martedì, Settembre 28

Frenare il cambiamento climatico senza innescare una crisi finanziaria è possibile Sia gli effetti del cambiamento climatico che alcune delle politiche necessarie per fermarlo potrebbero avere importanti implicazioni per la stabilità finanziaria globale. Ma il modo per evitare una crisi finanziaria da cambiamento climatico c'è

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La Germania è la più colpita, con un bilancio che al momento restituisce 196 morti e milioni di euro di danni (ancora da stimare), ma anche Belgio, Olanda, Austria, stanno facendo i conti con una eccezionale alluvione che si è lasciata dietro quella che la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha definito una scena «surreale e spettrale». Scena di morti, feriti, danni materiali inestimabili. Non solo, forse -e questo sarebbe il solo aspetto positivo di quella che è certamente una catastrofe immane- la terribile alluvione si è lasciata dietro anche una accresciuta consapevolezza di quello che il cambiamento climatico sta provocando.
Intanto, la Gran Bretagna ha emesso il suo primo avviso di caldo estremo, che sarà in vigore fino a giovedì. E dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti occidentali sono stati colpiti dalla quarta grande ondata di caldo dall’inizio di giugno, che ha portato temperature pericolosamente alte e siccità e incendi in peggioramento .

Una crisi climatica che condurrà al disfacimento del pianeta. E questa alluvione, gli esperti sono concordi, è solo l’aperitivo di un pranzo inimmaginabile che attende l’umanità.

Merkel ha promesso un’attenzione politica raddoppiata per frenare il cambiamento climatico.
I
democratici americani hanno proposto una tassa sulle importazioni da Cina e da altri Paesi che non riducono significativamente l’inquinamento da riscaldamento del pianeta che producono. L’azione che, secondo il ‘New York Times, potrebbe ‘provocare’ i partner commerciali dell’America e «creare serie sfide diplomatiche in vista dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite fissati per novembre a Glasgow», ma che è considerata essenziale per proteggere le società americane dai costi che sono chiamate a sostenere per adeguarsi alle normative ambientali statali e federali messe in campo per ridurre le emissioni di gas serra causate dalla combustione di combustibili fossili, in particolare quelle molto aggressive dell’Amministrazione Biden.
L’
Unione Europea, da parte sua, impegnata sul Green Deal Europeo volto a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, lo scorso 14 luglio ha proposto proprio l’identica tassa sul carbonio sulle importazioni da Paesi con controlli sull’inquinamento lassisti. Si tratta della ‘carbon border tax‘, di cui si discute da anni.
Il problema della tutela delle aziende impegnate su politiche di tutela ambientale severa non se lo pongono solo gli americani, anche l’Europa deve affrontare lo stesso ostacolo. Il problema è chiaro: «se un singolo Paese cerca di imporre politiche per ridurre le emissioni a livello nazionale, corre il rischio che, ad esempio, le sue fabbriche di acciaio e cemento affrontino costi più elevati e siano in svantaggio rispetto ai concorrenti stranieri con regole ambientali più flessibili. Se di conseguenza la produzione di acciaio e cemento si spostasse all’estero, ciò comprometterebbe la politica climatica, poiché quelle fabbriche straniere emetterebbero altrettante o più anidride carbonica altrove».
Appare così evidente che
nello stesso modo in cui le conseguenze del cambiamento climatico (dalle alluvioni alla siccità, ecc…) danneggiano le economie, le politiche e le azioni volte a fermarlo potrebbero avere importanti implicazioni per la stabilità economico-finanziaria.
In tutti e due i casi,
il quanto le economie saranno danneggiate dipenderà molto da come reagiranno i regolatori finanziari e le banche centrali. Infatti, i «regolatori hanno la capacità di affrontare questi rischi e aprire la strada per attuare in sicurezza una politica climatica ambiziosa», affermano Garth Heutel, Givi Melkadze e Stefano Carattini docenti di Economia della Georgia State University, economisti ambientali e macroeconomisti.

«L’impatto del cambiamento climatico sulle economie non è sempre ovvio. Mark Carney, l’ex governatore della Bank of England, ha identificato una serie di rischi legati al cambiamento climaticonel 2015 che potrebbero scuotere il sistema finanziario. L’aumento dei costi delle condizioni meteorologiche estreme, le cause legali contro le aziende che hanno contribuito al cambiamento climatico e il calo del valore delle attività di combustibili fossili potrebbero avere un impatto. L’economista americano premio Nobel Joseph Stiglitz è d’accordo. In una recente intervista, ha sostenuto che l’impatto di un forte aumento dei prezzi del carbonio -che i governi addebitano alle aziende per l’emissione di gas serra che provocano il riscaldamento del clima- potrebbe innescare un’altra crisi finanziaria, questa volta a partire dall’industria dei combustibili fossili, dai suoi fornitori e dalle banche che li finanziano, il che potrebbe riversarsi nell’economia più ampia».

La ricerca condotta da Heutel, Melkadze e Carattini «conferma che sia gli effetti del cambiamento climatico che alcune delle politiche necessarie per fermarlo potrebbero avere importanti implicazioni per la stabilità finanziaria, se non vengono intraprese misure preventive. Le politiche pubbliche che affrontano, dopo anni di ritardo, le emissioni di combustibili fossili che stanno guidando il cambiamento climatico potrebbero svalutare le aziende energetiche e causare il crollo degli investimenti detenuti da banche e fondi pensione, così come bruschi cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. La buona notizia è che i regolatori hanno la capacità di affrontare questi rischi e aprire la strada per attuare in sicurezza una politica climatica ambiziosa».

Heutel, Melkadze e Carattini spiegano le condizioni di fondo per attuare politiche climatiche in sicurezza. «In primo luogo, le autorità di regolamentazione possono richiedere alle banche di divulgare pubblicamente i propri rischi derivanti dal cambiamento climatico e di testare la loro capacità di gestire il cambiamento.
L’Amministrazione Biden ha recentemente introdotto un
ordine esecutivo sul rischio finanziario legato al clima, con l’obiettivo di incoraggiare le aziende statunitensi a valutare e divulgare pubblicamente la propria esposizione ai cambiamenti climatici e alle future politiche climatiche.
Nel
Regno Unito, le grandi aziende devono grivelare le loro impronte di carbonio e il Regno Unito sta spingendo affinché tutte le principali economie seguano il suo esempio.
La
Commissione europea ha inoltre proposto nuove regole per le aziende che devono riferire su clima e sostenibilità nelle loro decisioni di investimento in un’ampia fascia di settori nella sua nuova strategia di finanza sostenibile pubblicata il 6 luglio 2021. Questa strategia si basa su un precedente piano per la crescita sostenibile del 2018».
La divulgazione di questi dati, spiegano gli studiosi, «rappresenta un ingrediente cruciale per glistress test climatici, valutazioni che misurano quanto le banche siano ben preparate per i potenziali shock del cambiamento climatico o della politica climatica». La Banca centrale europea sta conducendo stress test per valutare la resilienza della sua economia ai rischi climatici. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha recentemente istituito il Financial Stability Climate Committee con obiettivi simili.

«Le banche centrali e gli accademici hanno anche proposto diversi modi per affrontare il cambiamento climatico attraverso la politica monetaria e la regolamentazione finanziaria.

Uno di questi metodi è il green quantitative easing‘, che, come il quantitative easing utilizzato durante la ripresa dalla recessione del 2008, prevede che la banca centrale acquisti attività finanziarie per iniettare denaro nell’economia. In questo caso, acquisterebbe solo beniverdio rispettosi dell’ambiente». Questa misura «potrebbe potenzialmente incoraggiare gli investimenti in progetti e tecnologie rispettosi del clima come l’energia rinnovabile, sebbene i ricercatori abbiano suggerito che gli effetti potrebbero essere di breve durata».

«Una seconda proposta politica è quella di modificare i regolamenti esistenti per riconoscere i rischi che il cambiamento climatico pone alle banche. Le banche sono generalmente soggette a requisiti patrimoniali minimi per garantire la stabilità del settore bancario e mitigare il rischio di crisi finanziarie. Ciò significa che le banche devono detenere una quantità minima di capitale liquido per concedere prestiti. L’inclusione di fattori ambientali in questi requisiti potrebbe migliorare la resilienza delle banche ai rischi finanziari legati al clima. Ad esempio, un ‘brown-penalizing factor’ richiederebbe requisiti patrimoniali più elevati sui prestiti concessi alle industrie ad alta intensità di carbonio, scoraggiando le banche dal concedere prestiti a tali industrie».

«In generale, queste proposte esistenti hanno in comune l’obiettivo di ridurre le emissioni di carbonio in tutta l’economia e contemporaneamente ridurre l’esposizione del sistema finanziario ai settori ad alta intensità di carbonio». Un esempio in questa direzione viene dalla Banca del Giappone, la quale ha «annunciato una nuova strategia climatica il 16 luglio 2021, che include l’offerta di prestiti senza interessi alle banche che prestano a progetti rispettosi dell’ambiente, il sostegno alle obbligazioni verdi e l’incoraggiamento delle banche a rivelare il proprio rischio climatico.
La Federal Reserve ha iniziato a studiare queste politiche e ha
creato un panel focalizzato sullo sviluppo di uno stress test climatico».

«Spesso, il processo decisionale segue dibattiti e progressi scientifici ed economici. Con la regolamentazione finanziaria dei rischi climatici, tuttavia, è probabilmente il contrario. Banche centrali e governi propongono nuovi strumenti politici che non sono stati studiati da molto tempo.
Alcuni documenti di ricerca pubblicati nell’ultimo anno forniscono una serie di importanti spunti che possono aiutare a guidare le banche centrali e le autorità di regolamentazione.
Non tutti raggiungono le stesse conclusioni, ma un consenso generale sembra essere che la regolamentazione finanziaria
può aiutare ad affrontare i rischi economici su larga scala che l’introduzione improvvisa di una politica climatica potrebbe creare. Un documento ha rilevato che se la politica climatica viene attuata gradualmente, i rischi economici possono essere piccoli e la regolamentazione finanziaria può gestirli.
La regolamentazione finanziaria può anche aiutare ad accelerare la transizione verso un’economia più pulita, secondo la ricerca. Un esempio è sovvenzionare i prestiti alle industrie rispettose del clima e tassare i prestiti alle industrie inquinanti.
Ma
la regolamentazione finanziaria da sola non sarà sufficiente per affrontare efficacemente il cambiamento climatico. Le banche centrali avranno un ruolo da svolgere mentre i Paesi cercheranno di gestire il cambiamento climatico in futuro. In particolare, una regolamentazione finanziaria prudente può aiutare a prevenire gli ostacoli al tipo di politiche aggressive che saranno necessarie per rallentare il cambiamento climatico e proteggere gli ambienti per i quali le nostre economie sono state costruite», concludono Heutel, Melkadze e Carattini.

Insomma, una politica climatica capace effettivamente di frenare il treno in corsa prima che deragli, una politica inevitabilmente aggressiva -considerato che abbiamo perso anni importanti- è possibile. Non ci sono scuse per non attuarla, anzi, sarebbe criminale non attuarla.

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