domenica, Dicembre 5

Francia vs Italia: dal ‘vicinato’ all’interesse comune? Intervista a Michele Marchi, esperto in Storia politica della Francia e Ricercatore presso l’Università 'Alma Mater Studiorum' di Bologna

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Mentre, dopo l’esito elettorale, nuove ombre si allungano sulla Germania, sono cresciute le aspettative sul summit bilaterale che oggi vede coinvolte a Lione l’Italia e la Francia. All’ordine del giorno, la questione TAV e il dossier relativo alla partecipazione maggioritaria di Fincantieri alla Società francese Stx, «transitoriamente» nazionalizzata dal Governo Macron. Sul questo nodo, all’incontro di Roma tra i Ministri italiani dello Sviluppo economico (Carlo Calenda) e delle Finanze (Pier Carlo Padoan) e quello francese dell’Economia (Bruno Le Maire) si è prospettato – anche secondo voci positive provenienti dall’Eliseo – un possibile «accordo», se non proprio una «alleanza» bipolare tra i due Paesi. L’oggetto della disputa è il controllo dei cantieri navali di Saint-Nazaire, con l’ambizione di estendere la cantieristica navale civile al settore della Difesa.

I rapporti tra Italia e Francia sono stati segnati, nell’ultimo anno, da nuove tensioni: dalla percezione di un vuoto di solidarietà nella gestione della crisi migratoria e degli sbarchi (pensiamo alla ‘impermeabilizzazione’ della frontiera francese) al crescere di una erosione economica da parte della Francia, peraltro riconducibile a un processo avviato da almeno un decennio (in settori come l’energia, la finanza, i media), con implicazioni e interessi incrociati sulla Libia e sulla regione africana occidentale.

In una sintesi delle analisi tratte da una serie di seminari organizzati, nel 2015, dall’IAIIstituto Affari Internazionali») e dall’«Institut Français Italia», Jean-Pierre Darnis (Direttore del Programma «Sicurezza e Difesa» dell’Istituto) avverte nell’Abstract, parlando dei due Paesi, che «La loro vicinanza geografica, la storia comune e il livello d’integrazione raggiunto (…) in sede europea tendono (…) a far sì che la dimensione bilaterale venga messa in secondo piano».

Come rilevato nel documento in questione, analisti e ricercatori francesi e italiani si sono confrontati sui seguenti scenari: gli ambiti della Sicurezza e della Difesa; la «proiezione» a sud del Mediterraneo; le politiche energetiche. Sia nel primo che nel secondo caso, è stata rilevata una differenza significativa inerente alla loro percezione politica, a partire dal modo di intendere l’uso della forza, soprattutto dall’intervento in Libia del 2011. Quest’ultimo avrebbe suscitato l’errata percezione di un disegno della Francia sulla Libia a danno dell’Italia. Dopo gli attacchi terroristici di Parigi del 2015, che hanno provocato la stretta volta a prevenire e contrastare il fenomeno, si intravvede più concretamente l’orizzonte di una cooperazione militare tra Italia e Francia a livello europeo. In sede di governo, tuttavia, in Italia permane una diffidenza diffusa verso gli interessi d’oltralpe.

Nonostante la prospettiva di un esercito europeo si perda ancora nell’astrazione, è possibile sviluppare una sinergia italo-francese su diversi piani concreti, a patto di una reale condivisione, anche parziale, di obiettivi.

Esemplificando sullo scenario ‘Difesa e Sicurezza’, 3 sono i fattori (uno positivo e due negativi) che influenzano l’efficienza della nostra strategia di difesa: un aumento, terminata la Guerra Fredda, della partecipazione delle nostre Forze Armate alle missioni internazionali sostenute dalla Nato, dall’ONU e dall’UE (solo negli anni ‘90, 130 missioni in 30 Paesi); una spesa militare ben al di sotto dello standard previsto dalla NATO (ossia il 2% del PIL), nonostante la recente crescita attestata dalla stessa Organizzazione; uno ‘sbilanciamento’ (qualitativo) della spesa a favore del personale;  infine, un’opinione pubblica impreparata in merito all’importanza di un bilancio improntato a una strategia nazionale di sicurezza e difesa,  e comunque in grado di influenzare le scelte di governance.

L’interazione di questi 3 fattori genera criticità politico-strutturali. Tuttavia, un consolidamento di livello europeo passerebbe proprio, secondo gli analisti, per la condivisione dell’agenda strategica in sinergia con la Francia.

Il primo ‘scoglio’ a una linea condivisa è, a ben vedere proprio il Mediterraneo. In proposito, l’Italia richiede la necessità di un fronte comune europeo, secondo una linea di tendenza unificante (a differenza dei Paesi nordici e della regione baltica), oltre che nell’ambito della NATO. Va da sé che la realizzazione della multilateralità sarebbe garantita solo in forza di un coordinamento politico giuridicamente assistito.  L’assenza – percepita e reale – di un sodalizio capace di avviare una sinergia tra Francia e Italia nel settore militare, ma anche, primo fra tutti, in quello energetico, va a detrimento di interessi che, in un’area come quella mediterranea, si sovrappongono – senza automaticamente diventare ‘comuni’, come finora è apparso: tali interessi, scrive Darnis, «vanno però visti e trattati in maniera positiva e non come occasioni di conflitto».

Ecco una chiave di volta per allentare la tensione crescente: trovare la convergenza nonostante ‘premesse’ storiche e politiche diverse. Senza mutare scenario, la Francia ha sempre assunto un volto ‘interventista’ basato sull’iniziativa militare nazionale piuttosto che sulla partecipazione a operazioni internazionali, come invece è accaduto, in via quasi esclusiva, per l’Italia. Del resto, gli investimenti militari francesi godono, rispetto ai nostri, di maggiore stabilità. Pensiamo al nucleare: malgrado la riduzione delle proprie forze nell’ultimo ventennio, la Francia è rimasta ferma nel suo assunto strategico, al fine di garantirsi autonomia di status (quale membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU). Inoltre, la Francia è titolare di un partenariato stabile con gli Stati Uniti, che comporta uno scambio continuo di informazioni e di tecnologie di avanguardia e si traduce, sul campo, nel supporto logistico provvisto dagli USA alle missioni francesi in Africa, Iraq e Siria.

Con queste premesse, sorge la domanda: la collaborazione con gli Stati Uniti impedisce una piena cooperazione della Francia nell’UE? A fronte dell’assenza di intese con la Germania e l’Inghilterra, L’Italia resta un partner possibile, in grado di avviare una effettiva cooperazione con l’Europa.  Dall’altro lato, i francesi ‘realisti’ non vedono questa possibilità, data l’assenza nell’UE «di strutture adeguate a supportare lo sviluppo militare, soprattutto a livello industriale». Ciò porterebbe a ricercare il mantenimento di un’autonomia rispetto agli armamenti, in assenza di una risposta europea che rilevi l’attività produttiva dei vari Paesi membri dell’UE.

È lecito domandarsi anche quali siano le basi storiche, nonché gli aspetti attuali di ‘rispondenza’ politica in grado di avviare e assistere, nel tempo, un solido partenariato tra Francia e Italia. Ne abbiamo discusso con Michele Marchi, Ricercatore presso l’Università «Alma Mater Studiorum» di Bologna ed esperto in Storia politica della Francia. Nel suo portrait di Macron, pubblicato sul Numero di febbraio 2017 della Rivista dell’«Istituto di Politica» diretta dal Prof. Alessandro Campi, l’esperto parla dell’abilità, propria del giovane neo-Presidente francese, nel raccogliere quella «domanda di autorità», emergente dai sondaggi di opinione, mirando al recupero della figura – oggi estinta –  di «monarca repubblicano» che collega De Gaulle a Mitterrand (il quale, considerando la sua intera parabola, ne segnò la fine). Attraverso una nuova visione, familiare – in questo processo di ‘recupero’ di autorità – al sincretismo intellettuale del filosofo Paul Ricoeur, Macron «ha mostrato un volontarismo spiccato» capace di far convergere elementi altrimenti inconciliabili: ad esempio, «È possibile», scrive Marchi, «riformare il mondo del lavoro e inserirvi dosi importanti di liberalismo, ma “en même temps” aggiungere solidarismo e tutele sociali». A questa nuova apertura si aggiunge la volontà dichiarata di rimuovere i fermi del vecchio sistema politico, ossia «il corporativismo, l’arretratezza dei corpi intermedi e quella dei partiti politici, non più in grado di fornire visioni attualizzate del reale», attraverso una «narrazione» che pone l’uomo contemporaneo, nella sua fallibilità, quale attore in grado di prendere in mano il proprio destino attraverso le opportunità offerte dalla politica. Questa narrazione, pilastro della campagna elettorale del nuovo Presidente, e gli altri aspetti della sua ‘soggettivazione’ politica hanno suggerito a Marchi l’espressione «macronismo in azione».

 

Dottor Marchi, è possibile definire un primo – seppur incompleto – bilancio, da giugno a settembre, della Presidenza Macron ? Per riprendere la Sua espressione, in che cosa si è tradotto finora, sia su un piano di politica interna che nei rapporti con l’UE e i diversi Stati, il ‘macronismo in azione’?

Senza dubbio, il macronismo è «in azione», ma meglio sarebbe dire che, nei quattro mesi dal suo ingresso all’Eliseo, Macron non ha certo smentito le sue promesse di volontarismo e attivismo. A differenza, poi, dell’iper-attivismo di Nicolas Sarkozy (nel 2007), quello del neo-presidente è un attivismo molto più razionale e meno istintivo, e – soprattutto – più selettivo. Nel senso che Macron ha intenzione di sviluppare il suo percorso di risorse in maniera armonica e in un crescendo ordinato.

Ecco, allora, che, in questa prima fase, si è dedicato a due grandi ‘cantieri’: quello della cosiddetta ‘moralizzazione della politica’ (‘à la Bayrou’, per intenderci) e quello della riforma del Codice del Lavoro. Se sul primo punto la strada è stata piuttosto agevole (anche se, come è noto, con il rimpasto di governo di giugno proprio il MoDem e il suo leader hanno pagato il prezzo più alto per una legge da loro fortemente voluta), sul secondo cantiere di riforma incombe ora una protesta sociale piuttosto diffusa, veicolata da una parte del sindacato e dalla «France Insoumise» di Jean-Luc Mélenchon che, nello specifico, non dovrebbe intaccare l’iter della riforma, ma che in generale sancisce la vera e propria fine della ‘luna di miele’ tra Macron e l’opinione pubblica transalpina. I sondaggi delle ultime settimane sono piuttosto impietosi e Macron si trova già ad un bivio: frenare o rilanciare con le nuove proposte già in cantiere (riforma del sistema che gestisce i sussidi di disoccupazione, riforma della formazione professionale e infine riforma delle pensioni)? La scelta di Macron avrà un impatto importante sulle future dinamiche interne all’Ue.

In che modo?

La ‘road map’ di riforme economico-sociali interne è funzionale, sempre nell’ottica del Presidente, al rilancio della centralità di Parigi a livello continentale, in particolare all’interno del cosiddetto «asse franco-tedesco». In questo senso, il recente voto tedesco non è una grande notizia per l’inquilino dell’Eliseo. Una Merkel “ostaggio” dei liberali e comunque influenzata dall’ottimo risultato dell’ultra-destra, potrebbe senza dubbio frenare di fronte alle proposte francesi di accelerazione e approfondimento sui temi del governo economico dell’area euro. In tutto questo contesto, si inseriscono i rapporti con il nostro Paese.

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