lunedì, Agosto 2

Francia: è una Monaco elettorale, ma i politici non lo sanno I due principali partiti, Rassemblement National e La République En Marche, che dovrebbero contendersi il prossimo anno l'Eliseo, escono umiliati da un voto al quale oltre la metà dei francesi non ha inteso partecipare

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Le elezioni amministrative (regionali e dipartimentali) in Francia si sono concluse domenica, con il secondo turno, quello di ballottaggio. Ora si guarda già alle presidenziali del prossimo anno, mancano circa 10 mesi. Nel farlo, sotto la lente d’ingrandimento ci sono due elementi. Il turno di ballottaggio ha confermato quanto già dopo il primo turno era al centro dell’attenzione. Primo dato: risultato deludente delle due forze politiche i cui leader sono destinati a scontrarsi nel prossimo voto per scegliere l’inquilino dell’Eliseo, Marine Le Pen, con il suo Rassemblement National (RN – ex Front National), e Emmanuel Macron, con La République En Marche (LREM); il secondo e più importante dato è l’astensionismo.

Le Pen ha mancato la sua scommessa, sottolineano gli analisti. La Presidente del Rassemblement National «si è affidata alle elezioni regionali per aumentare la propria presenza territoriale, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali. È un fallimento». Il partito di estrema ha visto diminuire la sua quota di elettori in quasi tutte le regioni francesi, sia il 20 che il 27 giugno. E in questo crollo, ha totalizzato: zero regioni e zero dipartimenti, e ha perso 106 consiglieri regionali. Nemmeno nella regione principe, Provences-Alpes-Côte d’Azur (Paca), dove al primo turno il suo candidato, Thierry Mariani, era in testa, è riuscita portare a casa la presidenza.
Eguale disfatta per il partito del Presidente Emmanuel Macron, La République En Marche haportato a casa quella che è stata definita «una umiliante» sconfitta a meno di un anno dal voto per le presidenziali, in vista delle quali Macron punta alla rielezione e per le quali comunque a livello personale è ben piazzato, visto che i sondaggi gli accreditano il 50% dei francesi che lo approvano.

Situazione dei singoli partiti a parte, il vero dato preoccupante è l’astensionismo. Al primo turno, domenica 20 giugno, la Francia ha registrato un tasso di astensione record, il 66,74%. Al secondo turno, domenica 27 giugno, il 65,7% dei francesi non è andato a votare.
Gli osservatori che si occupano di flussi elettorali si attendevano una riduzione dell’astensione, così è stato, ma appena dell’1%, il che non è davvero quanto si attendevano gli esperti, né tanto meno i politici.
«Se le spiegazioni di questa tendenza strutturale all’astensione sono molteplici e non possono essere ridotte alla sola responsabilità dei politici», dal Covid-19 alla scarsità dell’offerta politica, «riflette tuttavia un rapporto molto degradato dei francesi con la politica e l’entità delle fratture democratiche», afferma Bruno Cautres, ricercatore in scienze politiche della Sciences Po.
Questa «preoccupante tendenza della nostra democrazia a diventareuna democrazia dell’astensione, per usare l’espressione usata dai politologi Céline Braconnier e Jean-Yves Dormagen, sottolinea il fallimento di Emmanuel Macron su uno degli aspetti più importanti essenziali del suo progetto politico: riconciliare i francesi con la politica e ridare loro fiducia nell’azione politica». Coloro che studiano i flussi elettorali, anzi, spiegano bene la spaccatura della società francese, spaccatura e disuguaglianze sia a livello territoriale, sia a livello socio-economico della popolazione, sottolineando come dove maggiori sono le difficoltà economiche e l’emarginazione, maggiore è la sfiducia nella politica e nei politici, e come conseguenza maggiore è l’astensionismo.

Claude Patriat, studioso del potere politico locale, di cui è uno degli specialisti francesi, che avevamo sentito subito dopo il primo turno, lo ritorniamo a chiamare chiedendogli di esprimerci un suo bilancio politico di questa tornata elettorale. Esordisce con “Bis repetita!”.

Tutto o quasi scontato, chiaro fin dal 20 giugno, secondo l’autorevole politologo. “Il secondo turno delle elezioni territoriali è stata una replica coerente del primo turno: il sussulto dell’elettorato non c’è stato, mostrando un aumento insignificante della partecipazione. Rispetto al 2015 (dove la partecipazione era già scesa al 50%), l’emorragia è notevole. Appare più forte nel Grand Est e negli Hauts de France (terra di forte presenza di RN), dove supera il 45%: potrebbe trionfare Xavier Bertrand, rieletto con appena la metà del suo elettorato nel 2015! La partita si è giocata da vincitori perdenti: tutte le forze politiche risentono duramente dell’astensione, comprese le nuove formazioni come l’LREM che faticano ad imporsi in un panorama politico congelato dal declino. Ma pur perdendo molti voti, i vecchi partiti beneficiano del loro radicamento tradizionale. Più che un bonus per l’uscita, è una depressione per astensione. In sintesi, stiamo assistendo a una perfetta inerzia della mappa politica!

Il bilancio di Patriat è decisamente spietato: “La vera sorpresa è la mancanza di consapevolezza della realtà da parte degli attori politici, che dopo aver deplorato l’astensione, si affrettano a congratularsi con se stessi per le rispettive vittorie. È una vera Monaco elettorale, dove siamo lieti di aver evitato il peggio senza vedere che i funzionari eletti hanno nuovamente perso la loro legittimità. Perché il crollo della RN va letto integralmente: sono i giovani e le categorie popolari, che si erano unite alle sue fila, che domenica si sono astenuti massicciamente, trasformando un voto di rabbia in un non voto di sfiducia. I partiti sono quindi ancora più disconnessi dalla società. Doppio fallimento quindi: fallimento del decentramento prima, fallimento della democrazia rappresentativa poi. Come dicevano gli antichi latini, «Nigro notenda lapillo»”.

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