Va poi sottolineato che in Polonia il mercato del lavoro è estremamente flessibile e non impone alle aziende ne tredicesime ne Tfr, oltre ad avere costi riferiti alla manodopera molto più bassi. Eurostat ha infatti recentemente rivelato che si calcola che fra il 2008 e il 2012 in Italia il costo di ogni ora di lavoro per le imprese è cresciuto dell’8,9% portandosi a 27,4 euro, mentre nello stesso periodo il costo orario del lavoro è sceso in Polonia del 2,6% a 7,4 euro. Dunque il sistema polacco è certamente più competitivo, soprattutto se confrontato con quello italiano. Ciò è anche confermato dall’Ease of Doing Business della World Bank, una graduatoria che misura le condizioni del fare impresa in cui Varsavia figura al quarantacinquesimo posto, mentre Roma si trova venti posizioni indietro.

A ciò va aggiunto che secondo le ultime previsioni economiche, anche se non avverrà più in modo tanto rapido, l’economia polacca continuerà a crescere. Nei prossimi anni il tasso di aumento medio del pil dovrebbe raggiungere quantomeno il 3% (assai più che nell’Eurozona). Inoltre, il Paese sta lavorando per continuare a tenere sul territorio le imprese occidentali, ed evitare la fuga verso altri Stati con minori costi di manodopera, come Romania e Serbia. Per fare ciò, il governo sta cercando di rendere il sistema sempre più competitivo, cercando ad esempio di svincolarsi dal peso dell’export sul Pil, conseguenza diretta dell’attività capillare e massiccia delle aziende straniere.

Per questi motivi sempre più aziende italiane spostano i propri centri produttivi in Polonia. Lo aveva fatto diversi anni fa la Fiat ed ora lo ripropone l’Electrolux, colosso svedese dei grandi e piccoli elettrodomestici. Dai vertici dell’azienda è piombata sul tavolo una proposta durissima: chiusura degli impianti di Porcia, in provincia di Pordenone, e tagli vistosi sul costo del lavoro nello stabilimento veneto di Susegana. A ciò va poi aggiunto il taglio sui salari, che da 1.400 euro al mese scenderebbero a 700-800, per essere allineati a quelli polacchi. La soluzione degli svedesi contempla un taglio dell’80% dei 2.700 euro di premi aziendali, la riduzione a 6 delle ore lavorate giornalmente, il blocco dei pagamenti delle festività, la riduzione di pause e dei permessi sindacali (-50%) e lo stop agli scatti di anzianità. D’altronde attualmente il costo del lavoro in Italia è di circa 24 euro/ora, rispetto ai 7 euro/ora degli stabilimenti in Polonia e Ungheria. Il nodo centrale è infatti proprio quello di importare il modello polacco in Italia come unica alternativa all’espatrio dei centri di produzione. Secondo le affermazioni del ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato, infatti, «il problema è che i prodotti italiani in tutto il campo dell’elettrodomestico sono di notevole qualità, ma risentono di costi produttivi superiori a quelli dei nostri concorrenti».

Per i lavoratori italiani dunque non si prospettano tempi facili, mentre in Polonia, grazie anche ad uno Stato che ha saputo cogliere le opportunità della crisi europea, le cose potrebbero continuare a volgere al meglio.

 

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