lunedì, Novembre 29

Francia: per Éric Zemmour il film è appena iniziato A sei mesi dal voto per la presidenza francese, il polemista che ancora non si è candidato viene già dato come sfidante di Emmanuel Macron al ballottaggio. E' una 'dinamica abbagliante' per un nazionalista, di estrema destra, 'gollista' piuttosto che 'bonapartista', ideologo del sovranismo francese

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Non è ancora candidato, eppure i sondaggi lo danno già al terzo e addirittura al secondo posto, lì a sfidare Emmanuel Macron tra sei mesi alle presidenziali francesi. Éric Zemmour sta investendo la Francia e la sua candidatura potrebbe sconvolgere molti equilibri e mandare a pallino le speranze di Marine Le Pen.
I commentatori, guardando i sondaggi, definiscono quella di Zemmour una ‘
dinamica abbagliante‘. A metà settembre, il sondaggio Ipsos-Sopra Steria per ‘Le Parisien‘ gli ha accreditato un 8% di elettorato. Il 2 ottobre, sempre ‘Le Parisien‘, lo vede al 15% delle intenzioni di voto, davanti al candidato di destra -qualunque candidato di destra, che si chiami Xavier Bertrand, Valérie Pécresse o Michel Barnier. Pochi giorni dopo, un altro sondaggio, quello di Harris Interactive, gli ha dato il 17% di intenzioni di voto e lo ha messo davanti a Marine Le Pen, facendogli scavalcare per la prima volta la sbarra di accesso al secondo turno. Al momento naviga tra il terzo e il secondo posto in maniera costante.

Brice Teinturier, CEO di Ipsos-Sopra Steria, interrogato da ‘Le Parisien‘ su questi sondaggi afferma che «La dinamica di Eric Zemmour non è artificiale», «c‘è indubbiamente qualcosa che sta accadendo nell’opinione pubblica intorno a Eric Zemmour e ridurlo a una ‘bolla mediatica’ o a un ‘sondaggio’ sarebbe un errore. Alcuni dicevano la stessa cosa di Emmanuel Macron nel 2017!».
Teinturier
individua quattro ragioni che sono alla base del successo di questo anomalo ‘candidato non ancora candidato’. «Primo, c’è da tempo un blocco di circa il 25% di elettorato che crede che il Paese sia in declino, che le élite abbiano fallito e che la causa principale dei nostri problemi sia l’immigrazione. Questo blocco vota principalmente per Marine Le Pen. Riprendendo questi temi con, a volte, anche più forza di Marine Le Pen, Zemmour frattura questo elettorato. Dove Le Pen era sola, ora sono due. Dove era forte, è indebolita dalle sue sconfitte presidenziali e regionali».
L’
altra grande forza politica di destra, Les Républicains, sta attraversando un momento difficile. «Non ha ancora un candidato ufficiale e finora non è molto udibile. Zemmour ne approfitta e cattura parte del suo elettorato».
Altro elemento che gioca a favore sono i media. I quali «danno a Zemmour molta visibilità. Lo vediamo, lo sentiamo, discute, parliamo di lui» e questo gli fa gioco, gli serve. Infine, «ènuovo‘ e si fa araldo di una forma di libertà di parola, anche di dégagisme. La sua dinamica non è quindi artificiale». Ma, avverte Brice Teinturier, non è detto che questa dinamica sarà necessariamente sostenibile con l’evolversi della situazione politica Se domani Les Républicains trovano un buon candidato, se Marine Le Pen trova ‘colore’ e Zemmour si trova a confrontarsi con gli altri candidati su argomenti diversi dall’immigrazione, può accadere che la sua forza venga meno. «Come sempre, tutto dipende dalla campagna elettorale. Il film è appena iniziato».

63 anni, saggista, giornalista, ma soprattutto polemista, nato a Montreuil, vicino Parigi, EricZemmour è figlio di mercanti ebrei algerini di nazionalità francese fuggiti dalla colonia durante la guerra che ne avrebbe prodotto l’indipendenza. Diplomato all’Institut d’études politiques de Paris (Sciences Po), ha iniziato la carriera nella carta stampata all’età di 28 anni lavorando al ‘Quotidien de Paris‘, dal 1986 al 1994. Giornalista politico ha scritto articoli polemici e critici del Presidente François Mitterrand su ‘Quotidien de Paris‘, testata vicina al numero due del Front National, Bruno Megret. Passato poi attraverso diverse esperienze da editorialista, Zemmour ha conquistato visibilità nazionale a partire dal 1996 curando una rubrica su ‘Le Figaro’, e diventando importante cronista politico.
È stato anche editorialista e polemista in molte trasmissioni televisive, anche su France 2 e RTL.

Quella che esprime viene considerata una visione politica identitaria, nazionalista, di estrema destra; è ritenuto un ‘gollista‘ piuttosto che un ‘bonapartista‘, lui si dice uomo oltre la sinistra e oltre la destra‘, e in ciò si fonderebbe il suo essere ideologo del sovranismo francese.
Tra i temi che lo hanno fatto balzare all’attenzione dell’opinione pubblica, l’immigrazione, ma anche la ‘svirilizzazione’ della società, la discriminazione razziale, è stato
condannato due volte dai tribunali francesi per incitamento all’odio razziale.
La Francia non lavora abbastanza e promettere un aumento del salario minimo per le presidenziali del 2022 è «
demagogico», ha recentemente affermato. Secondo lui, il Paese sta affrontando da mesi una «guerra civile» e giustifica la sua tesi così: «Quando vai al Bataclan e massacri più di un centinaio di persone in stile Kalashnikov, si chiama guerra civile. Quando uccidi un prete nella sua chiesa, si chiama guerra civile. Quando uccidi un prete, un professore [… ] questa si chiama guerra civile».
Interrogato su un rovesciamento della Repubblica, il polemista ha spiegato che contrariamente alle idee dell’estrema destra, «
è contrario». «Non voglio rovesciare la Repubblica […] Non ho niente contro gli stranieri, preferisco semplicemente i francesi». «Abbiamo élite che, per 20 anni, hanno preferito gli stranieri ai francesi». Ipotizza il ritorno dei gilet gialli e ne giustifica la presenza: «Sono le vittime di 40 anni di politica sostenuta, sono le vittime dell’immigrazione di massa che li ha cacciati dalle periferie […] della deindustrializzazione e della folle politica energetica di Emmanuel Macron e della commissione europea».
C’è chi lo paragona a Donald Trump, e in effetti molte somiglianze -nelle parole e nell’agire- ci sono, e si chiede se Zemmour potrà essere quello che Trump è stato per gli USA. E c’è chi già ipotizza alleanze con Le Pen, la quale, per altro, sottolineando che «tra me e lui c’è una grandissima differenza», si è detta convinta che in una potenziale alleanza con Zemmour, il suo Rassemblement National «sarà in testa», «i rapporti di forza non si invertiranno mai», e Zemmour alla fine la sosterrà -peccato che il tipo non abbia il profilo del gregario, piuttosto quello del capitano.

Claude Poissenot, docente-ricercatore all’IUT Nancy-Charlemagne e al Centro di ricerca sulle mediazioni (CREM) dell’Università della Lorena, sottolinea la sua capacità di «trasmettere un discorso conservatore in forme molto attuali,corrispondenti al modo in cui i nostri contemporanei si definiscono. Presenta un individuo singolare che si afferma come tale e dice ‘io’. Illustra il modo in cui il campo politico è segnato dalla sua individualizzazione.

Affermarsi come soggetto autonomo comporta registrarsi al di fuori del gioco istituzionale e in particolare dei partiti politici. In questo, Eric Zemmour segue la strada già intrapresa da Emmanuel Macron nel 2017».
Per giustificare la sua candidatura, lungi dal mobilitare l’appoggio di un partito, «ci racconta il suo amaro rapporto sulla presunta evoluzione del Paese. Non esitando a seguire quelli di Giovanna d’Arco o di De Gaulle, spiega il suo impegno politico (e la sua probabile candidatura) con il senso del dovere di fronte a una situazione storica. Con la sua storia personale inseparabile da quella del Paese, si afferma come un individuo singolare in contrasto con la figura(standardizzata?) di coloro che portano le idee dei loro partiti o movimenti politici». La sua auto-narrazione non è fredda. «Si esprime sotto il registro dell’emozione alla maniera degli autori immersi in un racconto autobiografico. E il lettore è invitato a condividere i suoi dubbi e le sue domande».
Il lavoro che Zemmour conduce sul suo pubblico «comporta l’espressione di un’indignazione ricorrente, il ricorso al tema del declino, la moltiplicazione dell’io nei suoi discorsi, l’evocazione della sofferenza personale di fronte a una situazione che condanna e a ciò che considera gli attacchi dei suoi avversari. Usa quindi un processo che
riecheggia il modo in cui i nostri contemporanei percepiscono la loro esistenza attraverso le loro esperienze vissute più che attraverso principi astratti».
Zemmour deve molto della sua notorietà alle tv, ma non solo,
la sua «visione del mondo è sviluppata nei libri di cui parla e che lo definiscono. Così, assume il ruolo diintellettuale che dirige e anima il dibattito pubblico. Più precisamente, iscrive i suoi passi in quelli di gli ‘intellettuali universali’ come Jean-Paul Sartre piuttosto che in quelli di ‘intellettuali specifici’ tra cui Michel Foucault. I suoi libri gli danno una legittimità che dà peso alla sua parola. Dal 2006 ne ha pubblicati 10, di cui i primi 9 pubblicati da editori generalisti affermati nel mondo del libro (Denoël, Recherches-Midi, Albin Michel). Questo gli conferisce una rispettabilità che gli danno gli editori perché i suoi libri li vendono in gran numero». «Questo sostegno a un mondo passato in cui il libro era la condizione per la partecipazione al dibattito pubblico consente a Eric Zemmour di catturare un pubblico conservatore oltre a quello che ha conquistato su RTL e poi su CNews con il suo radicalismo. E infatti, uno studio mostra che attirerebbe un quarto degli elettori di François Fillon nel 2017 e che i suoi presunti elettori sarebbero reclutati in maggioranza tra gli ultracinquantenni».

Zemmour promuove apertamente la teoria del ‘Great Replacement‘ -una convinzione razzista, popolare nell’estrema destra in Europa, negli Stati Uniti e nel Regno Unito, secondo la quale i bianchi saranno presto ‘sostituiti’ da immigrati non bianchi e non europei.
Secondo lui, la grandezza della Francia è costruita sulla sua posizione al vertice di una gerarchia delle culture‘, in forza della quale gli orrori del razzismo coloniale francese sono stati il prezzo necessario per offrire ai colonizzati la loro ‘illuminazione morale’. Secondo Zemmour, la vita e i valori francesi sono minacciati dall’Islam. Sostiene che la Francia è contaminata dal separatismo‘. «’Separatismoè un termine pesante in Francia. Un tempo era usato per descrivere le lotte anticoloniali, in particolare quelle in Algeria, ed è stata l’accusa standard lanciata al popolo ebraico fin dall’antichità e costituisce la base di gran parte dell’antisemitismo moderno. Ma è anche politica corrente del governo sradicare il ‘separatismo’ attraverso una nuova legge che promuova ‘il rispetto dei principi della Repubblica’», spiega Alain Policar, docente e ricercatore associato in scienze politiche (Cevipof) a Sciences Po .
«Zemmour è anche un
ardente sostenitore dell’assimilazione dei migranti in Francia. La sua approvazione dell’assimilazione non dovrebbe sorprendere, in particolare se ricordiamo che questa parola una volta era usata per giustificare la politica basata sulla razza evidente nei privilegi di cui godevano i coloni francesi, che li trasformarono in una quasi-aristocrazia; una gara a parte». Sostenere l’assimilazione secondo Zemmour implicherebbe anche «la non assimilazione di alcuni gruppi. Sostiene regolarmente, ad esempio, che l’Islam non è compatibile con la Repubblica, l’opposto della politica assimilazionista».

«Le dichiarazioni di Zemmour possono essere incendiarie, ma attraverso di esse possiamo vedere che la vecchia idea di una Nazione francese definita in termini razziali ha avuto un’influenza duratura sul dibattito contemporaneo», afferma Policar.

«Una di queste idee è quella di ‘universalismo’, secondo la quale la caratteristica nazionale di essere francese sostituisce qualsiasi altra identità che un individuo possa avere. Ma se agli immigrati viene chiesto di attenersi alle tradizioni francesi sulla base del presupposto che tali tradizioni sono intrinsecamente universali, l’universalismo diventa non una forma di umanesimo che abbraccia la diversità, ma piuttosto un simbolo nazionalista». La storia francese (molto prima dell’instaurazione della Repubblica) attesta la dimensione razzializzata, prosegue Alain Policar. «Quando usa l’identità nazionale come faro guida della causa repubblicana, l’universalismo è stato gravemente fuorviato, al punto da perdere ogni sostanza. Vale la pena notare che questa versione dell’universalismo può apparire in altre forme, in particolare nell’anticosmopolitismo, che calunnia gli incorreggibili utopisti della società e i cuori sanguinanti accecati. È proprio questo il tono adottato da Éric Zemmour. Si potrebbe addirittura ipotizzare che dietro questo falso universalismo si nasconda un odio per l’universale», Zemmour ci presenta «un mondo frammentato che offende la sua stessa ossessione per la purezza: il suo odio simultaneo per la mescolanza e la paura dell’uniformità». Tutto ciò considerato, Policar, come gran parte degli analisti, ritiene Éric Zemmour espressione quasi perfetta della Nazione oggi, il ‘francese tipo’ che il politically correct non ammetterà mai.

Si è buttato nel gioco politico «come un vero ufo,sconvolgendo gli equilibri, sconvolgendo certezze, occupando lo spazio mediatico». Eric Zemmour si è imposto in mezzo a politici abituati alle campagne elettorali, ed ora è percepito come colui in grado di «prendere a calci il formicaio», di «svegliare gli spiriti» dai suoi potenziali elettori che si dicono «sedotti dal lato ‘indipendente’ e ‘nuovo’» di un uomo che si caratterizza per la sua «audacia, franchezza e impertinenza».

La sua base elettorale è composta per un terzo da pro-Fillon e, ugualmente, da elettori di Marine Le Pen.
Le Parisien‘ ha stilato il profilo sociologico e politico dei suoi potenziali elettori. Si tratterebbe di persone che provengono principalmente dalla destra e in particolare dal Rassemblement National, anche se una candidatura di Eric Zemmour dovrebbe potenzialmente sottrarre l’elettorato anche alla destra classica. D’altra parte, da un punto di vista sociologico, questo potenziale elettorato sembra tuttavia corrispondere di più all’elettorato di Xavier Bertrand: va bene tra i piuttosto anziani (50-65 anni, 65 anni e oltre), le categorie abbienti, i dirigenti, molto meno bene sui giovani.
Secondo una delle indagini di Ifop (Institut français d’opinion publique),
«i pro-Zemmour sperano in unritorno all’ordine“, un “ritorno alle origini” o addirittura “una presa in carico dell’immigrazione senza tabù“. I sostenitori di colui che, ai loro occhi “colpisce più forte“, lo credono duro come il ferro: “Rimetterà in piedi la Francia“, “ripulirà“, “risolverà i problemi che risalgono a 40 anni fa“, “vuole essere fedele alla sua civiltà“. Un progetto che i suoi sostenitori considerano possibile visto “il suo amore incondizionato per la Francia e i francesi” e “la sua passione per il suo Paese“. “È meglio di Marine Le Pen, è capace di mettere insieme la vera destra».
Secondo i sondaggi,
Rassemblement National di Le Pen e Zemmour insieme rappresenterebbero quasi un terzo degli elettori, se si presentano separati il rischio per entrambi è di non passare al secondo turno, da qui le ipotesi di alleanza.

Nelle prossime settimane probabilmente Zemmour annuncerà la sua candidatura, da lì poi potranno iniziare le grandi manovre per vedere la fattibilità di una alleanza con Le Pen. Di certo Zemmour è già riuscito sconvolgere la campagna elettorale di Marine, e dall’annuncio della candidatura in poi c’è da credere che problemi ne creerà anche a Macron.

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