martedì, Ottobre 19

Frontex plus: cambia il nome, ma non la sostanza field_506ffb1d3dbe2

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Arrivano in condizioni disperate. Restano orfani di padre e madre. Vengono accolti, identificati. Alcuni non riescono nemmeno a raggiungere la meta: il loro viaggio finisce in quel mare di mezzo ormai diventato una fossa comune. Assistiamo continuamente allo strazio inflitto ai migranti. Ma di quel che accade dopo, dei loro spostamenti, dei problemi che incontrano, è difficile ritrovare un riferimento nei rotocalchi e cronache di tutta Europa. Le lacrime versate a Lampedusa rigano solo il viso degli italiani. Da Helsinki alla capitale d’Europa è tutto uno scaricabarile ed una gara a scansare le responsabilità.

In molti hanno suggerito ironicamente di scrivere un libro sulla ‘fenomenologia dei tavoli convocati a Bruxelles’. Il fenomeno, in effetti, è dei più singolari. Ci sono materie che attirano come api sul miele. E altre che puntualmente spaccano in due il Continente. Quelli sull’economia e sull’agricoltura, ad esempio, sono i più affollati. Ma ci sono anche quelli che si concludono con un nulla di fatto. E ancora quelli dove si sbattono i pugni sopra, dove si litiga per un posto in prima fila e, infine, quelli dove ci si siede vicino all’uscita d’emergenza. Non tutto ciò che succede in Europa, insomma, viene considerato un problema europeo. Ne sanno qualcosa i Paesi dell’asse del Mediterraneo che da anni lottano per un’Europa davvero unita sul tema dell’immigrazione, ottenendo in cambio solo beffe e scarsi risultati.

Dopo i continui naufragi avvenuti a sud di Lampedusa, e a fronte di una spesa europea di 60 miliardi di euro destinati a sostenere l’agricoltura, il commento più caustico è arrivato dall’Economist: «l’Unione europea è in grado di fornire assistenza economica per stimolare lo sviluppo nei Paesi più poveri. Eppure fa poco uso del suo bene più grande. Resta ancora riluttante ad aprire il suo enorme mercato interno ai prodotti agricoli degli Stati vicini per motivi di concorrenza con i Paesi del Sud-Europa. Se Paesi come l’Italia si rifiutano di prendere più pomodori dal Nord Africa, potrebbero semplicemente essere condannati ad importare più persone».

La lotta contro l’immigrazione illegale è stata per lunghi anni il tema principale dei vertici dell’UE. I primi episodi di allerta arrivano a inizio anni 2000, a ridosso degli attacchi terroristici del 2001 (New York) e 2004 (Madrid). Finchè, nel 2005, dalla fase di prevenzione si passa alle prime operazioni: l’occasione è il massiccio tentativo d’ingresso di migranti marocchini al confine con la Spagna. Un giovane muore colpito da un proiettile di gomma sparato dalla Guardia Civil. Dopo qualche mese si registra un record di arrivi pari a oltre 31.000 persone. Di lì a poco è tutta cronaca nera: affondano imbarcazioni al largo della Grecia, di Malta e Italia. Naufragi, dispersi, morti.   

In assenza di una vera e propria politica estera e di sicurezza comune, le capitali europee assediate dal fenomeno prendono i primi provvedimenti in autonomia. Il leader spagnolo José Luis Zapatero prima legalizza circa un milione di immigrati, poi  -quando la situazione comincia  a farsi preoccupante-  inverte la rotta e aziona controverse misure che prevedono addirittura un ‘filo spinato’ di sei metri di altezza per dissuadere i migranti dal toccare la terraferma spagnola. Nel frattempo Bruxelles stenta a prendere una posizione. Di più: l’Europa si spacca. A far la voce grossa è l’allora Ministro degli Interni francese Nicolas Sarkozy: «basta a questa politica della porta aperta», questo il cuore dell’attacco. Di li a poco le critiche si estendono anche all’Italia: arrivano dall’Olanda, Germania e Austria. I toni sono duri.

Tocca ai commissari Ue per la Giustizia, Franco Frattini, e per le Relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, nonché al capo della diplomazia degli allora 25, Javier Solana, cercare di trovare una base comune e condivisa per affrontare il problema. In primis bisogna ricucire lo strappo tra Parigi e Madrid. Poi occorre dare il via ad una strategia di lungo periodo per arginare il fenomeno delle migrazioni illegali. 

Le bollicine arrivano un anno dopo, nel 2005: il primo maggio viene istituita Fontex. Ad ottobre è già operativa. L’Agenzia viene ospitata a Varsavia, uno dei Paesi di recente adesione dell’Unione. L’obiettivo è quello di migliorare la gestione integrata delle frontiere esterne, coordinando la cooperazione tra gli Stati e garantendo un’efficace applicazione delle norme comunitarie vigenti e future in materia di attraversamento delle frontiere da parte delle persone. Sei i compiti principali: coordinamento della cooperazione operativa tra gli Stati membri; assistenza in materia di formazione del corpo nazionale delle guardie di confine; svolgimento di analisi dei rischi; monitoraggio degli sviluppi della ricerca in materia di controllo e sorveglianza delle frontiere; supporto agli Stati membri nelle situazioni che richiedono maggiore assistenza tecnica e operativa alle frontiere esterne; assistenza agli Stati nelle operazioni di rimpatrio congiunte. Una precisazione: Frontex non sostituisce, ma integra e fornisce un valore aggiunto particolare ai sistemi nazionali di gestione delle frontiere degli Stati membri.

L’entusiasmo iniziale è sincero. Per affrontare l’emergenza spagnola parte l’operazione HERA. La missione, che viene rifinanziata più volte nel corso del 2006, costa oltre 6.245.000 euro e porta ad intercettare oltre 22.000 stranieri. Il contributo arriva da molti Paesi membri: la Finlandia invia subito un aereo. La Germania due elicotteri. La Francia decide di pattugliare il Mediterraneo centrale con tre fregate. Nessuno, insomma, si tira indietro.

Anche i successi non sono affatto trascurabili: nel 2007 l’immigrazione clandestina in Spagna diminuisce addirittura del 60%.  Negli anni 2009-2010 il fronte migratorio si sposta verso est -a seguito della chiusura della rotta centro-mediterranea, dovuta agli accordi tra Italia e Libia- ed investe la Grecia: si arriva dai circa 11.000 migranti del 2009 agli oltre 49.000 del 2010, giungendo a superare la quota di 55.000 nel 2012. Nasce così Poseidon: un’operazione di intervento rapido che vede operativi ben 21 Paesi dell’Unione.

Nel frattempo i costi delle operazioni salgono, così il numero dei migranti. Le rivolte nei Paesi arabi portano ad un nuovo ed inaspettato scenario. Nel 2011 a Lampedusa annegano ben 366 profughi. Una tragedia macroscopica. Arriva tanta solidarietà, ma anche tanta indifferenza. La crisi economica genera una nuova deflagrazione. Le reazioni arrivano a catena. I Paesi del nord cominciano a chiudersi a riccio di fronte ad ‘un problema che non li investe direttamente’. La Convenzione di Dublino viene agitata più come un monito che come un accordo: gli stranieri sono obbligati a presentare domanda di asilo nel’“primo Paese sicuro’ (l’Italia ad esempio). Peccato che i Paesi del Nord Europa  -molto spesso la meta finale- non accettino il permesso  italiano come un titolo a muoversi  liberamente nell`Ue. In pratica -sebbene ci si trovi in territorio europeo- diritti e servizi cambiano a seconda della terra di approdo: scatta il fenomeno dei cosiddetti ‘dublinati’, intercettati e respinti all`interno dell`area Schengen.

Dopo soli cinque anni dal suo avvio, con tanto di divise da utilizzare per la guardia europea delle frontiere, il sogno di Frontex va in frantumi. L’Agenzia c’è, ma non si vede. Dal 2005 il budget a disposizione è prima cresciuto e poi diminuito (i fondi sono stati di 89.578.000 nel 2012, di 93.950.000 nel 2013 e di 89.197.000 nel 2014). La maggior parte delle risorse – stando al sito istituzionale – sono state impiegate soprattutto per il personale (317 persone), per l’amministrazione e l’affitto della sede (due piani di un grattacielo per oltre 7 mila metri quadrati).  Il tutto condito con un episodio imbarazzante -come viene segnalato da Bruxelles: «è da giugno del 2014 che Frontex non ha un direttore, dal momento che il finlandese Ilkka Laitinen ha lasciato l’Agenzia e la Commissione ha bocciato cinque pretendenti alla successione perché ritenuti tutti inadeguati. Compreso lo spagnolo Gil Arias», che al momento ha l’incarico di Direttore esecutivo ad interim.

Intanto le richieste di aiuto a Bruxelles da parte dei Paesi rivieraschi si susseguono di giorno in giorno, non solo durante i mesi estivi. In Italia cambiano tre Governi. La linea è sempre quella di bussare alla porta dell’Europa per ricevere aiuto e assistenza. Ma quella porta non si aprirà mai. L’inadeguatezza del Continente a rispondere con risorse e capacità operative al fenomeno migratorio si misura ogni giorno sulle coste della Sicilia dove dalle navi della Marina italiana sbarcano migliaia di famiglie sottratte a un destino di morte sicura nel Canale.  L’Agenzia europea per i rifugiati tanto promossa dalla Commissione Barroso non vede mai la luce. E anche più recentemente il nuovo presidente dell’Esecutivo comunitario, Jean Claude Juncker, nonostante abbia messo immigrazione e asilo tra le priorità del suo programma elettorale, ha stentato a convocare un summit d’urgenza per affrontare i giorni bollenti delle coste siciliane.

Anche Roma e Londra iniziano apizzicarsisu una revisione-implementazione di Dublino. Viene proposta una condivisione della responsabilità, in pratica un sistema di asilo unico, che preveda la possibilità di fare domanda direttamente all`Unione europea. Nessuno spiraglio. L’unica chance è far da se: dopo l’ennesima tragedia avvenuta a Lampedusa nell’ottobre 2013, Enrico Letta lancia Mare Nostrum. L’operazione di emergenza assume i caratteri di pattugliamento permanente, ma molti sono gli inconvenienti: in primis le spese che ammontano a 9 milioni di euro al mese. Le tragedie in mare arrivano più veloci dei fondi.

Dall`inizio del 2014, secondo Frontex, gli sbarchi in Italia sono aumentati dell`823% rispetto allo stesso quadrimestre del 2013. A fine luglio risultano salvati circa 93.000 migranti. Il precedente record è stato istituito nel 2011, quando circa 60.000 persone raggiunsero le coste italiane al culmine della primavera araba. Ma a fine anno potrebbe toccare quota 100.000, soprattutto se la destabilizzazione il Libia dovesse continuare e creare nuove interferenze. Quel è che peggio è che mentre fino a qualche anno fa una tragedia in mare avrebbe occupato per giorni la prima pagina di una testata, oggi si fatica quasi a trovarne menzione.

L’Italia è uno dei cinque Paesi europei che ottengono il maggior numero di domande d’asilo (ben il 70%). Gli altri sono Germania, Svezia, Francia e Gran Bretagna. Il trend è sempre stato questo. E se dal 2005 ad oggi il tavolo immigrazione non è mai stato visto di buon occhio è perché tutti gli altri Paesi membri non ‘direttamente coinvolti’ nella questione non intendono metter mano alla famosa regola del ‘burden sharing’, ossia la distribuzione del  carico degli arrivi e delle richieste di  protezione internazionale.

Insomma, man mano che si entra nello specifico le opinioni su come tradurre tale bisogno strutturale in politiche operative divergono, sia all’interno di ciascun contesto nazionale, sia nei rapporti degli Stati europei tra loro e con le istituzioni comuni. Divergenze che, con gli anni e l’ingresso nel nuovo Parlamento di gruppi euroscettici, si fanno sempre più drammatiche ed evidenti. 

Qualche giorno fa è stata annunciata una nuova operazione: Frontex Plus, dove sono in molti a scommettere che non sarà certo un’estensione latina a cambiare le sorti di un progetto che da custode dei confini dell’Europa è diventato piuttosto simbolo di ‘una globalizzazione dell’indifferenza’, per rubare le le parole a Papa Francesco.

Il cuore del problema è proprio lì. E’ scritto nel Titolo V del Trattato sull’Unione Europea, il quale precisa che i principi su cui si basano le sue politiche esterne sono quelli su cui è stata costruita l’Unione: «…democrazia, Stato di diritto, universalità̀ e indivisibilità̀ dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, rispetto della dignità̀ umana, principi di uguaglianza e solidarietà̀…». Solidarietà: una parola che dal 2005 ad oggi è diventata un proclama, un manifesto, una bandiera, probabilmente abusata, ma certamente mai messa in atto.               

 

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