giovedì, Maggio 13

Francia, la seconda potenza marittima mondiale

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Questo ampliamento consente alla Francia di accedere a idrocarburi, solfuri idrotermali, incrostazioni corallifere, noduli polimetallici, argille rare, risorse biologiche e organismi viventi. La recente estensione del dominio marittimo francese però, prima di essere un pozzo di fortuna, è soprattutto una responsabilità. Il possedimento di un territorio marittimo così vasto implica doveri di controllo e missioni di sovranità importanti che attualmente risultano essere la difficoltà maggiore per la Marina nazionale.

Con i suoi 11 milioni di km2 di ZEE, la Francia sembra disporre di un importante asso nella manica a livello economico, ma un asso ancora intangibile poiché le risorse della pesca (acquacoltura e pesca in mare) sono minacciate dall’inquinamento e dal sovrasfruttamento, inoltre sono troppo lontane dalle zone abitative. Alcune esperienze di acquacoltura, basate sull’allevamento di una specie di pesci d’acqua salata e una di crostacei sono in corso nei dintorni delle terre australi, ma si scontrano con una concorrenza ancora più feroce di quella delle tonniere spagnole per la pesca metropolitana.

L’allargamento dei possedimenti marittimi permette dunque di ottenere un’opportunità di sfruttamento delle risorse naturali rare?

Dal 2012 la Francia dispone di un permesso di sfruttamento dei noduli e dei solfuri polimetallici nei fondali internazionali ma questa autorizzazione in realtà è solo teorica perché l’attuazione dei processi di sfruttamento è ancora gestita male. Secondo le autorità francesi, e non senza ragione, è meglio svolgere delle ricerche a casa propria piuttosto che in vaste superfici difficilmente accessibili e sottomesse ad arbitrati internazionali. La domanda di estensione della ZEE è stata fatta con l’idea di un eventuale sfruttamento nei decenni a venire.

I minerali utilizzabili diventano sempre più rari sui continenti ma restano invece numerosi negli spazi marittimi, dove si pensa che ci siano delle possibilità (ancora poco chiare) riguardo allo sfruttamento di argento, boro, cobalto, rame, piombo e zinco. Con l’ampliamento della ZEE, per una volta le autorità pubbliche hanno pensato alle prossime generazioni, questo merita di essere sottolineato. È necessario però che i metodi utilizzati non danneggino gli ecosistemi di valore, e spesso preservati, come nelle isole Kerguelen, Crozet e a Clipperton.

Che segno lascia la Francia sugli oceani?

La Francia ha consolidato la sua importanza sottomarina e la sua influenza nei principali oceani, e nei prossimi mesi potrebbe ancora aumentare poiché sono stati depositati altri dossier alla CLPC (Polinesia francese, Wallis e Futuna, Saint-Paul e Nuova Amsterdam, arcipelago Crozet e La Riunione) e per molti di questi l’esito potrebbe essere positivo.

La CLPC che si riunisce più volte durante l’anno ha accordato congiuntamente a Francia, Gran Bretagna, Irlanda e Spagna un accrescimento della ZEE di circa 80.000 km2 che non potrà essere effettivo fino a quando i quattro Paesi non si saranno accordati su come spartirle.

Questo non rischia di causare conflitti soprattutto per le materie prime?

Un possedimento vasto come quello della Francia lascia sperare che esistano risorse abbondanti, in particolare petrolifere e minerarie. Tuttavia non bisogna lasciarsi prendere troppo dall’ottimismo. Quando verranno scoperte queste ipotetiche risorse petrolifere, e a oggi siamo ancora lontani, la sfida tecnologica sarà comunque difficile visto che l’estrema profondità di certe zone e la relativa distanza dalle coste rappresentano due ostacoli al momento quasi insormontabili. Anche alcune ‘argille rare’ e i noduli polimetallici potrebbero trovarsi in abbondanti quantità in questi territori ormai ‘francesi’, ma anche in questo caso con le attuali tecnologie il loro sfruttamento sembra comunque impensabile.

Traduzione di Giulia Alfieri

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