giovedì, Maggio 19

Francia: il quasi ritorno dei Gilets jaunes Il 'voto giallo' potrebbe infastidire le ambizioni di Macron, in corsa per il secondo mandato. I resti politicizzati del movimento contano sulle loro schede per finire il lavoro iniziato nel novembre 2018. La campagna presidenziale di quest'anno ha fatto ben poco per affrontare le lamentele espresse dai Gilet Gialli

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«I Gilets jaunes non sono evaporati dopo essersi tolti i giubbotti», afferma a ‘France24‘ Magali Della Sudda, politologa e storica della società presso Sciences-Po di Bordeaux, che ha studiato la rivolta sin dall’inizio e continua a monitorare i Gilet. «Ci sono segnali che il movimento si sta riprendendo, concentrandosi ancora una volta sui suoi temi originali del potere d’acquisto e della giustizia sociale». E così nella tornata elettorale 2022 per l‘elezione del Presidente della Repubblica (primo turno domenica 10 aprile), il ‘voto giallopotrebbe infastidire le ambizioni di Emmanuel Macron, in corsa per il secondo mandato.

Il più potente movimento di protesta nella recente storia francese, la rivolta dei Gilet Gialli, a un certo punto sembrava che potesse porre fine alla presidenza di Emmanuel Macron. Alla possibilità di far dimettere Macron ci hanno creduto a lungo. Ora, più di tre anni dopo che è stato soffocato, i resti politicizzati del movimento contano sulle loro schede per finire il lavoro.
Molto probabilmente non ci riusciranno, non ultimo perchè al loro interno non c’è una linea politica unitaria, capace di definire, condividere e infine sostenere un candidato comune. Fin dall’inizio il movimento è apparso in gran parte informe, senza leader e senza una chiara inclinazione ideologica.
I Gilets Jaunes (Gilet gialli), il 17 novembre 2018si sono presentati ai francesi. L’innesco della rivolta dei Gilet Gialli è stata un’impopolare tassa sul carburante, progettata per finanziare la transizione della Francia verso un’economia verde. La tassa ha fatto infuriare gli automobilisti nelle aree rurali e suburbane affamate di trasporto pubblico e altri servizi, dove le famiglie dipendono fortemente dalle loro auto. Erano lavoratori rurali e suburbani in protesta -molti dei quali per la prima volta- senza affiliazione politica o sindacale, che dichiarava di non credere nella tradizionale divisione sinistra-destra, un rifiuto della politica di parte, non della politica in sé, unitamente al tentativo di rivendicare la politica strappandola al controllo di partiti e istituzioni ritenute antidemocratiche. Immediatamente sarebbero diventati la spina dorsale dell’insurrezione dei Gilet Gialli.
Quel 17 novembre fu l’inizio dell’attività di uno dei movimenti di protesta più potenti e contagiosi della recente storia francese:un’insurrezione non convenzionale, venne definita, che ha scosso le élite parigine e il governo.
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Prima c’è stata la rivolta, poi il movimento ha messo radici nelle rotonde e sui social media, e attraverso incontri e assemblee regolari», dice a ‘France24’ uno dei Gilet che in queste settimane di campagna elettorale sono tornati in strada. «Nel tempo siamo stati in grado di elaborare un pensiero politico, nel senso nobile della parola, inteso come impegno per il miglioramento della società in cui viviamo».

I Gilet hanno organizzato più di 60 settimane consecutive di proteste contro le difficoltà economiche, la crescente disuguaglianza e un’establishment politico screditato. Hanno presidiato rotonde (era questa una caratteristica distintiva del loro modo di protestare, hanno bloccato caselli autostradali -permettendo agli autisti di non pagare il pedaggio- rotatorie e stazioni di servizio, quasi sempre in un’atmosfera amichevole e festosa, non di rado però cedendo alle violenze ) in tutto il Paese, notte e giorno, sono scesi per le strade di paesi e città ogni sabato e al loro apice nel dicembre 2018 hanno preso d’assalto l’Arco di Trionfo nel centro di Parigi, in mezzo a scene di caos che non si vedevano dal maggio 1968.
Dopo circa un anno, l’attivismo giallo si è sedato,il che non significa che si sia disciolto. Di tanto in tanto sono riapparsi sulle piazze anche dopo i mesi di grandi battaglie. «Non c’è dubbio che ci sarà un prima e un dopo i Gilet Gialli», ha affermato Frédéric Gonthier, politologo presso il centro di ricerca Pacte e la School of Political Studies di Grenoble. Descrivendo il movimento come uno ‘spartiacque nella politica francese’, Gonthier ha affermato che una delle sue principali eredità è stata «l’aver riportato le classi lavoratrici invisibili e impercettibili della Francia al centro del dibattito pubblico».

«Naturalmente la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma possiamo aspettarci che il movimento riprenda terreno, in una forma o nell’altra, nei prossimi mesi». Anche perchè, afferma la ricercatrice, la campagna presidenziale di quest’anno ha fatto ben poco per affrontare le lamentele espresse dai Gilet Gialli e dai loro sostenitori, alimentando ulteriormente il risentimento popolare dei politici. Dopo aver esaminato alcune delle decine di migliaia di ‘cahiers de doléances’ (libri di denuncia) redatti nell’ambito del Dibattito nazionale voluto da Macron, si evidenzia un divario tra il discorso politico dominante del Paese e le reali preoccupazioni della gente comune. «C’è un’enorme discrepanza tra le lamentele espresse dai Gilets jaunes e dal pubblico in generale, e il modo in cui i partiti politici e i media non affrontano questi argomenti», afferma. «Ci è voluta una guerra in Ucraina perché i candidati e i media iniziassero a parlare di potere d’acquisto, ma il problema dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari non è iniziato con la guerra».
I sondaggi, afferma
France24‘, «hanno costantemente posto il costo della vita al primo posto tra le preoccupazioni degli elettori, seguito da salute e ambiente, rispecchiando in gran parte le priorità elencate dai cittadini francesi nei cahiers de doléances, in particolare quelle delle zone rurali dove sono chiusi ospedali e altri servizi pubblicinegli anni. Eppure, prima dell’invasione russa dell’Ucraina, la campagna presidenziale era dominata da discorsi sull’immigrazione e sull’Islam».
A fronte di una campagna elettorale che ha praticamente ignorato queste reali radicate esigenze dell’elettorato di questa fetta di francesi,
non si fanno previsioni sulla possibilità che i Gilets jaunes boicotteranno le urne o sceglieranno invece di esprimere voti di protesta, afferma Della Sudda, «sottolineando tuttavia che la rivolta ha lasciato una profonda impronta su molti cittadini politicizzanti che precedentemente avevano evitato le elezioni. Dice che ci sono segnali che ampie fasce del movimento coglieranno l’opportunità di emettere il proprio verdetto sul governo di Macron».

Se, dunque, i Gilet andassero a votare per ‘mandare a casa’ Macron, su quale candidato potrebbero puntare?
Secondo il report di ‘
France24‘, è quasi impossibile che il ‘voto giallosi concentri su di un candidato specifico.
Alcuni avrebbero scelto, per il primo turno del 10 aprile, il candidato della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon. Una scelta che spiegano così, nelle parole di una insegnante attivista del gruppo: «C’erano due requisiti principali per la nostra scelta del candidato: portare avanti le nostre aspirazioni e avere la possibilità di battere Macron. Mélenchon è l’unico che li ha entrambi», indicando le promesse del candidato di imporre un tetto ai prezzi, aumentare i salari, rafforzare i servizi pubblici e convocare un’assemblea costituente incaricata di redigere una nuova Costituzione. «Mélenchon non è il nostro candidato ideale, non è per tutti i gusti e sappiamo bene che non c’è soluzione facile. Ma è la nostra migliore opzione. Siamo a un bivio: o cambiamo rotta ora o lasciamo che chi è al potere smantelli il nostro sistema sociale». E comunque, chiarisce l’attivista, «la nostra lotta non finirà alle urne. Chiunque vinca il 24 aprile, continueremo a lottare».
Altri puntano su Jean Lassalle, figlio, di lingua occitana, dei pastori dei Pirenei, che nel 2018 è stato multato di 1.500 euro per aver indossato un gilet jaune all’Assemblea nazionale francese. «Conosco molte persone che non hanno mai votato prima, ma ora sono interessate ai ‘piccoli candidati’, come Lassalle, il trotzkista Philippe Poutou e altri che non vengono mai menzionati dai media», dice uno dei Gilet intervistati da ‘France24‘. «Conosco anche persone che sosterranno gli estremisti come il polemista di estrema destra Eric Zemmour, ma questo dice più sul loro stato di disperazione che sulle loro vere convinzioni».

Altri Gilet ancora guardano già al secondo turno. Un ballottaggio che, secondo i politologi e l’analisi dei sondaggi di queste ultime settimane, vedrà la ripetizione del confronto del 2017: Macron contro Le Pen. In questo caso, Le Pen potrebbe beneficiare delvoto gialloachiunque tranne Macron‘, afferma Della Sudda, con alcuni sostenitori che affermano che la rabbia diffusa potrebbe spingerla a un’improbabile vittoria sul Presidente. «È un argomento che ho sentito espresso da una minoranza di Gilet Gialli. Ma non è chiaro se si tradurrà in un ampio sostegno a Le Pen. L’anti-macronismo è solo una delle componenti del voto dei Gilet Gialli; e il Rassemblement National non esprime tutte le loro aspirazioni, tutt’altro».

Coloro che sono propensi a votare riconoscono «profonde divisioni all’interno del movimento dei Gilet Gialli, tra coloro che sono disposti a impegnarsi nel processo elettorale e altri che “preferirebbero aspettare il crollo del sistema o lo scoppio di una guerra civile”. “Capisco coloro che sono disgustati dalla politica e non vogliono votare. Ma abbiamo una piccola finestra di opportunità e dobbiamo provarci».

Posto che i Gilet rappresentino effettivamente un pezzo di Francia, cosa vogliono questi francesi? Una risposta viene dall’apertura di alcuni ‘cahiers de doléances’ spiega ancora Magali Della Sudda, insieme a Nicolas Patin, docente di Storia all’Università di Bordeaux-Montaigne.
Per sedare le tensioni all’inizio del 2019,
Macron ha lanciato il Grande Dibattito, una ricerca di dialogo durata mesi, destinata a registrare le denunce pubbliche in tutto il Paese. Il governo ha chiesto ai sindaci di lasciare taccuini per la libera espressione della popolazione tra il 15 gennaio 2019 e il 15 marzo, in parallelo, appunto, al ‘Grande Dibattito’, voluto da Macron. Tali contributi (lamentele) dovevano essere digitalizzate e rese pubbliche. Ciò non è accaduto. Così, Della Sudda e Patin hanno digitalizzato e trascritto alcuni di questi quaderni di lamentele. Un lavoro dal quale hanno ottenuto «un corpus di 1.996 contributi studiati utilizzando il software libero IraMuteQ. Questa analisi permette di distinguere ‘classi’ di parole, altrettanti insiemi tematici che disegnano sottogruppi di aspettative convergenti».

I due storici sintetizzano così i risultati di questo lavoro. «L’esame dei quaderni aperti in Gironda, dove abbiamo condotto la nostra ricerca, rivela le esigenze in termini di tenore di vita, tassazione,servizio pubblico o persino transizione ecologica, che abbiamo designato con l’espressionepotere di vivere‘. Il termine potere d’acquisto si concentra sul consumo, ma le lamentele riguardano più la soddisfazione dei bisogni che il desiderio di consumare e acquistare. Abbiamo evidenziato l’importanza di molte preoccupazioni che finora non sono state citate in campagna elettorale da un’indagine basata su metodi quantitativi e qualitativi. Nelle dieci diverse classi che abbiamo individuato, il tema della giustizia sociale appare di grande rilievo, a conferma delle osservazioni di sindaci e giornalisti locali.
La pretesa di poter vivere dignitosamente del proprio lavoro o della pensione è la più citata (15,4% del corpus)». «La tassazione (13,1% del corpus) è una delle leve della giustizia sociale. Nelle lamentele, la soppressione delle ISF è un simbolo molto forte dell’ingiustizia avvertita». L’ISF è l’impôt de solidarité sur la fortune. «Lagiustizia fiscale è inseparabile dalla questione ambientale». «I servizi pubblici devono compensare le disuguaglianze sociali e territoriali (14% del corpus)».

Commentano Magali Della Sudda e Nicolas Patin «Alcune di queste rivendicazioni appartengono alle consuete istanze della sinistra: la difesa dei servizi pubblici, la difesa della tassazione come strumento di redistribuzione o lo sviluppo del trasporto pubblico. Altre sono specifiche del movimento dei Gilet Gialli e trascendono la divisione sinistra/destra, come il referendum sull’iniziativa dei cittadini, il riconoscimento del voto bianco, incluso in vari programmi elettorali nel 2022».

Preoccupata dalla più grande guerra in Europa dal 1945 e dalla più grande crisi inflazionistica dagli anni ’70, l’elezione in Francia è ora considerata imprevedibile.
I
sondaggi mostrano che circa un quarto degli elettori non è sicuro di chi votare domenica e la stessa percentuale potrebbe astenersi in quello che sarebbe un record. Gli osservatori francesi, in uno scenario che vede al ballottaggio la stessa copia del 2017, avvertono: «Qualunque cosa accada nella guerra in Ucraina, è probabile che il mondo debba affrontare una recessione e una paralizzante carenza di energia e di alcuni tipi di cibo nel prossimo anno o più. Dal momento che la Francia è un Paese in cui la rabbia va rapidamente in strada, entro la fine di quest’anno è probabile una sorta di reazione francese forse violenta, da parte di sindacati, agricoltori, Gilets Jaunes in ripresa. La capacità di Macron di controllare tali eventi dipenderà in parte da quanto bene sia stato eletto e da quanto energicamente abbia fatto la campagna».

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