sabato, Maggio 15

Francia: prove di politica estera europea

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In conseguenza di quelli che sono stati i tragici eventi di Parigi di venerdì scorso, la politica internazionale si è rimessa faticosamente in moto per rimanere al passo con quella francese. Lo sprint di quest’ultima, negli ultimi giorni, è difficile da criticare ma non nascondiamo che un minimo di sentimentalismo sembra guidare le decisioni di Hollande.

Abbiamo chiesto al Direttore di Difesa Online Andrea Cucco, testata giornalistica specializzata nel settore Difesa e Geopolitica, di aiutare i lettori a fare il punto della situazione su quanto sta accadendo in Europa e in Italia dopo la richiesta di aiuto dei francesi.

 

Direttore, sono in molti a non sapere come considerare quelle che è accaduto a Parigi, Terrorismo o guerra? Potrebbe spiegarci qual è il suo punto di vista?

Da quando la guerra è divenuta sempre più sistematicamente ‘asimmetrica’, ovvero combattuta con strumenti ed obiettivi non convenzionali, non si può fare una distinzione. Il terrorismo è l’arma di una fazione per raggiungere risultati, anche maggiori, di quelli che potrebbe conseguire su un tradizionale campo di battaglia. Azione vigliacca ed immorale? Non c’è dubbio. Ma efficace. Con le azioni di Parigi non sono stati colpiti ‘simboli’, anche se affollati di gente, come durante l’11 Settembre. Sono stati massacrati ragazzi ad un concerto, gente comune al ristorante, per strada, allo stadio. Se dopo gli attentati di New York la gente aveva paura di prendere un aereo, ora il timore ha raggiunto la vita quotidiana di tutti. Chi in questi giorni, durante le azioni più comuni, non ha pensato almeno una volta: ‘e se arrivassero qui adesso?’. Ricordiamo che la Francia, se ne condividano o meno le mosse, è stata parte attiva nella destabilizzazione di numerosi Paesi: dalla Libia alla Siria. Ha anche addestrato ed approvvigionato moltissimi ‘ribelli democratici moderati’ che all’estero erano utili. I terroristi delle ultime azioni parigine parlavano francese.

La Francia ha invocato l’articolo 42.7 del Trattato di Lisbona. Cosa pensa che uscirà fuori da questa richiesta d’aiuto, forse una missione sul fronte terrestre?

L’articolo prescrive che “qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite”. L’interpretazione della norma è tutt’altro che certa e consolidata, tuttavia bypassa un accordo in sede ONU assai difficile con Russia e Cina già impegnate direttamente contro l’ISIS in Siria e con una ‘scuola di pensiero’ piuttosto diversa da quella della coalizione anti-ISIS a guida USA. Per Cina e Russia tutti quelli che combattono le istituzioni siriane sono ‘terroristi’ e vanno eliminati. Per altri, tra cui la Francia, va distinto il sottobosco dei ribelli tra cattivi, cattivissimi e buoni, moderati e democratici.

Grazie a Dio, l’Italia non si è fatta coinvolgere oltre una certa soglia, limitandosi ad impegni di secondo piano, anche se fondamentali, come l’addestramento dei peshmerga curdi in Iraq.
Una missione terrestre contro lo Stato Islamico è indispensabile. Le truppe siriane la stanno combattendo con rinnovato entusiasmo grazie al supporto russo. Le perdite però sono e saranno ingenti perché l’asimmetria è presente anche sul terreno in cui si combatte fucili alla mano. Stiamo ancora cercando di rattoppare i danni causati dalla caduta del nostro “amico” Gheddafi in Libia per decisione altrui. Vogliamo andare a versare altro sangue per le conseguenze di azioni non condivise e sicuramente non provocate dal nostro Paese?

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