mercoledì, Agosto 4

Francia: Provence Alpes Côte d’Azur, tutto il resto è … noia Dopo il brutale shock di domenica, l'attenzione si concentra sull'unico candidato superstite del Rassemblement National, Thierry Mariani. Sarà un duello tutto a destra, e, se Mariani vince lo 'sbarramento repubblicano', per il partito sarà l'occasione per dimostrare la capacità di governo. Ne parliamo con il politologo Claude Patriat

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«La scena elettorale assume il sapore amaro di un teatro delle ombre». Così aveva commentato, alla vigilia del voto, Claude Patriat, Professore Emerito di Scienze Politiche Università della Borgogna, quando già era abbastanza chiaro che in Francia la voglia di voto proprio non c’era. E in effetti le elezioni amministrative (rinnovo dei consigli dipartimentali e regionali) in Francia sono state il trionfo dell’assenza. L’assenza del 66,7% degli elettori. I francesi, 7 su 10, hanno deciso di restare a casa.

L’astensionismo (cresciuto del 16,6% rispetto alle precedenti amministrative) è l’elemento che ha segnato questa tornata elettorale.

L’altro elemento -questo assai inatteso- è stato che i partiti tradizionali sono tornati a rialzare la testa, sono stati penalizzati inuovi arrivati‘ e, contrariamente alle attese, la destra populista non ha sfondato‘, non ha ottenuto i risultati attesi neanche nella sua regione-regina, Provenza-Alpi-Costa Azzurra (PACA).

Per tanto, il Rassemblement National di Marine Le Pen nuovamente non raggiunge l’obiettivo, anzi,perde circa l’11% dei voti e porta a casa solo il 19,3% dei voti; la Republique En Marche del Presidente Emmanuel Macron si ferma al 10%; Les Republicains sono i vincitori con il 27% dei voti.

Le motivazioni dell’astensionismo record -il punto più basso toccato dalla Quinta Repubblica- saranno oggetto di riflessione e indagini ancora a lungo. Ha influito la paura del Covid-19, certo, ma non così tanto come nelle elezioni comunali del 2020, piuttosto ha influito «la sensazione che queste elezioni non cambieranno nulla nella loro vita personale (40%) o nella situazione della loro regione (35%)», come rilevato dall’Institut Français d’Opinion Publique. E ha influito «il desiderio di esprimere la propria insoddisfazione (34%)». Insoddisfazione della politica, insoddisfazione per l’offerta politica, diffidenza per i partiti e i politici. Alla radice, secondo Pierre Bréchon, Professore emerito di scienze politiche, Sciences Po Grenoble, c’è il fatto che «è cambiato il rapporto dei francesi con la politica, in linea con l’evoluzione dei valori. Non si vota più per dovere, ma se si comprende la posta in gioco delle elezioni e se si ritiene che un candidato o una lista meriti di essere sostenuta, oppure se si vuole bloccare una tendenza». «Se ai francesi piace il dipartimento e la regione in cui vivono, e se sono favorevoli all’aumento delle competenze locali, non sono molto interessati alla politica dipartimentale e regionale», e perfino stentano a conoscere i loro amministratori. Non sarà un caso, dunque, se in Corsica l’astensione si è fermata al 43%, qui, fa notare il politologo, «i problemi di governance, in questa regione con poteri estesi, sono percepiti molto più fortemente».

Da considerare anche l’offerta politica. Bréchon sottolinea come sono diminuite le liste candidate. Come dire: diminuiscono gli elettori che si recano ai seggi e diminuiscono (proporzionalmente?) le forze politiche che si candidano. «Nel 2021 sono state presentate 104 liste nelle 12 regioni, contro le 119 del 2015, una media di 8,7 liste per regione contro le 9,9 del 2015». «La restrizione dell’offerta si osserva anche per le elezioni dipartimentale, con il 15% in meno di liste rispetto al 2015».

«Molti ritengono che non abbia senso votare in questo tipo di elezioni in cui le differenze tra le tendenze politiche sono difficili da decifrare». I partiti, sia di sinistra che di destra, che governavano tutte le regioni, hanno resistito bene, fa notare Bréchon. La destra ha ottenuto 28,7% e la sinistra il 34,4%, sottolinea l’Institut Français d’Opinion Publique, confermando i «risultati favorevoli agli incumbent». «La maggioranza presidenziale appare invece largamente indietro, con liste che totalizzano l’11,5% dei voti (la loro assenza da alcune regioni spiega anche questo basso livello), che mostra la debolezza della presenza locale del partito presidenziale e spinge ancora di più il vantaggio per ibaronilocali osservato nelle ultime elezioni comunali, sempre in un contesto di fortissima astensione».

Claude Patriat, studioso del potere politico locale, di cui è uno degli specialisti francesi, è tra coloro che in questi giorni con più attenzione cercando di raccogliere quanto emerso dal voto del 20 giugno. A Patriat, dunque, abbiamo chiesto quanto, alla vigilia del ballottaggio di domenica 27 giugno, si dovrà tenere presente.
Due francesi su tre hanno scelto di non scegliere! Lo shock è brutale, ma non inaspettato: fa parte di una frattura che risale a trent’anni fa e che si sta aggravando a causa delle circostanze. L’ampiezza della diserzione deve molto a un errore di calendario: gli elettori hanno la testa altrove, i partiti stanno pensando ad altro”. Allo stesso tempo, prosegue Patriat, “l’intero calendario elettorale perde di significato, con un’ipertrofia delle elezioni presidenziali che schiaccia e soffoca il dibattito”.
Innegabile e rilevato da tutti gli osservatori come questo voto sia stato vissuto dalle forze politiche come un test per le presidenziali. Alla vigilia del voto, Patriat aveva messo in guardia dagli effetti «dell’estremo irrigidimento del nostro sistema politico poiché la coppia Chirac-Jospin ha t
ragicamente inasprito la presidenzializzazionecon l’istituzione del quinquennio e l’inversione del calendario, ponendo le elezioni legislative dopo le elezioni presidenziali». L’intera struttura elettorale è «declinata esclusivamente a partire dall’elezione presidenziale: le altre votazioni, europee o territoriali, si vedono ridotte allo stato di annunci o repliche più o meno dirette di questa».

In questo panorama marcato a fuoco dall’astensionismo, le urne hanno comunque ‘parlato’. Il risultato è stato da svariate parti interpretato come una rivincita dei partiti tradizionali sui nuovi arrivati (La Republique En Marche) e sugli estremisti (Rassemblement National). “No, non si può parlare di revanche per i partiti tradizionali”, ci dice Patriat, partiti “che hanno perso molte piume nella vicenda e che devono la loro resistenza alla loro minima base tradizionale”. Tra le ‘piume’ perse, probabilmente, anche qualcosa derivante dalla trasformazione e relative contorsioni che si sono imposti, come nel caso di Les Republicains, per riuscire a riconquistare l’elettorato partendo dei leader locali, non di rado indipendenti, tanto da rinnovare pesantemente la mappa degli eletti locali, che, secondo alcuni osservatori, sono oggi una delle principali risorse di questo partito, tanto da far dire che «i ‘presidenziali’ sono ora presidenti di regione o sindaci di grandi città».
Afferma Patriat: “
Decapitati dall’emergere di Emmanuel Macron, i partiti tradizionali cercano di ritrovare le loro truppe in famiglie profondamente disunite. Tutti hanno subito l’emorragia dell’astensione che segna nei loro confronti una profonda disaffezione, nel quadro di quello che io chiamo ‘disinteresse nazionale’. L’assenza di una campagna vivace, la voglia di relax hanno prosciugato le urne”.

Ma dunque, questo voto potremmo leggerlo come un segnale, magari non solo per la Francia, anche per il resto dell’Europa, che è iniziata la fine degli ultimi arrivati in politica e degli estremisti di destra? “Non leggere la perdita di voti da parte del Front National come l’inizio della fine”, ci dice Patriat, che chiama il Rassemblement National di Le Pen con il vecchio nome -Front National-, e lo fa certo non a caso. “La sua natura è un voto di rabbia e malcontento, le cose si appisolano date le circostanze, ma possono riprendersi in qualsiasi momento”.
L’uscita di scena di Trump come quella di Netanyahu possono aver influito sul sentiment europeo e dunque francese? La loro uscita scena è indice che gli elettori stanno ritornando su posizioni più ‘tradizionali’? E’ il rifiuto di un modello di politica populista? come quello di Le Pen. “No, non credo affatto che i francesi siano stati influenzati dalla partenza di Trump o Netanyahu”, ci dice Patriat. “E il populismo resta una variabile essenziale nella nostra vita politica”.
In quanto a La Republique En Marche: “Emmanuel Macron ha completamente mancato la trasformazione della sua macchina presidenziale in un vero e proprio partito di nuovo genere! Ciò conferma l’urgenza di ripensare l’intero sistema elettorale, calendario e modalità per tirarci fuori dalla morsa presidenziale”.

Domenica 27 giugno, per i ballottaggi tutti gli occhi saranno puntati sulla PACA, Provence-Alpes-Côte d’Azur, l’unica regione dove il Rassemblement National può piazzare un suo uomo, Thierry Mariani, e dove le forze politiche sono al lavoro per attuare lo ‘sbarramento repubblicano’.
Mariani è in testa con il 36% davanti al Presidente uscente dei Les Républicains, Renaud Musélier, che ottenuto il 31%. Sarà un duello tutto a destra, e sarà cruciale per Le Pen e per le sue indebolite speranze presidenziali dopo la batosta del primo turno -basti dire che secondo i sondaggi dovevano essere 6 su 13 le regioni che avrebbero visto un candidato di Marine al ballottaggio.

Una elezione che porterebbe per la prima volta il partito al governo di una regione. Regione nella quale il Front National ha una storia di radicamento di successo, e una storia di governo locale non esattamente eclatante.
Nel
1995, con le elezioni, per la prima volta nella sua storia, il Front National conquista tre importanti Comuni, Tolone, Orange, Marignane, a cui bisognerà aggiungere Vitrolles nel 1997. Tra dissenso e cattiva gestione, queste città sono poi state perse.
Nuove vittorie elettorali il partito ha poi ottenuto con le elezioni comunali del 2014 e del 2020. Altresì, nella regione, Rassemblement National ha ottenuto buoni risultati durante le ultime elezioni presidenziali, su di un terreno storicamente favorevole, costruito nel tempo a partire dalla metà degli anni ’80. «Nel 1984, durante l’esplosione elettorale del partito lepéniste alle elezioni europee, il FN ottenne l’11,2% dei voti espressi in Francia; nella regione del sud-est ha già raggiunto più di 19 punti. Due anni dopo, durante le elezioni legislative del 1986, il FN ha ottenuto il 19,96% nel PACA, mentre era solo al 9,7% nell’intera Francia». Primato poi rafforzato negli anni, come afferma la politologa Virginie Martin.

Questi successi elettorali hanno permesso alla Rassemblement National «di consolidare le sue reti, di aumentare il suo staff politico, di avere dipendenti, di attirare più volontari, di penetrare nel mondo associativo e di affermare la sua immagine», radicarsi sul territorio e costruire una sua classe dinotabililocali, come sottolinea Martin. Tutto ciò ha portato a una situazione per cui tutte le forze politiche sono ben consapevoli che fare politica in PACA senza tener conto del Rassemblement National è impossibile.

«È in questo contesto che Thierry Mariani, che ha trascorso tutta la sua carriera politica a destra (RPR, UMP, LR) è diventato un candidato chiave per Rassemblement National. Dopo aver chiesto esplicitamente al partito Les Républicains, nel 2018, di prendere in considerazione accordi con il partito di Marine Le Pen, questo nativo di Orange è finito per unirsi alla lista RN nel 2019 per le elezioni europee». «Thierry Mariani è conosciuto e ben radicato nella regione, soprattutto dal lato del Vaucluse: è stato a lungo consigliere generale del dipartimento e sindaco di Valréas. Dagli anni ’90 è stato consigliere regionale del PACA, poi Ministro dei Trasporti sotto François Fillon, durante la presidenza di Nicolas Sarkozy».

In questa come in altre tornate elettorali, la situazione del Rassemblement National in PACA è tale per cui i partiti di destra come di sinistra devono o allearcisi, o bloccarlo, o cercare comunque alleanze per marginalizzarlo. Per l’appuntamento di domenica, i partiti sono al lavoro per bloccarlo, la volontà è quella di creare un ‘fronte repubblicano’ facendo convergere anche i voti di sinistra su Renaud Musélier.
In PACA “la situazione è profondamente indecisa” afferma Claude Patriat, e a causa della scarsa partecipazione, qualsiasi interpretazione e previsione èfragile”. “Non credo in uno scatto di partecipazione. L’affaire si giocherà dunque sullacessionedei voti, che in questa regione seguono vie misteriose e arcane. Entrambe i ‘finali’ sono quindi ugualmente possibili”.

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