lunedì, Settembre 20

Front National: verso la rifondazione Intervista a Nicola Genga, direttore del CRS e collaboratore del Dipartimento Coris dell’Università La Sapienza di Roma

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La storia del FN è stata percorsa da diverse scissioni. Il nuovo soggetto politico ha davvero l’importanza marginale che gli attribuisce Marine Le Pen, la quale ha ridimensionato l’accaduto parlandone già come di acqua passata?

Le scissioni hanno fatto parte del passato del FN. Se pensiamo agli anni ’70 c’è stata la fuoriuscita del Parti des forces nouvelles che però era più interessato alla lotta in strada piuttosto che alla competizione elettorale. Poi ci sono state altre uscite che possiamo considerare fisiologiche, ma l’unica ad avere rilievo organizzativo è stata quella del Mouvement National Républicain di Mégret nel ’99. Ottenne un risultato discreto alle presidenziali del 2002, ma poi sfiorì, anche perché Mégret, pur avendo séguito all’interno dei quadri dei dirigenti di partito, forse era ancor meno trascinatore di folle di Philippot: aveva un profilo abbastanza dimesso, non certo il carisma del leader. Ora è presto dire quanto appeal elettorale possa avere Philippot e quali doti di organizzatore e politico possa davvero dimostrare. Va detto che in Francia ci sono diverse forze sovraniste e ce ne sono di destra estrema. Non so se possa trovare uno spazio. Sia per questioni di temperamento che di differenziazione dell’offerta politica, fatico ad immaginare una penetrazione elettorale di Philippot. Potrà magari raccogliere i favori di qualche deluso del FN, ma non credo che si vada oltre una candidatura di testimonianza alle presidenziali, sempre che riesca a ottenere le 500 firme di patrocinio. Insomma potrebbe anche incassare un 1 o 2 %, ma ad oggi visto, che non c’è stato alcun movimento rilevante nel gruppo dirigente FN, si fatica a prevedere un destino di gloria per Florian Philippot.

Che rapporto c’era tra Philippot e Marine Le Pen e cosa rappresentava all’interno del partito una personalità come la sua, con un curriculum così anomalo per essere un esponente del FN?

Philippot è stato importante nella fase di normalizzazione e tentata normalizzazione, ma anche nel dettare alcune prese di posizione sui diritti civili e nel convincere Marine ad irrobustire il programma sui temi economico-sociali, perché è quello che si è sempre obiettato al FN: oltre  alla provenienza storico-ideologica e alle accuse di razzismo, si rimproverava il fatto che non rappresentasse una proposta di governo credibile, concretamente realizzabile, di sostanza e proprio su questo ha cercato di lavorare Philippot insieme ad altri che come lui provenivano dal movimento di sinistra di Jean-Pierre Chevènement. E più in generale Philippot è stato fondamentale, perché dava al FN l’expertise di cui era sprovvisto, sia agli occhi dell’opinione pubblica che per quelle che erano le effettive necessità di funzionamento interno, le competenze che di fatto servivano all’interno del partito per l’elaborazione di un programma politico che avesse anche contezza di alcuni aspetti di politica economica e sociale, al di là dell’enunciazione dei principi, quali la priorità nazionale e così via. È stato importante in questo senso. La rottura è avvenuta perché evidentemente la componente nazional-liberista sembrerebbe aver prevalso su quella più populista e statalista. Anche se io sono convinto che non ci sia una cesura netta tra populismo e liberismo. Insomma, le preoccupazioni identitarie, in senso non solo migratorio ma anche culturale e religioso, hanno avuto la meglio. Allo stesso modo le istanze di moderazione sul versante economico -quando per moderazione intendiamo l’affermazione dell’economia di mercato- sembrano aver trionfato in questa fase vissuta dal FN, ma aspettiamo di vedere cosa succederà nei prossimi anni. C’è da dire che sta assumendo importanza crescente Nicolas Bay che è diventato quest’anno vicepresidente del FN ed è su posizioni nazional-liberiste analogamente a Marion, di cui non si esclude il ritorno.

Tra le critiche pronunciate da Philippot nei confronti di Marine Le Pen, sull’onda dei veleni successivi al ‘divorzio’, c’è quella di essere diventata ‘Le Pen’. Accusa paradossale, ma ricca di significati. Lei che ha studiato la dinamica di trasmissione ereditaria e la ‘genetica’ del FN come giudica una simile affermazione uscita dalla bocca di un ex ‘insider’?

Potremmo leggerla come un’accusa di dispotismo e di leaderismo lanciata comprensibilmente da uno scissionista che si è dimesso, ma che è stato sostanzialmente messo alla porta. Tuttavia se la volessimo tradurre in termini psicoanalitici, potremmo immaginare che nella mente di Philippot c’è questo compimento del processo di uccisione del padre, dopo il quale Marine Le Pen avrebbe deciso lei stessa di diventare il genitore e di conseguenza si sarebbe posta a sua volta nel ruolo del ‘padre padrone’ che è anche epuratore degli oppositori. Pertanto non credo che si riferisse alle posizioni politiche, al giudizio sulla storia, sul colonialismo e sulla seconda guerra mondiale rispetto a cui Marine ha segnato una netta svolta, paragonabile a quella di Fini. Penso che si riferisse semplicemente all’approccio alla leadership.

Dunque dopo la diabolisation, la dédiabolisation, la seconda dédiabolisation in che fase si trova oggi il FN?

Siamo nella terza: possiamo parlare di una fase di ulteriore dédiabolisation, se pensiamo alle posizioni espresse in questi giorni sull’euro, alla ricerca di una maggiore moderazione. Forse nella prospettiva che l’esperienza di Macron confonda un po’ le acque sia sulla sinistra che sulla destra e che quindi ci sia uno spazio per una proposta di conservatorismo egemonico. Quindi sì, direi dédiabolisation. Poi dobbiamo vedere come si sposterà il ‘bipartito pubblico’ e come si evolverà la dialettica interna che al momento sembra azzerata, ma l’ascesa di personaggi come Nicolas Bay fanno pensare alla possibile preparazione del terreno per un rientro a medio-lungo termine di Marion.

Nel periodo successivo alle legislative che tipo di dialogo si è instaurato con gli altri soggetti politici della destra?

Credo non sia una fase ancora significativa. Tuttavia l’ascesa di Philippot potrebbe porre qualche problema rispetto all’obiettivo di costruire un fronte sovranista che vada al di là del FN nella conquista di consensi. Philippot poteva essere una figura di collegamento.

In tutto questo il vecchio leader?

Ha ancora un ruolo, perché ogni tanto presta qualcosa al FN attraverso la sua struttura e parla da tempo delle intenzioni di costruire un proprio soggetto, ma credo siano parole velleitarie e nostalgiche. Io le paragono a quelle di Bossi, che ogni tanto prova a dire che anche lui non esclude il ritorno. Ha avuto una certo ascendente su Marion, può darsi che continui ad averlo, ma direttamente credo non possa avere più un ruolo.

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