martedì, Giugno 15

Francia: deriva anti-Islam con l'ok dell'Europa?

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Tenuto conto del momento di gravissima crisi in corso in Europa, in Francia e Belgio in particolare, aumentano il disagio e la preoccupazione generale due fatti di questi giorni: la sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo nel caso Ebrahimian contro la Francia e l’adozione, da parte francese, di una pesante deroga alle norme di garanzia della Convenzione europea sui diritti dell’uomo.
Le due cose finiscono, infatti, per essere collegate e inserite nel citato clima di tensione e confusione.

La sentenza della Corte europea, riguarda una situazione spesso discussa in vari Stati: la possibilità di indossare il velo e, più in generale, di mostrare simboli religiosi. Il principio generale, infatti, posto con molta chiarezza nell’articolo 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo è che  -testualmente, nella mia traduzione-: «1.- tutti hanno diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; questo diritto implica quello di cambiare religione … e quello di manifestare la propria religione o le proprie convinzioni, individualmente e collettivamente, in pubblico o in privato, sia per il culto, sia per l’insegnamento, sia per lo svolgimento di riti. 2.- la libertà di manifestare la propria religione e le proprie convinzioni non può fare oggetto di altre restrizioni che non siano quelle previste dalla legge, in quanto misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza pubblica … o alla protezione dei diritti e libertà altrui». Norma, a ben leggerla, molto rigida, che prevede solo un limite nella sicurezza pubblica, ma anche, si badi, nella esigenza di garanzia delle altrui convinzioni. Come vedremo, proprio su ciò, la Corte ha un atteggiamento, diciamo così, ‘sportivo’.

Il caso Ebrahimian è molto semplice ed emblematico, e sempre più frequente in Europa. Una signora, Christiane Ebrahimian, impiegata pubblica in una funzione di relazione con il pubblico (assistente sociale, non meglio specificato) usa in ufficio il velo (islamico): non dice che quello è un simbolo religioso, ma rifiuta di toglierlo, questa è una sottigliezza su cui non mi dilungo. Sulla base di varie circolari governative e di un parere del Consiglio di Stato francese e della stessa Corte Costituzionale  -pareri tutti molto recenti e successivi alla assunzione della interessata-, mostrare in pubblico e nell’esercizio delle funzioni pubbliche la propria convinzione religiosa è in contrasto con il principio della rigorosa laicità dello Stato, che, in Francia, è un principio sacrosanto.
Alla donna, dunque, viene vietato di indossare il veloche, peraltro, lascia completamente scoperto il viso, dunque in pratica sembra un qualsiasi foulard- e, al suo rifiuto, viene licenziata. Si potrebbe già subito dire: ma quante donne indossano abitualmente foulard vari, in giro per la città, in chiesa e anche in ufficio? Hermes ci ha creato intorno una azienda multinazionale! Si sarebbe potuto magari escludere quella donna dal servizio aperto al pubblico, o provvedimenti simili. Appare, così, fortissimo il rischio che si tratti di una presa di posizione a sfondo anti-islamica.
Il diritto è un sistema di regole, destinate a servire un obiettivo, un risultato, e, quindi, purché il risultato sia raggiunto, il diritto è soddisfatto. Le norme vanno interpretate alla luce della logica e della normalità della vita, mai in maniera ‘ideologica’.

Il principio affermato nella Convenzione è quello del diritto a praticare, anche pubblicamente, la propria fede. Questo diritto va garantito a tutti i costi.
Del resto, non mi sembra che le monache di clausura, in Francia o in Italia, vadano in giro in minigonna o i preti rinuncino alla croce al bavero della giacca o al colletto girocollo bianco. Perché non vietare la barba (islamica?) o il turbante o il Fez o la palandrana lunga dei Paesi arabi, o la Kefiah o la Kippah …?! Ci vuole buon senso e un pò di elasticità di pensiero, naturalmente -e qui la Corte ha ragione- purché ciò non danneggi altri.
E qui sta il punto, perché la Corte sembra un po’ strabica. Vediamo perché.

Sulla base delle argomentazioni francesi, la Corte afferma che, posto che ognuno è libero di avere e manifestare le proprie convinzioni, se e quando questa manifestazione esteriore lede il principio sacrosanto della laicità dello Stato -o meglio della sua neutralità rispetto alle credenze religiose-, può e deve essere impedita. Si tratta, insomma, di una lettura ‘bilanciata’ dei due diritti: uno dei quali è la garanzia dei terzi non tanto a non ‘vedere’ una persona col velo, quanto a non avere la sensazione che, dato che quella persona è evidentemente musulmana, le sue prestazioni professionali potrebbero esserne distorte. Il tema vero è questo, solo questo, ma non mi sembra che la Corte ne abbia tenuto gran conto, tanto più che al rischio di distorsione deve provvedere lo Stato con mezzi adeguati e preventivi.

Francamente, mi sembra una interpretazione molto forzata. Potrei capire se vi fossero esigenze di sicurezza, ma qui è solo una questione di principio, qui il problema è il bilanciamento tra il diritto del musulmano a vestire come prescritto e quello del cittadino di non … saperlo, è un bilanciamento molto delicato. Nessuno nega che la donna musulmana possa perfettamente svolgere il suo lavoro! E nessuno nega che abbia il diritto, fuori, di indossare quello che vuole. Attenti, perché questo è un rischio gravissimo. Un integralista cattolico non mostra simboli, ma magari li pratica, ad esempio rifiutandosi di somministrare anti-concezionali, o permettere l’aborto o la eutanasia. Attenzione, ripeto, questa del caso Ebrahimian è una strada terribilmente pericolosa!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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