mercoledì, Dicembre 1

Francia: Macron conquista l’Eliseo

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Le Pen ha annunciato che ieri è iniziata «una nuova era» e il numero due del Front National, Florian Philippot, ha annunciato l’ intenzione di discutere al prossimo congresso la modifica della nomenclatura del partito. Perché? Si sente la necessità di cambiare pelle, tagliare il legame con il vecchio Jean Marie? Si vuole fondare una forza di destra più moderata?

Il Front National è entrato in acque turbolente perché il partito, nel formato attuale, vuole reggere le prossime legislative, perché sa di avere alcune roccaforti che vuole conquistare. Ad oggi, al Parlamento, il partito è sotto-rappresentato con due deputati.  Ma non dimentichiamo che le proiezioni attuali gli attribuiscono tra i 10 e i 25 deputati, su un totale che è di quasi 600. Quindi rimane un fenomeno che è contenuto. Ma dopo le legislative, si aprirà il regolamento dei conti perché ci sono due o tre linee all’ interno del Front National. La disfatta del Front si è consumata anche sul fatto dell’Euro perché anche elettori di protesta, persone che erano sedotti dalla visione anti-sistema di Marine Le Pen, non le hanno dato fiducia, sia una rovina. Questo creerebbe problemi importanti quindi una parte del partito ed anche Marionne Maréchal, la nipote di Marine Le Pen, ha sempre difeso questa linea. Quindi potremmo arrivare da quel lato ad un avvicinamento tra questa linea e quella di alcuni partiti conservatori e cattolici, ma dall’ altro si arriverebbe comunque ad una forza che non esprimerebbe più la critica all’ Euro e all’ Unione Europea, perdendo la sua identità che comunque rimane molto forte nel partito. Questa disfatta del Front National aprirà una serie di questioni che potrebbero anche sfasciare il partito. Potremmo anche vedere il Front National raggiungere i Repubblicani.

Le Pen ha aggiunto che il Front National si configura come «la prima forza di opposizione». Può essere un avversario temibile per la partita delle legislative?

Non è per niente temibile come non lo è la sinistra perché Melanchon che sulla sua candidatura federativa è riuscito a raggiungere quasi il 20% non può ripetere questo successo anche alle legislative. Tra l’ altro, già stanno litigando con il partito comunista che era parte della sua coalizione in quanto sembra che i comunisti, in alcune circoscrizioni, avranno i loro candidati come i melanchonisti, dividendo quel bacino di voti. Per le legislative, i partiti che sembrano più forti sono En Marche, ma anche i Republicains di Fillon, che avevano una dinamica sul territorio molto forte. Lì ci sarà da vedere le alleanze tra primo e secondo turno, anche per evitare che i candidati del Front National vincano.  In qualche modo, però, ha già vinto, è già Presidente. Il suo partito, che non esisteva fino a sei mesi fa, ora con la Presidenza avrà un traino e quindi ha compiuto un’ operazione incredibile.

 Il grande risultato ottenuto (66,1%-33,9%) potrà facilitare Macron nelle alleanze in vista delle legislative di giugno? Quali saranno i suoi interlocutori privilegiati?

Io metterei fuori l’ estrema sinistra. Gli interlocutori saranno quelli che si possono ritrovare sulla stessa piattaforma riformista ed  europeista e certamente larga parte dell’ ex partito socialista vi si ritrova e bisogna vedere in che modo sopravvivrà il partito socialista, con quale numero di eletti. Ma anche gran parte dei Republicains è assolutamente compatibile con la piattaforma programmatica di Macron, non c’è niente di problematico e quindi c’è un bacino di consenso e di accordi estremamente forte che crea un gioco politico complesso perché i vecchi partiti vorranno comunque sopravvivere e En Marche vorrà affermarsi come un movimento forte e con candidati nuovi, conquistando il maggior numero di deputati. Ci sarà una logica di competizione, ma anche di collaborazione. Il tutto, secondo me, si risolverà in modo molto lineare. Ci sarà la nomina di un Governo elettorale, tutto En Marche, che servirà anche a bandiera per le legislative. Dopodiché si vedrà quanto En Marche ha quasi la maggioranza, che in Francia corrisponde a 289 deputati. Bisognerà vedere dopo il primo turno quali saranno i rapporti di forza, stringere le alleanze in quella settimana decisiva e a quel punto forse si configureranno i contorni di un esecutivo completamente nuovo che dovrebbe cercare di avere una maggioranza parlamentare perché risponde al Parlamento e questo ci rimanda alla seconda metà di giugno per vedere le diverse possibilità. E’ un processo politico di cui già ci sono i binari. Ci sono delle incognite, ma i binari ci sono.

Quale sarà il suo programma e quali saranno gli uomini?

Io sentivo prima Jean Paul Delevoye, ex Ministro gaullista, ma che adesso è il responsabile della designazione dei candidati per En Marche, e mi diceva che la metà dei candidati, se non di più, deriverà dalla società civile. Questo sarà un elemento di novità. Bisognerà anche vedere quello che io chiamerei il ‘Governo elettorale’ che dovrà essere nominato a breve, prima delle elezioni, perché la Francia non può rimanere senza Governo e bisognerà tenere presente che Macron è sempre stato difensore della parità, delle donne in politica e delle competenze in seno alla società civile. Macron potrà comunque avere un profilo tecnico, guardando a quello che in Italia verrebbe definito un ‘Governo tecnico’, che diviene poi un fatto politico molto importante.

Macron ha fatto il suo ingresso nella spianata del Louvre, sotto la Piramide di Vetro, camminando da solo, sulle note dell’ ‘Inno alla Gioia’, l’inno dell’ Europa. Ha dichiarato di voler «difendere l’Europa». Riuscirà ad imprimere una svolta decisiva all’ Europa?

Lo ha già fatto perché questa vittoria ha già impresso all’ Europa un corso diverso. E’ uscita la Gran Bretagna, ma i populisti sono stati sconfitti sia in Olanda che in Francia. Il fatto che abbiamo un Presidente che accede al potere sulle note de ‘L’ Inno alla Gioia’ di Beethoven nel suo primo discorso manda dei messaggi forti, assolutamente inequivocabili all’ Europa intera. Quindi la sua vittoria politica ha già segnato una svolta, poi bisognerà entrare nelle misure riformiste, sul lavoro, sulle cooperazioni rafforzate, sulla tassazione europea. La Francia è ritornata ad essere un esempio e cambia tantissimo soprattutto mentre esce fuori dall’ Unione la Gran Bretagna. La dinamica continentale accelera grazie,forse, anche all’ uscita dei Britannici che avevano sempre segnalato una distanza rispetto all’ integrazione europea particolare e Macron ne diviene l’incarnazione.

Se arrivassero al Governo italiano le forze populiste, verrebbe disattivata l’efficacia della Presidenza Macron a livello europeo?

No perché l’Italia ha un potere relativo su quella dinamica. L’Italia avendo dei governi democratici, ma sempre un po’ deboli, non rappresenta lo stesso tipo di condizionamento sul destino europeo che rappresentano la Francia e la Germania. E’ ovvio che se in Italia arrivassero delle forze politiche che vogliono uscire dall’ Unione o dall’ Euro o che fanno dei referendum in tal senso e che creano una crisi economica pesante, dato che l’Italia è sempre sotto l’osservazione della lente dei mercati per il suo debito accumulato e per la sua non solidità politica, si può creare una crisi italiana. Ma non è un grosso problema.

A livello internazionale,  il risultato di ieri appare in netta contro-tendenza rispetto a quanto accaduto in America o in Inghilterra. Macron sarà in grado di influenzare l’agenda internazionale su materie come l’ambiente, l’immigrazione, la sicurezza, tematiche sempre più cruciali?

Sull’ immigrazione e sulla sicurezza sicuramente avrà potere di influenza. Su questioni mondiali come l’ambiente è difficile far tornare Trump indietro sui suoi passi. Ma su altri argomenti potrebbe essere diverso. Ad esempio, Macron è stato il primo a dire che se ci fossero state le prove, il bombardamento americano della base siriana da cui sarebbe partito l’ attacco chimico sarebbe stato legittimo. Il Governo francese, inoltre, è stato uno dei pochi a mostrare le prove dell’ uso di armi chimiche da parte del regime di Assad. Lì c’è continuità tra Hollande e Macron e affinità con gli Stati Uniti, anche con Trump. Non dimentichiamo che la decisione di non intervenire presa nel 2013 da Obama fu criticata in Francia. Quindi con tutta la simpatia per la persona e per le sue politiche sociali, ma sulle cose fondamentali come la politica estera e di difesa, i Francesi sono rimasti un po’ scottati, mentre, paradossalmente, queste mosse di Trump sono state apprezzate e ristabiliscono una dialettica nella quale la Francia si riconosce. Ci sono dei paradossi nei quali, tra l’ altro, Macron si inserisce piuttosto bene.

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