mercoledì, Agosto 4

Francia, psicosi attentati field_506ffbaa4a8d4

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Il Presidente francese François Hollande invita la popolazione a «non cedere al panico, alle associazioni frettolose, alle paure». Ma i ‘lupi solitari’ che -ognuno con i suoi problemi, le sue paure- si sono scagliati contro folle natalizie e forze dell’ordine hanno gettato nel panico la Francia.
La Polizia d’Oltralpe ha appurato che, come l’attentatore di Sydney, l’uomo che a Digione, la sera del 21 dicembre, si è lanciato con la sua Renault contro 13 passanti feriti, in diversi angoli della città, è «uno squilibrato».
A Nantes, il 22 dicembre, si è verificato un attacco pressoché identico, con un 37enne «noto ai servizi di sicurezza» che ha centrato, con il suo camioncino, un gruppo a bere a un chiosco al mercatino di Natale.
Espresso solidarietà alle vittime, il Primo ministro francese Manuel Valls ha annunciato «tra i 200 e i 300 militari in più in operazioni di sorveglianza nel Paese durante le feste natalizie». «I rinforzi», ha precisato, «si aggiungono ai 780 militari già incaricati del pattugliamento dei “punti ad alta frequentazione” -luoghi affollati come grandi centri commerciali, zone turistiche, monumenti ad alta affluenza, grandi stazioni ferroviarie o di mezzi di trasporto pubblico- secondo il piano antiterroristico in vigore».
Sei degli 11 feriti nell’urto di Nantes sono stati dimessi dall’ospedale, uno di loro è invece morto, nelle ultime ore. In questo caso, l’autore del gesto, che ha poi tentato il suicidio con una decina di coltellate, non si sarebbe appellato al Dio dei musulmani: il suo gesto sarebbe legato alla disperazione per aver perso, da poco, il posto di lavoro.
«Allah u Akbar» (Dio è grande), aveva invece invocato come lo squilibrato di Digione, il 20enne convertito all’Islam, piombato, lo scorso fine settimana, nel Commissariato di Joué lès Tours (Loira) accoltellando tre Poliziotti.

In tutto sono tre gli episodi di violenza avvenuti Oltralpe, in rapida successione. La Francia è il primo Paese europeo per provenienza di foreign fighters, i combattenti stranieri islamisti in Siria e in Iraq (oltre 700), e si temono gesti folli da parte di altri cani sciolti.
Sul suo profilo Facebook, il ragazzo dell’attacco contro la Polizia (poi ucciso dagli agenti) aveva pubblicato la bandiera nera dei dell’ISIS. Finora le autorità francesi si sono rifiutate di considerare gli episodi atti terroristici alla stregua, per esempio, di quelli di Gerusalemme, dove, negli ultimi mesi, attentatori palestinesi si sono lanciati con le loro auto contro i pedoni alle fermate degli autobus.
Hollande ha precisato che i «tre eventi non hanno legami tra loro». «Ma c’è una concomitanza» e perciò serve «estrema vigilanza». Le autorità e in generale i francesi devono «dare prova di grande sangue freddo, mostrando lucidità».
Il Natale di paura, in Francia, è stato aggravato dallo sparo, la sera del 22 dicembre, contro la sinagoga parigina di rue Danjon, nel nordest di Parigi. Il colpo, diretto verso la finestra del rabbino non è riuscito a sfondare il vetro. Due persone sono state sentite «parlare forte» vicino alla sinagoga, appena prima dell’accaduto.

Primo reporter occidentale embedded nello Stato islamico (ISIS), il tedesco Jürgen Todenhöfer ha messo in guardia il mondo postando sul suo sito: «L’Occidente sottovaluta drammaticamente la dimensione del pericolo dell’ISIS, che sembra funzionare bene come Stato, come altri Paesi totalitari della regione. In pochi mesi ha conquistato un territorio grande come la Gran Bretagna. Al Qaeda al confronto è un nano».
Rientrato da 10 giorni tra Mosul e Raqqa scortato dai jihadisti, Todenhöfer ha raccontato di essere partito con una «garanzia scritta di incolumità» («senza garanzie che fosse reale»), potendo osservare, in prima linea, «come il flusso di nuovi combattenti cresca ogni giorno: non solo giovani sconfitti della società occidentale, ma anche professionisti euforici dagli Usa, dalla Gran Bretagna, dalla Svezia, dalla Russia, dalla Francia, dalla Germania».
Dopo i tre morti nella cioccolateria di Sydney, il Premier australiano Tony Abbott ritiene «probabile un nuovo attacco», in un Paese con un «livello di minaccia terroristica alta». Anche il Papa è tornato a richiamare la comunità internazionale a «promuovere la pace e negoziato» per fermare «una recente e preoccupante organizzazione terroristica che commette ogni sorta di abusi in Medio Oriente», ha denunciato Francesco nella sua Lettera ai cristiani.
Sul campo di battaglia, in tre mesi più di un migliaio di jihadisti (1.119) è rimasto ucciso dai raid in Siria della coalizione a guida Usa, ha riportato l’Osservatorio siriano per i diritti dell’uomo, organo di propaganda dei ribelli.

Ma la campagna militare internazionale non è bastata a fermare l’ISIS, né le distruzioni della guerra.
In un rapporto, l’ONU ha contato quasi 300 siti del patrimonio culturale siriano devastati o danneggiati dal conflitto: tra questi, le rovine greco-romane di Palmira, Dura-Europos sull’Eufrate e di Bosra, le città bizantine nella Siria del nord, la moschea Umayyad e la cittadella fortificata di Aleppo.
Violenze si sono registrate anche in Yemen, con il centro della capitale Sanaa colpito da cinque esplosioni a catena: una delle bombe ha ucciso un agente della Polizia sciita degli houti, che da settembre controllano la città. E resta disastrosa la situazione in Libia, con gli scontri tra gruppi armati e clan che, ha registrato sempre l’ONU, «dalla metà di maggio hanno aumentato i combattimenti, provocando la morte di centinaia di civili e con violazioni assimilabili a crimini di guerra».
Grossi regolamenti di conti sono in corso, in Asia, sulle aree tribali tra il Pakistan e l’Afghanistan, dopo la strage di bambini nella scuola militare di Peshawar: nelle ultime 48 ore almeno 136 talebani sarebbero morti per raid aerei e operazioni militari terrestri avvenuti nel distretto di Dangam, nella provincia orientale afghana di Kunar.
Gli Usa hanno comunque informato che, con la fine della missione nel Paese, dal 2015 le forze militari americane «non attaccheranno più sistematicamente il Mullah Omar o i suoi seguaci talebani in quanto tali, a meno che non pongano una minaccia diretta agli Usa».

Sempre in Asia, dopo il black out di Internet in Corea del Nord, per probabile rappresaglia americana dopo il sabotaggio alla Sony, la Cina si è proposta agli Usa come paciere con la Corea del Nord. Ma è un brutto giorno per Pechino, dopo l’immolazione -la seconda in una settimana- di una giovane tibetana, che si è data fuoco per protestare contro la «politica repressiva di Pechino».
Con l’India, «l’Italia lavora per una soluzione condivisa e concertata», ha rilanciato il Premier italiano Matteo Renzi, confermando che il «Governo indiano è al lavoro con quello italiano, per riportare a casa tutti e due i due marò». Renzi apprezza il «clima di rispetto istituzionale» delle trattative tra i due Paese, ma chiede anche che «si risolva rapidamente l’incredibile pasticcio combinato e gli errori grossolani».
Nell’Europa destabilizzata dalla crisi e dalla minaccia dell’ISIS, seconda fumata nera, infine, per l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica greco. Come da previsioni, il candidato mandato avanti dal Governo, il conservatore Stavros Dimas ha ottenuto solo 168 sì sui 200 necessari per essere eletto. Si va verso il voto e, nei sondaggi, Syriza, la sinistra radicale anti-Troika di Alexis Tsipras, si riconferma primo partito greco al 28,5%.

 

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