sabato, Maggio 21

Francia, al voto anche per cambiare la Costituzione? Non mancano le ragioni per modificare profondamente la Costituzione francese che non sta funzionando per garantire i cittadini, bensì i detentori del potere

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Contrariamente a quanto potrebbe suggerire una rapida osservazione del dibattito pubblico in occasione delle prossime elezioni presidenziali francesi, la questione del passaggio a una nuova Repubblica non è né recente né appannaggio di alcuni candidati alla carica suprema.
Fin dai primi anni della V Repubblica, il ‘golpe permanente’ consentito dal nuovo regime fu denunciato da un certo…François Mitterrand. E se quest’ultimo è finalmente confluito meravigliosamente in istituzioni un tempo odiate, ci sono oggi molti ricercatori, ma anche movimenti cittadini, che chiedono un cambiamento nella Costituzione, per non parlare dei candidati che fanno questa proposta ad ogni elezione presidenziale.

In una società democratica, i testi costituzionali mirano a inquadrare l’azione del potere in modo da garantirne l’esercizio secondo la volontà del popolo sovrano. In Francia ciò significa, in particolare, il rispetto da parte dei governanti dei diritti fondamentali e il divieto di concentrare il potere nelle mani di una sola persona, come ricorda la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789: «Ogni società in cui non è assicurata la garanzia dei diritti, né determinata la separazione dei poteri, non ha Costituzione».
È quindi meno sulla sua capacità di assicurare la stabilità del regime, che sul modo in cui garantisce -o meno- la rappresentatività delle istituzioni che una Costituzione deve essere giudicata.
E, da questo punto di vista,
il testo attuale non svolge realmente la sua funzione.

Quando, elezione dopo elezione, l’affluenza alle urnecontinua a sgretolarsi, quando la composizione sociale dell’Assemblea nazionale e del Senato, ma anche,sempre più, dei loro elettori, riflette solo una minoranza della società francese -l’Assemblea nazionale ha solo il 4,6% di dipendenti e nessun lavoratore mentre queste categorie socio-professionali sono in maggioranza)- quando anche la rivolta dei ceti popolariin canottiera gialladell’inverno 2018 si sta trasformando rapidamente in scontro violento, cosa resta della rappresentatività di chi detiene il potere?
Naturalmente, l’attuale costituzione non può essere l’unica spiegazione di questa crisi istituzionale. Ma per la sua funzione di organizzare l’esercizio del potere statale, è necessariamente una delle più determinanti.

Dal 1958, la Costituzione ha invariabilmente organizzato una centralizzazione del potere basata in gran parte sull’egemonia del potere esecutivo all’interno dell’apparato statale. Occorre solo confrontare l’elenco dei poteri che il Presidente può esercitare senza autorizzazione previsto dall’articolo 19 della Costituzione e l’irresponsabilità che caratterizza il suo status nell’articolo 67 della stessa Costituzione.
Tuttavia, il desiderio di mantenere un regime in cui il governo doveva disporre dei mezzi per la sua politica avrebbe dovuto, in linea di principio, riservare al Parlamento un posto di scelta per condividere la funzione legislativa con un governo ad esso responsabile.
Meno della metà delle leggi adottate sono di origine parlamentare, mentre i progetti di legge privati sono molto più numerosi di quelli del governo.
Ma tutta una serie di accorgimenti costituzionali accumulati durante la lunga esistenza del regime gli hanno conferito una
legittimità che ora passa esclusivamente attraverso il Presidente della Repubblica, anche a costo di scavalcare il potere legislativo. Pensiamo così all’abbandono dell’investitura obbligatoria dei governi, al potere di destituzione del governo da parte del Presidente, al fatto maggioritario rafforzato dal quinquennio e all’inversione del calendario che rende fittizia la responsabilità del governo e improbabile una nuova convivenza.

Il governo, cioè il potere esecutivo, essendo su iniziativa della stragrande maggioranza dei progetti di legge e padrone dell’ordine del giorno delle assemblee, ha tutti i mezzi per controllare il lavoro parlamentare e per votare i testi che vuole, anche affrettando i dibattiti in seduta pubblica. Ricordiamo il tentativo di colpo di Stato da parte del governo Édouard Philippe alla vigilia della crisi sanitaria di approvare la riforma delle pensioni con l’articolo 49-3 costringendo l’adozione senza dibattito del progetto di governo.
Il governo ha anche la possibilità di limitare o addirittura vietare la presentazione di emendamenti, di chiedere una seconda delibera, fino all’assunzione della propria responsabilità sul voto di una legge, i mezzi di pressione su deputati e senatori sono molti e vari.
A ciò si aggiunge un sistema di voto a maggioranza assoluta e una tempestiva ‘inversione di calendario‘ che ha consolidato la subordinazione della maggioranza parlamentare al potere esecutivo.
Così spossessato dell’essenziale della sua funzione, il Parlamento non può più essere il luogo privilegiato del dibattito pubblico sui principali orientamenti politici della Nazione, un luogo dove si esprimerebbe una reale diversità di punti di vista.

La situazione della magistratura non è certo più invidiabile. Ridotta al rango di semplice ‘autorità’ nei termini della Costituzione stessa, non è sufficientemente al riparo dall’influenza del governo, che mantiene il controllo sulle nomine dei magistrati – le sue proposte non sono soggette all’assenso del Superiore Consiglio della Magistratura solo per i giudici e non per i pubblici ministeri, che non possono quindi rivendicare la qualifica di autorità indipendente ai sensi del diritto europeo– e, soprattutto, i mezzi dei tribunali. Tuttavia, il grado di indipendenza della magistratura condiziona direttamente l’efficacia dei diritti e delle libertà dei cittadini.
Ma questa subordinazione dei poteri legislativo e giudiziario sarebbe impossibile senza il dominio esclusivo del potere presidenziale consentito dal testo costituzionale. Un dominio garantito da una panoplia di provvedimenti volti a definire un privilegio presidenziale che la personalizzazione del potere ha continuato ad amplificare.

In primo luogo, il Presidente della Repubblica concentra nella sua persona una serie di prerogative sproporzionate rispetto a quanto praticato negli altri Stati europei, la maggior parte dei quali di tradizione parlamentare, ma anche d’oltre Atlantico, dove il sistema presidenziale obbliga sempre il capo del esecutivo a mediare con gli altri poteri. L’inquilino dell’Eliseo non è solo il capo di Stato, presunto garante delle istituzioni, ma anche il capo del governo, i cui membri nomina e revoca a sua discrezione.

Il Presidente della Repubblica è irresponsabile in tutto,nel senso che non risponde a nessun altro potere e in particolare al Parlamento, poiché ha il potere di scioglierlo a suo piacimento.
L’articolo 16 della Costituzione gli dà anche la possibilità di assumere pieni poteri se ritiene -da solo- che
«sono minacciate le istituzioni della Repubblica, l’indipendenza della Nazione, l’integrità del suo territorio». Altre prerogative per le quali il Capo dello Stato non ha l’autorizzazione a chiedere sono elencate nella Costituzione, tutte tendenti a un esercizio del potere verticale e autoritario, tanto più che l’inserimento nella Costituzione della nomina del Presidente per via diretta di suffragio universale nel 1962, la sua legittimità è ritenuta indiscutibile.

Non vi è quindi più alcun ostacolo alla sua possibilità di avvalersi efficacemente di tali prerogative, che gli conferiscono un potere letteralmente illimitato in quanto esercitato senza potervi opporsi né dagli altri poteri o autorità costituiti. Quindi il licenziamento sarebbe l’unica opzione, ma rimane abbastanza improbabile che venga utilizzato.
Né il potere legislativo o giudiziario, né il popolo stesso, in occasione di un’elezione intermedia sfavorevole o di un referendum negativo, salvo il caso unico del 1969, quando il popolo si oppose alla revisione costituzionale proposta dal generale de Gaulle. Negativo il referendum cui diede luogo questa revisione del Senato e delle Regioni, il generale de Gaulle ne trasse le conseguenze e si dimise dalle sue funzioni.

Questo è il destino di un
leader legalmente irresponsabile, ma dotato dei poteri più potenti. Tutto nel testo della Costituzione contribuisce quindi a farne un leader incontrastato, contrariamente all’idea che si può avere di un regime democratico dove il popolo resta sovrano, anche tra due elezioni presidenziali e dove giocano gli altri poteri, perché distinti da il potere esecutivo, il loro ruolo di contrappeso.

Infine, il testo costituzionale organizza un accentramento di potere molto ampio che, come tale, rende difficile esprimere opinioni divergenti da quelle delle classi dirigenti. Questa centralizzazione si basa principalmente sull’egemonia dello Stato centrale su tutte le altre istituzioni pubbliche.
Nonostante le riforme intervenute a partire dal 1982 e la formale consacrazione del principio della loro “’ibera amministrazione’,
gli enti locali hanno solo un potere di influenza molto limitato poiché le loro assegnazioni restano quasi interamente decise da Bercy.
In un contesto di persistente austerità di bilancio,
il decentramento ha così regolarmente comportato il declino dei servizi pubblici loro affidati, che non è certo idoneo ad avvicinare i cittadini alle autorità… Lo stesso vale per altri enti pubblici presunti indipendenti ufficialmente investiti di una funzione di contrappeso, ma che, come l’Università o la Giustizia, non sono dotati di mezzi proporzionati alle loro missioni.
Vale a dire
se, da un punto di vista democratico, non mancano le ragioni per modificare profondamente la Costituzione e cambiare il regime, che si chiami o meno unaVIᵉ Repubblica‘.

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