sabato, novembre 17

Front National: verso la rifondazione Intervista a Nicola Genga, direttore del CRS e collaboratore del Dipartimento Coris dell’Università La Sapienza di Roma

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Secondo Nicola Genga, direttore del CRS – Centro per la Riforma dello Stato e collaboratore del Dipartimento Coris dell’Università La Sapienza di Roma, il Front National è entrato nella terza de-diabolizzazione. Dopo la meticolosa costruzione di un’immagine rispettabile del partito e la rescissione dei legami con un passato compromettente, oggi sono i temi dell’Europa e della politica economica a subire ritocchi strategici. Non si tratta di interventi cosmetici, ma di un ripensamento sostanziale di alcune posizioni.

Se la storia recente del FN viene comunemente letta in chiave epica – il compimento di un parricidio -, le ultime vicende culminate, il 21 settembre scorso, con le dimissioni dell’ex vicepresidente della formazione suggeriscono che sia qualcosa di più di un abbaglio letterario. Florian Philippot non rappresentava soltanto la comunicazione e la strategia del partito. A lui apparteneva la paternità spirituale di quell’operazione di ‘banalizzazione’ inaugurata nel 2011 che ha scortato il FN direttamente al ballottaggio dello scorso maggio. La storia si ripete, anche se cambiano i protagonisti. In un certo senso è la sua stessa creatura ad averlo inghiottito. Della sua reputazione da ‘normalizzatore’ resta solo il ricordo. La sua linea sovranista, laica, oltranzista in fatto di Europa, attenta alla questione sociale è fuori dai giochi. Troppo aggressiva, in particolare nella sua declinazione anti-moneta unica, ed esageratamente indulgente sul tema sbagliato, quello dell’immigrazione.

Il trampolino di lancio della sua uscita di scena è stato la piattaforma ‘Les Patriotes’, marchio depositato dallo stesso Philippot, che negli ultimi tempi, a detta di Marine Le Pen, assomigliava sempre di più a un partito nel partito e sempre di meno a un think tank interno. Un conflitto di interessi è stato ufficialmente all’origine della rottura. Senza più deleghe alla vicepresidenza, tolte da Marine in attesa che fosse chiarita la sua posizione, Philippot ha chiuso la sua esperienza rispondendo a ‘France2’: «Mi dicono che sono vicepresidente di nulla. Ascolti, io non ho il senso del ridicolo, e non ho mai avuto il gusto del far niente, quindi sì, certo che lascio il Front National».

Nel frattempo si è cominciato a parlare di Congresso. Si terrà nel marzo del 2018, a Lille, e nei mesi che mancano alla sua apertura il partito dovrà risorgere dalle sue ceneri attraverso un processo di rifondazione «assolutamente storico». Accompagnati da Nicola Genga, autore de ‘Il Front National da Jean-Marie a Marine Le Pen. La destra nazional-populista in Francia’ edito da ‘Rubbettino’, abbiamo compiuto un viaggio nella sconfitta, attraversando i mesi successivi alle elezioni del 2017.

 

Vorrei riallacciarmi alla seconda edizione (2017) del suo libro, partendo proprio dall’ultimo paragrafo. Aveva lasciato poco prima delle elezioni una Francia «al bivio». Che strada è stata imboccata e come è stata digerita e metabolizzata la sconfitta elettorale?

La sconfitta non sembrerebbe essere stata metabolizzata bene. D’altronde era difficilmente evitabile, perché al di là delle semplificazioni giornalistiche e della voglia di sensazionalismo che c’è spesso in questi casi, il FN aveva la strada abbastanza sbarrata, visto la prevedibile comparsa di candidati di sistema che avrebbero potuto raccogliere una maggioranza larga, magari non larga tanto quanto quella di Chirac nel 2002 contro Jean-Marie Le Pen, ma comunque sufficiente a impedire ad un partito, che è  inviso alla maggior parte dei francesi e che resta impopolare, di accedere alla prima carica dello Stato. Certo è che l’appuntamento elettorale poteva essere gestito in maniera diversa, se pensiamo al confronto televisivo preelettorale prima del secondo turno che ha visto una Marine Le Pen molto aggressiva. Proprio quell’episodio è all’origine di una serie di dissidi, o meglio dell’accentuarsi di una serie di dissidi, che hanno portato poi all’uscita di Philippot dal partito.

Poche settimane fa Marine Le Pen ha annunciato una rifondazione che si articolerà in dodici tappe e ne ha parlato come di un fatto storico, perché, in quarantacinque anni, il FN sarebbe rimasto sempre lo stesso. Questa lettura della storia del partito che ha dato la leader è accettabile?

Se parliamo degli aspetti organizzativi, c’è l’invariante che alcuni chiamerebbero carismatica, ma che in maniera più laica possiamo chiamare leaderistico-presidenziale: è sempre stato un partito piramidale, incentrato sulla figura del leader, quindi del Presidente che prima era Jean-Marie Le Pen e che poi, quasi per successione dinastica, è diventato Marine Le Pen. Quello che è cambiato negli anni ’80 è che c’è stato un ‘restyling’ dell’organizzazione del partito secondo criteri simili a quelli che delineavano la struttura del Partito Comunista Francese, anche per la scelta di alcuni termini che designano le componenti del partito. Pensiamo al Comitato centrale, ad esempio, che è un organo tipico dei partiti comunisti. Inoltre c’è sempre stata un’importanza significativa assegnata alla militanza di prossimità e all’inquadramento dell’attività politica secondo dei crismi abbastanza rigidi per fidelizzare i militanti e provare a coprire meglio possibile il territorio. È quello che è mancato negli esiti più che nelle intenzioni: il FN per molto tempo non è riuscito a presentare candidati in tutte le aree della Francia, innanzitutto per mancanza di fondi, ma anche per la difficoltà di presidiare i territori che, soprattutto se pensiamo alle zone operaie, erano meglio presidiati dal Partito Comunista Francese, ancora forte in periferia. La rifondazione potrebbe andare nel senso di una maggiore partecipazione dal basso, ma questo metterebbe in discussione il principio «führerdemokratie» per citare Weber, cioè il principio del predominio del capo su cui si è retto il FN in assenza del quale potrebbe avere un destino incerto.

Sarà, quindi, una rifondazione simbolica o organizzativa?

La domanda è ben posta. Credo in questa fase ci sia una necessità di serrare i ranghi dell’organizzazione più che di lavorare sul simbolico, perché sul simbolico si è lavorato in questi anni attraverso la cosiddetta dédiabolisation, in italiano normalizzazione, de-diabolizzazione, banalizzazione, come la vogliamo chiamare. Il FN dovrebbe cercare di irrobustirsi. Potrebbe provare a farlo grazie ai maggiori introiti legati al finanziamento pubblico che dipende anche dal numero di voti ottenuti e dal numero di eletti: il FN adesso ha otto deputati, due senatori, una ventina di parlamentari europei e quindi può contare su una base finanziaria superiore rispetto a quella del recente passato. Sul simbolico può provare a dosare un po’ diversamente, rispetto a quanto non abbia fatto nell’ultima fase, i due princìpi che sono quello dell’identità, ossia della demarcazione dagli altri partiti del sistema, e il polo dell’adattamento al sistema stesso. Questo pendolo è un po’ la maledizione del FN, perché più punta sull’adattamento e più perde in identità e viceversa. Si potrebbe parlare in questi casi di coperta corta.

Senza andare troppo indietro nel tempo, era il 2002 quando, dopo la delusione del ballottaggio Chirac-Le Pen, emergeva un’urgenza di rinnovamento di immagine. Ci sono delle affinità con quella fase e come si tradusse quell’esigenza?

Il 2002 è stato uno spartiacque, perché sia il sistema politico che i cittadini hanno cominciato a prendere un po’ più sul serio il FN, ma anche perché, in negativo, per il FN è stato l’inizio della fine di Jean-Marie Le Pen. Tra l’altro dal 2007 in poi c’è stata una vera e propria carestia elettorale, anche in termini di visibilità, perché Nicolas Sarkozy riusciva a monopolizzare il dibattito su temi cari al FN: l’identità, la sicurezza, l’immigrazione. Il parallelismo che si potrebbe fare riguarda l’uscita di Bruno Mégret che, sebbene precedente al 2002, può essere paragonata a quella di questi giorni di Philippot. Ci sono certamente delle affinità, ma il leader in carica ha delle caratteristiche molto diverse: mentre allora era in netta parabola discendente, adesso abbiamo Marine Le Pen che, anche solo per ragioni anagrafiche, sembrerebbe ancora poter essere sulla cresta dell’onda.

Prima di arrivare al caso Philippot le rivolgo una domanda secca e forse un po’ ingenua sul congresso del 2018: è in discussione la leadership di Marine?

No, assolutamente no. Si prepara un congresso di acclamazione e si potrebbe dire, se non formalmente nei fatti, che dovrebbe esserci una candidatura unica o al massimo ci saranno degli ‘sparring partner’. L’unica possibile rivale poteva essere Marion Maréchal-Le Pen, che però ha annunciato il ritiro dalla vita politica qualche mese fa, un po’ a sorpresa. Marion incarnava una linea alternativa a quella di Marine dettata in larga parte da Florian Philippot che adesso non c’è più. Potrebbe essere un congresso di ‘riaccentramento’ rispetto alle due linee che si sono viste in questi anni: quella nazional-repubblicana (più social-sovranista-statalista e attenta ai diritti civili), animata da Philippot, e quella invece liberista, conservatrice e cattolica di Marion. Tuttavia la leadership non sembra poter essere in discussione.

In realtà già da tempo si discuteva di un cambio di nome per il partito. Florian Philippot aveva lanciato la sigla che, una volta consumata la ‘scissione’, avrebbe utilizzato per il suo nuovo movimento, ovvero ‘Les Patriotes’. Come giudica il fatto che il leader fuoriuscito abbia effettivamente realizzato quel proposito nato in seno al partito?

Anche questo è un po’ spiazzante, perché in realtà i gruppi dei consigli regionali ‘Les Patriotes’ erano già stati fondati e sembrava si andasse verso un cambio di nome nella direzione di  ‘Les Patriotes’, che si sarebbero affiancati a ‘Les Republicains’. Invece Philippot ha fatto una fuga in avanti, precedendo Marine che anche nel discorso del post ballottaggio aveva scandito questa formula di ‘patrioti’. Ora, essendo uscito Philippot e quel nome ormai preso e bruciato, non è chiaro quale possa essere la denominazione del partito. Certo, il problema si pone. Jean-Marie non ha mai voluto sentirne parlare, ma ora sembra abbastanza fuori gioco.

Ma cosa è accaduto tra luglio, quando Philippot presentava il suo documento ufficiale ‘Contribution de Florian Philippot à la Refondation du FN’ e lo strappo di fine settembre e in tutto questo, secondo lei, quanto ha effettivamente pesato la questione ‘Europa’?

È successo che in questi mesi la sconfitta è stata metabolizzata male e questo cattivo decorso della malattia ha contribuito ad accentuare i dissapori che c’erano già da tempo all’interno del partito e del cerchio magico, per utilizzare un’espressione ormai abusata. Louis Aliot, un altro dei vicepresidenti e per quello che conta compagno nella vita di Marine, mal sopportava alcune prese di posizione sovraniste sull’euro. Inoltre, anche nella regia della campagna elettorale, che era stata molto aggressiva, sembrerebbe esserci stata nelle alte sfere del FN una presa di coscienza a proposito della necessità di moderarsi. Giusta o sbagliata che sia sul piano strategico questa scelta, assieme alla decisione di frenare sui propositi di uscita dall’euro, sostenendo che il 70 % di programma del FN sia realizzabile anche senza il recupero della sovranità monetaria, lascia pensare che sia tutto leggibile in questo quadro. In questa fase prevale l’adattamento sull’identità, una seconda fase della dédiabolisation a questo punto senza Philippot, che era stato uno dei registi, se non il principale regista, della sua prima fase. Bisogna vedere se questa scelta si rivelerà appagante sul piano elettorale.

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