domenica, Maggio 16

Francia: il Trionfo di Macron

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In Francia si è svolto il primo turno delle elezioni legislative. In questa tornata elettorale si sono avuti sue record per la storia della Quinta Repubblica: da un lato una vittoria senza eguali del partito del Presidente neo-eletto, Emmanuel Macron, dall’altro un’astensione al 50,2%.
Se il dato sull’astensione rappresenta certamente una sconfitta per tutto lo Stato, va notato che dal 1945 ad oggi non si era mai avuto un Parlamento come quello che sembra delinearsi in queste ore: il partito centrista del Presidente Macron, La République En Marche! (alleato con l’altro movimento di centro, il MoDem) ha ottenuto il 32,32% delle preferenze e conquista la maggioranza assoluta dei seggi (tra 415 e 445 seggi su 577); il secondo partito è stato Les Républicains, erede dei gaullisti ed alleato con l’Unione Démocratique Indipendent, che si è fermato al 21,56% (tra 80 e 100 seggi); al terzo posto la sinistra radicale ed ecologista di La France Insoumise, al 13,74% (tra 10 e 20 seggi); il Front National, che alle elezioni presidenziali era arrivato al secondo turno con la sua candidata Marine Le Pen, è andato molto peggio del previsto e ha ottenuto solo il 13,20% (da 1 a 4 seggi, molto lontani dal minimo di 15 pronosticato dai propri leader prima delle elezioni); infinee, bisogna registrare il pessimo risultato del Partit Socialiste che, con il suo 9,51% (tra i 30 e i 40 seggi), ottiene il peggior risultato nella sua storia (si pensi che, nel Parlamento di cinque anni fa, il PS aveva ben 280 seggi.

Analizzando il voto, si nota che la destra moderata, sconfitta alle presidenziali, ha retto bene al momento di crisi. Se il tracollo del PS era piuttosto prevedibile e si inserisce in un momento di crisi che va avanti ormai da molti anni, sembra più interessante il cattivo risultato del FN che, solo poche settimane fa, aveva fatto tremare l’Europa arrivando secondo alle presidenziali: è probabile che questo risultato, così lontano dalle aspettative del partito, riaprirà la faida interna al Fronte e alla famiglia Le Pen, con l’attuale leader Marine, fautrice di una comunicazione più moderata e di un’operazione di “ripulitura” dell’immagine del partito, opposta alle posizioni più nostagliche padre (e fondatore del FN) Jean-Marie e alla nipote Marion.
Per il momento si guarda con interesse alla novità di un Parlamento francese dove una maggioranza del genere non si era mai mista: secondo alcuni osservatori, la quasi totale assenza di opposizione delinea uno scenario in parte inquietante.
Il Presidente Macron ha ricevuto una telefonata di complimenti da parte della Cancelliera tedesca Angela Merkel, a dimostrazione del fatto che l’asse franco-tedesco resta più saldo che mai, e la visita del Presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara.

Situazione opposta dall’altra parte della Manica, dove il Primo Ministro conservatore Theresa May ha incassato un risultato molto deludente nelle elezioni anticipate dell’8 giugno che lei aveva voluto e che avrebbero dovuto segnare il suo trionfo e consegnarle un mandato forte da far valere nell’ambito delle trattative per il distacco della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
Dal punto di vista politico, si è trattato di una cocente sconfitta. Oggi alle 17.00, la May incontrerà i vertici del proprio partito in una sorta di resa dei conti: lo scontro interno ai conservatori si traduce anche in uno scontro tra i fautori della Hard Brexit e quelli della Soft Brexit; tra coloro che vedono la separazione da Bruxelles in chiave ideologica e coloro che preferirebbero far prevalere un approccio più pragmatico. Per ora, la riconferma nei posti chiave del Governo di personaggi vicini all’ala ideologica della Brexit fa pensare che la May abbia intenzione di spingere per la linea dura: bisognerà vedere se il resto del suo partito sarà disposto a seguirla, soprattutto ora che un recentissimo sondaggio riporta che il 48% dei britannici pensa che il Primo Ministro dovrebbe domettersi dopo la sconfitta alle elezioni.

Inoltre, avendo perso la maggioranza assoluta, i conservatori saranno obbligati ad allearsi con gli unionisti nord-irlandesi del DUP (Democratic Unionist Party), il partito della destra protestante del Ulster che, attraverso la sua leader Arlene Forster, si è dichiarato disponibile a sostenere un Governo May. La cosa presenta anche un aspetto problematico: lo storico rappresentante dei repubblicani irlandesi del Sinn Fein, Gerry Adams, ha dichiarato che un eventuale sostegno del DUP al Governo di Londra renderebbe impossibile tornare al tavolo delle trattative. Sinn Fein e DUP, infatti, stanno trattando per tornare a creare un Governo unitario all’Irlanda del Nord: se il DUP dovesse sostenere il Governo di Londra, però, la neutralità di quest’ultimo ed il suo ruolo di arbitro verrebbero compromessi.
Al momento, il Governo sembra intenzionato a proseguire per la sua strada: il 19 giugno cominceranno ufficialmente i colloqui per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e, prima di tutto, dovrà essere affrontato il problema dello statuto dei cittadini britannici nell’Unione e viceversa. I problemi connessi alla formazione di una maggioranza, però, hanno già fatto spostare alla Regina la data del proprio discorso alle Camere.
Il rinvio del discorso della Regina è stato interpretato, da laburisti ed indipendentisti scozzesi, come il segno dell’incapacità di Theresa May di formare un nuovo Governo.

L’Unione Europea, intanto deve affrontare un altro problema, questa volta ad est.
Secondo fonti dell’agenzia Reuters, la Commissione Europea starebbe per inviare la lettera forma per la procedura d’infrazione a Ungheria, Polonia e, probabilmente, anche Repubblica Ceca e Slovacchia: l’infrazione riguarda il rifiuto di questi Paesi, detti il Gruppo di Visegrád, di accettare anche uno solo dei migranti richiedenti asilo sbarcati sulle coste di Italia e Grecia. Il rifiuto dei ricollocamenti è un punto saldo della politica di questi quattro Stati dominati da “uomini forti” che, in misura più o meno accentuata, possono essere definiti populisti.
Per il momento, il Governo polacco ha fatto sapere che tra i quattro Paesi del gruppo c’è solidarietà e che una eventuale procedura d’infrazione sui ricollocamenti sarà ritenuta illegittima.

Ai confini dell’Unione Europea, invece, sembra molto difficile la creazione di un Governo in Kosovo dopo le elezioni dell’11 giugno: al momento è in vantaggio il candidato del PDK (Partia Demokratike e Kosovës, Partito Democratico del Kosovo) che, di ispirazione socialdemocratica, ha raggiunto il 34,75% dei voti attorno al proprio candidato, l’ex-comandante guerrigliero Hashim Thaçi; il movimento della sinistra nazionalista, “Vetëvendosje!” (in albanese “Autodeterminazione!”), ha ottenuto il 26,4%; al terzo posto è arrivata la destra moderata della Lidhja Demokratike e Kosovës (Lega Democratica del Kosovo: LDK) con il 25,8%.
I risultati delle elezioni rendono molto difficile la formazione di un Governo data l’incompatibilità dei tre partiti.

In Russia, oggi era il giorno della grande manifestazione contro la corruzione indetta dall’oppositore Alekseij Naval’n’ij. Questa mattina, mentre usciva dalla sua casa di Mosca per recarsi a manifestare, l’oppositore è stato nuovamente arrestato: rischia fino a trenta giorni di carcere. Ad informare il mondo dell’arresto è stata la moglie di Naval’n’ij che ha invitato i manifestanti a marciare lo stesso.
In un primo momento le manifestazioni si sono svolte in modo pacifico. In seguito, però, si sono avuti violenti scontri tra le forze dell’ordine russe ed i sostenitori del blogger, molti dei quali sono giovanissimi. Si parla di manganellate e spray urticanti contro i manifestanti e di circa settecentocinquanta arresti a Mosca e novecento a S. Pietroburgo.

Sviluppi sul fronte della crisi del Qatar.
Tutto era iniziato quando Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno risolto di chiudere le relazioni diplomatiche con il Qatar, accusato di sostenere il terrorismo, e che altri stati dell’area li hanno seguiti (Yemen e Libia). La decisione ha creato non poche tensioni tra questi quattro Stati sunniti e gli alleati del Qatar, Iran e Turchia in testa.
Oggi da Teheran arriva l’invito a trovare una soluzione diplomatica alla crisi e il Ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha incontrato i rappresentati delle diplomazie di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein.
A questi gesti distensivi si è aggiunto l’augurio del Ministro dell’Energia russo, Aleksander Novak, che la crisi si possa risolvere al più presto in modo pacifico al fine di non danneggiare il mercato petrolifero.
Dal canto loro, però, i quattro accusatori hanno rincarato la dose: il Governo egiziano ha chiesto all’Interpol di chiedere al Qatar la consegna dei terroristi presenti nella lista presentata dalla coalizione sunnita.

Il Governo israeliano ha deciso di diminuire ulteriormente la fornitura di energia elettrica all’enclave palestinese di Gaza, attualmente governata dal movimento Hamas. Secondo fonti israeliane, la fornitura che tiene in vita la striscia di Gaza viene utilizzata da Hamas per costruire le infrastrutture necessarie a portare avanti la propria strategia terroristica.
Secondo alcune fonti, la decisione sarebbe stata presa di comune accordo con l’Autorità Palestinese al fine di indebolire il proprio avversario Hamas.

A Porto Rico si è svolto il referendum per diventare a tutti gli effetti uno Stato federato degli Stati Uniti d’America: l’affluenza è stata scarsa ma la decisione è stata favorevole a che Porto Rico diventi il cinquantunesimo degli States.
Il piccolo Stato caraibico era già un protettorato USA ma, con questo referendum, molte cose verrebbero a cambiare: in primo luogo, i cittadini portoricano, oltre ad avere il diritto di residenza negli USA, acquisirebbero anche quello di voto; in secondo luogo perché sarebbero costretti a pagare tutte le tasse federali sulla ricchezza prodotta nel Paese, anziché pagarne solo alcune.
Ora la parola passa al Congresso, dove però non ci si aspetta un grande entusiasmo.
A fare notizia negli Stati Uniti, non è solo il referendum di Porto Rico.
I Procuratori Generali del Maryland e del District of Columbia hanno citato in giudizio il Presidente Donald Trump di aver infranto la Costituzione. Secondo i Procuratori, Trump sarebbe venuto meno al dettame costituzionale secondo cui un funzionario pubblico non può utilizzare il proprio ruolo istituzionale per trarre vantaggio nei suoi affari personali: la vicenda riguarderebbe l’affitto di alcune strutture di sua proprietà che il Presidente avrebbe imposto allo Stato. Inoltre, i Procuratori chiedono che le dichiarazioni delle imposte di Trump siano rese pubbliche, cosa che il Presidente ha sempre rifiutato di fare.
Per correre ai ripari, Trump avrebbe incaricato il capo dello staff della Casa Bianca, Reince Preibus, di ristrutturare l’organigramma dell’amministrazione entro il 4 luglio.

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