domenica, Maggio 22

Francia: Zemmour e l’inglese, una questione di identità? Appare necessario interrogarsi sul tema di un eventuale immiserimento delle lingue e culture nazionali in favore di una comunicazione globale inglese che pretende di essere perciò il centro delle civiltà del mondo, senza con ciò dare di sponda a chiusure ostracismi ed estremismi

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

Passata la fantasmagorica mediocre politica italica, con chissà chi lassù al Colle dove rimpiangeremo Mattarella, fra poco più di tre mesi anche in Francia si voterà per le presidenziali e ribollono speranze, paure, candidature. Anche oltr’Alpe spira il letale virus sovranista, misto di populismo e nazionalismo, sostanza tossica del tempo storico in politica e nella società. Con populisti, sovranisti, nazionalfascisti, nazionalsocialisti in auge e con le “sinistre” in affanno. Una sinistra che in Francia tenta una candidatura unica alle prossime elezioni con l’ingresso in scena il 15 gennaio scorso di Christiane Taubira, ex ministra della Giustizia del fallimentare governo Hollande, seconda componente di quell’Esecutivo dopo Emmanuel Macron, suo (di Hollande) ex ministro dell’economia, dell’industria e del digitale tra 2014 e 2016 nel secondo governo di Manuel Valls. ’Riverginatosi’ nel 2016 nella nuova formazione politica ‘La République En Marche e vincere nel maggio successivo le presidenziali con il 66,1% dei voti. Percepito come il nuovo in realtà banchiere figlio di un’élite funzionaria pubblica da annisulla scena. Dunque la Taubira, considerata un’icona (che a sinistra portano male) della sinistra, preme per la “primaria popolare” mentre gli altri 8 (!) contendenti preferirebbero evitarla. Per spartirsi poco più del 25% di elettori, non superando alcuni il 10% nei sondaggi. Rimanendo alla composita area a sinistra vedremo dal 27 al 30 gennaio quando si agirà la primaria voluta non già dai partiti (già questo è un problema) ma da gruppi di cittadini e militanti che farà votare sul web i 120 mila iscritti. Con la Hidalgo, sindaca di Parigi, che cerca un’investitura difficile per la quasi estinzione dei socialisti al 4%, sotto la soglia del 5% per ottenere i rimborsi dallo Stato per la campagna elettorale.

A destra invece la contesa appare più combattuta con la già perdente nel passato Marine Le Pen che guida ora un generico Rassemblement national, l’ex Front National di estrema destra cui plaude il duo italico Melvini o Salvoni come preferite. Con cui intercettare voti anche di conservatoridelusi ma pure di ex a sinistra delusi da politiche fallimentari o poco incisive. Poi c’è lui, Eric Zemmour, scrittore e giornalista del Figaro, 63 anni, che guerreggia con la Le Pen per rappresentare la peggiore destra, quella xenofoba islamofoba, la Francia ai francesi (ricorda niente?). Che piace nei distretti ex industriali o nelle ampiezone rurali francesi. Dalle posizioni di destra dura sui temi politici e che benché sia più una bolla mediatica che un fenomeno duraturo risulta gradito perché parla “chiaro”. L’ultima o quasi è che ha chiesto che nelle classi i bambini francesi si concentrino sulla lingua francese cancellando l’inglese che a Bruxelles non c’è più bisogno di utilizzare con il Regno (una volta) Unito uscito dall’Unione dopo la nefasta Brexit. Nella sue parole “bisogna mettere il carico sulla lingua francese e sul calcolo matematico, in cui esiste un crollo inaudito”Mentre l’ultimissima, è che le classi vanno divise, non per genere, maschi di qua femmine di là come i Talebani per i quali le donne sono inferiori, ma per integrità fisica. Ai disabili vanno dedicate classi solo per loro. Poi magari si prendono i ragazzi un po’ sovrappeso, altri di pelle più scura, quelli ricchi o poveri e via selezionando.

Insomma aberrante quanto non originale perché realizzato dall’eugenetica nazista con i campi di concentramento per ebrei, omosessuali, minoranze, malati psichici, deformi. Gli ultimi 20-30 anni con il mondo globale rimpicciolito e la comunicazione istantanea sono venute riemergendo antiche oscenità di visioni e classificazioni che stanno ridiscutendo i valori di rispetto e solidarietà ed eroso i princìpi di civiltà che parevano acquisiti al genere umano. A partire dai temi più contrastanti e redditizi politicamente, l’immigrazione con lo scambio o conflitto di culture, l’apertura al mondo delle diversità del villaggio globale che ha avvicinato popoli, culture, etnie. E la vicinanza come noto offre due lati di una medaglia, l’incontro ed il conflitto, l’entusiastica apertura o la stolta chiusura. La potente spinta al confronto con l’Alterità, mai scontata o di per sé positiva, nel mondo globale si è incrociata con le dismesse tematiche ideologiche in un mondo che si riteneva fosse ormai in una nuova fase nel confronto tra le civiltà (Huntington scrive a pochi anni dal crollo del Muro di Berlino del 1989) si sono disegnate ottimistiche traiettorie post-ideologiche che dai temi strutturali sono virate verso i temi culturali dell’identità, i confini, la coesistenza, l’integrazione e l’innalzamento di muri e fili spinati a “difesa” della presenza bianca contro la presunta “invasione” come nell’antichità degli ottomani o dei barbari. In un tempo storico di ridiscussione dei princìpi dell’Illuminismo che gli ingenui o indifferenti mercanti della globalizzazione hanno accantonato.

Quella stagione della ragione contro risorgenti superstizioni, pregiudizi, oscurantismi. Mentre in questi anni ideologie e disuguaglianze strutturali che si volevano obsolete sono esplose un poco ovunque a tematizzare una stagione storica oltremodo critica verso un modo di produzione capitalistico ormai interiorizzato anche da quelli che dovevano rappresentare istanze individuali e collettive lasciate sole, in balìa di accorte destre rimaste al contrario ideologiche e più reattive all’avanzamento della crisi economica e sociale. Così il tema che pone Zemmour potrebbe far sorridere, poiché l’odierno mondo finanziario, dei commerci, dei servizi globale ha assunto l’inglese quale lingua di scambio, usata persino da quei “cattivi” cinesi dall’esuberante capitalismo di Stato con il colosso Alibaba che concorre con Amazon. Ma ciò a cui il francese, già condannato per apologia di fascismo, utilizzando termini ed affinità naziste, mira è di spaccare l’opinione pubblica tirando fuori un tema che eccita gli animi intimi dai contenuti nazionalisti. Magari solo per far riemergere il tema del secolare scontro tra francesi ed inglesi, quella famosa Guerra dei cent’anni, in realtà 116 anni dal 1337 al 1453 per questioni dinastiche sulla corona francese rivendicata da Edoardo III d’Inghilterra e duca d’Aquitania, in quanto nipote di Filippo IV di Francia.

Prescindendo dall’estremista francese, il tema ha una sua rilevanza, senza doversi iscrivere nelle giaculatorie non improvvisate del novello neo estremista transalpino. Ed allora mi sovviene lo studio di un lavoro dei primi anni ’90 del secolo scorso che ebbe vasta eco internazionale e diverse critiche. Mi riferisco al controverso ‘Lo scontro delle civiltà’ di Samuel Huntington, noto esperto americano di politica estera, docente alla Harvard University. La tesi è nota: finita la Guerra Fredda, gli esseri umani abbandonano l’ideologia e l’analisi del sistema economico per privilegiare i temi della loro identità fondata su lingua e religione, riemergendo tradizioni ed antichi costumi. In poche note qui non ripercorribili nelle sue tesi che riprenderò perché foriere di un dibattito di cui molti non hanno letto il testo mentre altri lo hanno subito abbracciato. Mentre con certi studi americani bisogna essere molto cauti per le tesi problematiche propugnate come inevitabili, sul versante metodologico che analitico (e penso a Fukuyama e la sua improvvida “fine” della Storia.

Qui mi interessa rilevare un dato numerico. Afferma lo studioso americano che elementi basilari delle civiltà sono lingua e religione. Espressamente si chiede «Se stesse emergendo una civiltà universale (questo il tema, mio) dovrebbe essere in atto una tendenza alla nascita di una lingua universale» e cita il Wall Street Journal (del 1993) che afferma “la lingua universale è l’inglese» (p. 75). Qui si aprono due strade. La prima è che con evidenza la lingua inglese sarebbe parlata da una porzione sempre più grande della popolazione mondiale. Tesi da rigettare per l’Autore poiché «Non esiste alcuna prova a sostegno di tale tesi (anzi) gli indizi… dimostrano esattamente il contrario». Difatti «la percentuale di persone che in tutto il mondo parlano inglese è scesa dal 9,8% di tutti coloro che nel 1958 conoscevano lingue parlate da almeno 1 milione di persone, al 7,6% nel 1992 (segue Tab. 3.1)». Il fenomeno reale al contrario è che «La proporzione della popolazione mondiale che parla le cinque principali lingue occidentali (inglese, francese, tedesco, portoghese, spagnolo) è scesa dal 24,1% del 1958 al 20,8% del 1992». Viceversa, secondo tema, nello stesso periodo 1958-1992 «è invece aumentata la percentuale di persone che parlano hindi, malese-indonesiano, arabo, bengalese, spagnolo, portoghese e altre lingue».

Ed oggi quali sono i dati? Dai dati dell’ultima edizione di Ethnologue che “prende in analisi migliaia di lingue nel mondo fornendo per ognuna di esse il numero dei parlanti, le regioni di diffusione, i dialetti, le affiliazioni linguistiche” su cui non mi posso soffermare, emerge che i “parlanti” inglese sono 1,13 miliardi ma i “madrelingua” solo 460 milioni, mentre i cinesi-mandarino sono 1,12 mld con 909 mil mlingua, hindi 615 mil e 324, spagnolo 534 e 442 e via decrescendo. Pertanto un conto è una lingua come l’inglese che nell’apparente ignoranza di molti (occidentali, dunque minoritari) se è sconosciuta al 92% della popolazione mondiale non può essere considerata la lingua universale. Altro discorso è l’utilizzo dell’inglese quale «mezzo di comunicazione interculturale (corsivo dell’Autore) del pianeta (come il calendario cristiano è il mezzo impiegato in tutto il mondo per calcolare il tempo, i numeri arabi sono il sistema mondiale di conteggio e il sistema metrico è il criterio di misurazione invalso in grandissima parte del pianeta) e dunque è uno strumento di comunicazione, non una fonte di identità e comunanza» (p. 77).

Che cosa ne discende da queste informazioni? Primo, la comunicazione globale è una manifestazione importante della potenza occidentale oggi. Secondo, questa egemonia, dice l’Autore, incoraggia esponenti politici populisti delle società non occidentali a de nunciare l’imperialismo culturale occidentale. Perché populisti? Non lo chiarisce. Terzo, poiché oggi le proporzioni vedono sempre più l’inglese minoritario nel mondo come numero di soggetti madre lingua ma primi nella comunicazione interculturale planetaria, questo dato diviene un potente strumento che si ritorce sui sostenitori della cosiddetta sostituzione etnica, poiché i bianchi senza alcun complotto, buono solo per chi non vuole ragionare, sono, siamo minoritari. E dunque la sostituzione del bianco, così male rappresentata dalle bande estremiste di Trump in America come di altri estremisti del pianeta, diviene un’arma spuntata dinanzi all’evidenza di ciò che i dati affermano.

Appare necessario interrogarsi sul tema di un eventuale immiserimento delle lingue e culture nazionali in favore di una comunicazione globale inglese che pretende di essere perciò il centro delle civiltà del mondo, senza con ciò dare di sponda a chiusure ostracismi ed estremismi che in un mare magnum simile trovano numerosi elementi di conflitto. Il tema è oltremodo complesso ed articolato. Tornerò a parlarne perché questa è una delle questioni rilevanti del mondo attuale legate al tema dell’economia di potenza, dell’agenda dei temi politici, militari, economici rilevanti per il mondo intero, dell’identità antropologica, dell’appartenenza culturale, dell’emersione delle diverse culture arti saperi e conoscenze sparse in un mondo omologato nella lingua degli scambi e conformistico nelle sue derive culturali, quanto immiserito nel contributo che ogni civiltà può offrire al mondo nel suo complesso, a prescindere dalla sua numerosità assoluta.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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