lunedì, Maggio 16

Francia: (s)ballottaggio presidenziale Al voto del secondo turno tra un programma tecnocratico ed un tetro programma populista di estrema destra, Macron, inviso a molti per le sue politiche, dovrà fare i conti con un’astensione massiccia, ma comunque tale da non impedirgli la rielezione

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E visto che a parole non mi salvo,

parla per me silenzio, ch’io non posso

(Josè Saramago)

Il primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha riservato delle conferme e qualche novità. In attesa che ilballottaggio del 24 aprile indichi la probabile conferma di un tecnocrate di centro destra (già ministro del mediocre socialista Hollande) simil Draghi, esponente di circoli interessi finanza strategie ed élite neo liberista. O si affermerà la destra estrema della Le Pen ripulita di estremisti impresentabili e nelle interviste ai giornali. Pare, ma la paura serpeggia. Il sistema elettorale francese semipresidenziale “chiuso”, con contesa al secondo turno tra i due candidati con maggiori consensi, forse salverà ancora la Francia dalla marea nera dagli esiti nefasti per un’Europa inesistente anche dopo l’aggressione all’Ucraina. La conferma di Macron sarà di una linea politica elitaria ricca lontana da bisogni e domande sociali.

Tutto bene dunque? Mica tanto, ché i sistemi elettorali e le elezioni, presidenziali o politiche nel mondo democratico, ossia la rappresentanza nei sistemi democratici, vivono tempi incerti e soffrono di uno stress da coazione a ripetere errori più che da consapevolezza di mutamento di paradigmi. Con la partecipazione che si scompone, gilet gialli su tutti, l’inflazione che abbassa ancor più salari e stipendi, i costi di una transizione ecologica che dopo l’Ucraina rallenterà. Al primo turno l’astensione è stata del 25%, sotto il record del 2002 quando l’estrema destra arrivò al ballottaggio. Ma hanno votato pur sempre 3 francesi su 4. Il voto al primo turno conferma il differenziarsi di un animale a tre teste che guardano verso popolazioni, territori, professioni, età, interessi, valori diversi. In una corporativizzazione della società divisa e segmentata tra domande e difficoltà diverse ed incompatibili. Vediamo alcuni orientamenti emersi. Macron con il 27,8% e 9.785.578 di voti è al primo posto, crescendo nei consensi di 1.129.232 voti in più del 2017. Si afferma nel centro delle grandi città, nell’ovest ed un terzo del sud-ovest, dove si votò sì al referendum su Maastricht del 1992 ed al Trattato costituzionale del 2005. Un voto da classi agiate e persone anziane, mentre i giovani, potenziali protagonisti del modello di modernizzazione neoliberista, tra i 18 e 34 anni si sono astenuti per ben il 40%. La Le Pen con la sua ‘ripulitura’ elettorale prende 8.136.369 voti, quasi 500 mila in piùnelle ex aree industriali, che da decenni l’antica classe operaia è stata dimenticata da una sinistra evaporata tra delocalizzazioni estere o scorpori aziendali che le sinistre, vedi Italia, hanno abbandonato puntando su una società post industriale. Per ritrovarsi poi con schiavitù nei campi riders nei servizi e fabbriche chiuse con un sms da multinazionali prive di controllo. Le Pen ha prevalso inoltre nell’area parigina esterna all’Ile-de-France, nelle valli del Rodano e della Garonne, oltre che nel litorale mediterraneo del turismo ricco, russi compresi. Una relativa sorpresa viene da Jean-Luc Mélenchon leader di ‘France Insoumise’ che per soli 421.000 voti in meno non arriva al ballottaggio con il presidente uscente. I suoi consensi sono arrivati dalle periferie popolari e nelle città universitarie, da territori urbani e meticci. Come le periferie di la Seine-St-Denise, tra le zone più povere e popolose del paese. Dove ha raccolto il 49% dei suffragi (il 34% del 2017). O città come Lille, Tolosa, Marsiglia unitamente ai territori oltremare di Guadalupa, Martinica e Guyana che seppur con un’alta astensione hanno votato per oltre la metà per FI. Poi i giovani 18-34 anni che lo hanno premiato. Mentre tra operai ed impiegati è secondo dietro la Le Pen, che è tutto dire. Con un programma chiaro su femminismo, razzismo, ecologia e lavoro.

Il dato rilevante è che il fronte repubblicano dei partiti storici è stato spazzato via. Significativa la figuraccia di Anne Hidalgo con i Socialisti all’1,7% i quali solo dieci anni fa governavano tutte le alte cariche istituzionali del paese! Poi gli eredi dei gollisti, con Valérie Pécresse de Les Republicaines affondata a4,7%, sotto il 5% con cui chiedere rimborsi elettorali. Per non parlare dei cascami del Pcf, gli antichi comunisti francesi i più filosovietici su piazza, allora Rossa, che beccano il 2,3% senza far confluire voti inutili in un aiuto utile verso l’unico che poteva insidiare destra economica ed ideologica. Stupidità di un Io ipertrofico egocentrico hanno fatto sì che la sinistra che non ha votato Mélenchon ha raccolto un misero 8,6%. Bastava un 1,5-2% di voti verso l’unico candidato credibile a sinistra e la destra veniva battuta. Assurda fine di inutili compagni non si sa più di che cosa.

Secondo, il voto rappresenta attese, bisogni, domande securitarie o libertarie che i candidati solo in parte riescono a soddisfare. Perché l’emergenza di questi anni populisti è gridare al cielo per volere tutto e poi accontentarsi di quel poco che il potere elargisce. Mentre consolidate istanze di mutamento del quadro economico e politico restano senza risposte. Fatto di politiche che subiscono gli effetti di un neo liberismo economico che governa con le sue strategie e scopi su una politica inermeincapace o per vicinanza di interessi a far valere un principio di autorità nelle società governate da poteri economici e finanziari extranazionali di élite miliardarie che dominano il pianeta in assenza di regole e legalità. Al secondo turno, Macron, inviso a molti per le sue politiche, dovrà fare i conti con un’astensione massiccia, ma comunque tale da non impedirgli la rielezione poiché ad una settimana viene dato con 10 punti in più sulla candidata della destra. Il maggior sostegno dopo le parole chiare di Mélenchon di non far salire in alcun modo la destra è confermato dal voto online ai suoi 310 mila militanti che nel secondo turno si orienterebbero per il 51% l’astensione, il 33% a Macron ed il 16% alla Le Pen. Al contrario della ripartizione dei voti del verde Yannick Jadot che per il 59% voterà il Presidente uscente, il 34% si asterrà e solo il 7% voterà a destra.

Ma quali sono i punti salienti dei vari candidati? Li riassumo. Vediamo Macron ed il suo ‘desolante quinquennato’ nel giudizio di Serge Halimidirettore di ‘Le Monde Diplomatique’, si direbbe proprio un presidente divisivo iper nazionalista e tanto europeista quando gli conviene se no regala pure la legiond’Onore al dittatore sanguinario Al-Sisi, quello di Giulio Regeni ammazzato, per contratti miliardari alle aziende francesi. La sua presidenza si era aperta con l’abolizione dell’imposta di solidarietà sul patrimonio (Isf), così chiamata perché il vero nome, tasse, vale solo per noi meno ricchi. Vedessi mai che si offendono! Ed una “riforma del codice di lavoro favorevole al padronato” cui seguì la rivolta dei ‘gilet gialli’. Per chiudersi il primo mandato con l’estensione dell’età pensionabile da 62 a 65 anni, Italia docet, e l’obbligo per i beneficiari del reddito di solidarietà attiva (Rsa) di lavorare più di 15 ore a settimana. Insomma, la prima misura è andata oltre le richieste padronali a 64 anni, mentre la seconda, una “misura di giustizia”, significherà avere manodopera da impiegare a basso costo o gratuita. Come l’alternanza scuola-lavoro da noi dove muoiono ragazzi privi di tutele e sicurezza e ben 3 lavoratori al giorno. Un genocidio anche questo? Inoltre a Marsiglia roccaforte di Mélenchon a cui ha ‘rubato’ alcuni slogan per sembrare più popolare, ad una manifestazione pubblica ha declinato il suo intervento per larga parte in chiave ecologista. Provvederà a nominare un ministro “direttamente incaricato della programmazione ecologica” con due responsabili della pianificazione ecologica territoriale ed energetica. Aggrappandosi anche lui al prossimo voto come ad uno scontro o “scelta di civiltà” rimasticando quello da Guerra fredda, ha affermato che la Francia uscirà per prima da gas petrolio e carbone. E certo, perché vorrebbe costruire altre 8 centrali nucleari oltre le 7 già esistenti. A leggere poi il programma in apparenza slavato della Le Pen c’è poco da stare allegri. Difatti vuole uscire dal Green Deal europeo, dal mercato dell’elettricità dell’Ue, ché l’Europa è il suo nemico assoluto, difenderà l’auto nelle città benché inquinanti, sopprimerà le norme che impedirebbero di affittare alloggi che non rispettano le norme termiche e smantellerà le pale eoliche già installate. Con Macron che di qui al 2050 vorrebbe metterne addirittura 50. Dunque energia ecologia e clima sono i capisaldi dei programmi dei due candidati al confronto il 24 aprile.

L’unico che ha impostato il suo programma sui temi del lavoro è stato il per pochissimo perdente Mélenchon. Con un programma oggi in apparenza visionario, dopo decenni di propaganda neo liberista, con ex sinistre sparse prone a perseguire i princìpi di un neo liberismo che negli ultimi quattro decenni ha scardinato ed eroso voti popolari alle forze di sinistra e dissolto qualsiasi progetto di democrazia economica. In nome di un’economia di mercato priva di regole (i colossi della Rete ne sono il miglior esempio pagando spiccioli di tasse in sedi di comodo scelte da loro), la malefica de-regulation del “meno Stato e più mercato”, e delle privatizzazioni a spese del pubblico. Se in Italia ci fosse qualche partito che volesse riflettere su tali proposte… il Pd è ormai altra cosa, e sul M5S sospendo il pensiero…. Così si va dall’innalzamento del salario minimo, in Francia oggi a 1270 euro netti, a 1400 euro, per passare ad una quota 100 alla francese, ovvero riportare la pensione a 60 anni, non 67, ben 4 anni di più ci ha rubato in Italia il governo del Monti loden e della tizia piangente. Proposte di Mélenchon finanziabili con una seria “rivoluzione fiscale”, impensabile nell’italietta del no alla riforma del catasto con tre destre a difesa di evasori fiscali e ricchi, una patrimoniale per i redditi medio-alti emersi con una seria riforma fiscale che nessuno vuole, stanando milioni di evasori-elettori che usano lo Stato senza pagarlo. Nel programma francese si voleva poi seriamente un fisco che aumentasse la progressività per i redditi abolendo l’insulsa flat tax sui redditi da capitale, reintroducendo l’imposta di solidarietà sulla fortuna, le tasse per i non ricchi. Ed infine c’era anche un aumento delle aliquote fiscali e la proposta di ridurre le imposte sui redditi bassi e medi (sotto i 400 euro netti al mese). Voi ve lo vedete il Pd o altri provare solo a riflettere su temi simili che sarebbero molto chiari per molti? Il successo di queste proposte è confermato dal raddoppio dei consensi dai meno di 4 milioni di voti del 2012 a poco meno di 8 di oggi. Saranno pure radicali, oddio!, magari con qualche spruzzata populista (ma perché nel centro ed a destra che sono?) ma sono proposte che raccoglierebbero un vasto elettorato su proposte sociali chiare. Ma una sinistra governista e di palazzo come il Pd che ha dismesso tutte le battaglie di equità e di giustizia sociale, che interpreta le direttive di Bruxelles come vangelo, che è più attenta al pareggio di bilancio che a scommettere per un indebitamento innovativo per trasformare un paese asfittico non ha proprio la postura ideale ed un sano pragmatismo sociale per arrischiare simili proposte. Con il ceto politico in grisaglia che si ritrova. Resta la Francia al voto del secondo turno tra un programma tecnocratico ed un tetro programma populista di estrema destra.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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