venerdì, Agosto 19

Francia: il Partito Socialista dopo François Hollande

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Macron potrebbe quindi fare di meglio?

Macron arriva dopo due fallimenti. Quello di Hollande ma anche quello di Nicolas Sarkozy. Il problema potrebbe essere diventato ‘sistemico’ e non solo relativo alla mancanza di leadership, come era evidente nel caso di Hollande. In tal senso, il Presidente della Repubblica francese ha un potere che nessun altro capo di stato o di governo ha nelle democrazie occidentali. Tuttavia, a fronte di questo potere, il bilancio è estremamente misero.

Peraltro, nel caso di Macron, ci si chiede quale maggioranza questo potrà avere. Sia Sarkozy che Hollande avevano un’ampia maggioranza, cosa che al momento non si può dire per Macron. In caso di terzo fallimento, le conseguenze saranno molto serie non solo per la Francia, ma per tutta l’Europa.

C’è qualcosa di positivo per cui Hollande verrà ricordato?

Per chi pensa che battaglie come il matrimonio delle coppie omosessuali siano battaglie fondamentali, la legge sul “matrimonio per tutti” è sicuramente un successo.

In politica estera, al di là della situazione europea, Hollande è stato un Presidente migliore rispetto che sul piano interno. Mentre c’è stata una chiara sottovalutazione della minaccia terroristica sul piano interno, l’operazione della Francia in Mali ha evidenziato una comprensione della pericolosità del terrorismo islamico al di fuori dei confini nazionali.

E poi c’è la COP 21, la conferenza di Parigi sul clima. In questo caso, però, resta da vedere se i risultati verranno rimessi in discussione oppure no.

Chi, al momento, incarna meglio il futuro del Partito socialista? Il candidato alle presidenziali, Benoît Hamon o la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo?

A seconda di come andranno le elezioni, a luglio il Partito Socialista potrebbe non esistere più. Hamon e Hidalgo hanno già detto che faranno partire dei movimenti, che saranno chiaramente un’altra cosa rispetto a quello che è il partito adesso. Siamo di fronte a un soggetto politico che si dividerà, soprattutto se si realizzerà quanto previsto dai sondaggi, che suggeriscono un esito catastrofico, con appena dieci deputati all’Assemblea Nazionale. Ricostruire il Partito Socialista non sarà facile. A Macron questo non interessa. Lui vuole solo conservare quel forte pacchetto di voti (almeno metà degli elettori di Hollande nel 2012 ha votato per Macron). In tal senso, En Marche, se si strutturerà come partito, raccoglierà quella parte di elettori riformisti che votava per il Partito Socialista. Tra Hamon e Hidalgo, credo che sia il sindaco di Parigi ad avere più chance. Hamon è privo di carisma e polso, ha fatto una campagna elettorale disastrosa.

Ma che cosa si costruisce? Gli elettori non riformisti hanno già un referente adesso, Jean-Luc Mélenchon. Se Mélenchon avrà molti più deputati del Partito Socialista, quello che verrà ricostruito alla sinistra di En Marche sarà sotto l’ala di Mélenchon. Sicuramente, il Partito Socialista fondato da Mitterand nel 1972 è morto. La via più naturale che si può vedere è una sorta di ‘corbinizzazione’ del socialismo francese, ovvero una sua trasformazione in forza ultra-radicale, spostata a estrema sinistra, com’è appunto il Labour di Jeremy Corbyn nel Regno Unito. Una forza che non si ripromette di andare al governo ma di raccogliere il malcontento, che si sarà sicuramente se Macron farà le riforme promesse.

Il volto della sinistra francese del futuro sarà quindi Jean-Luc Mélenchon?

Mélenchon avrebbe potuto anche andare al ballottaggio delle presidenziali. Ha perso per un’incollatura. Questo risultato elettorale così elevato fa di lui un leader certo della sinistra francese. Diversamente dal Partito Socialista, però, Mélenchon non ha una struttura dietro di sé. Mélénchon si appoggia sui comunisti, che, secondo alcuni sondaggi, probabilmente non avranno nemmeno un deputato alle legislative di giugno. L’incognita è questa: che ruolo può svolgere Mélenchon avendo pochi deputati? È lo stesso problema che ha a destra il Front National di Marine Le Pen.

Comunque, sia nel caso di Mélenchon che nel caso di Le Pen, la recente esperienza dimostra come l’avere pochi deputati non sia necessariamente un limite insormontabile per avere successo nella campagna presidenziale.

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