venerdì, Luglio 30

Francesco: 'No all'ossessione del potere'

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Firenze ha accolto con calore, affetto e partecipazione Papa Francesco, venuto qui in occasione della V Conferenza Ecclesiale italiana promossa dalla Cei, dal titolo ‘In Cristo il nuovo umanesimo‘.  Un bagno di folla, sia lungo le strade del centro che Bergoglio ha percorso con la sua papa mobile e un piccolo tratto a piedi, dal Battistero al Duomo, che nel pomeriggio allo Stadio, ove è stato accolto da 52 mila persone.

«Firenze è la città della bellezza» aveva detto l’allora Cardinale Jorge Bergoglio entrando in Conclave  all’Arcivescovo di Firenze Cardinale Giuseppe Betori. Non c’era mai venuto. Ora che è qui per la prima volta,  nel suo saluto  alla città e ai 2500 partecipanti alla Conferenza,  Papa Bergoglio sottolinea un’altra delle caratteristiche storiche di questa  città: quella di testimone della carità e della solidarietà umana, portando l’esempio dell’antico Istituto degli Innocenti che si prendeva cura dei bambini abbandonati.  Questo,  per ancorarsi subito al tema del suo messaggio rivolto all’intera Chiesa italiana,  con il  quale ha aperto i lavori del convegno ecclesiale (dopo il saluto del Cardinale Bagnasco). Un discorso forte e chiaro,  che posto in riferimento anche agli ultimi ‘scandali’  che hanno investito il Sacro Palazzo,  indica con  fermezza la via da seguire.  Alla domanda che cos’è oggi il ‘nuovo umanesimo’, Papa Francesco risponde  «non capiremo nulla dell’umanesimo cristiano e le nostre parole saranno belle, colte, raffinate, ma non saranno parole di fede. Saranno parole che risuonano a vuoto. Non voglio qui disegnare in astratto un ‘nuovo umanesimo’, una certa idea dell’uomo, ma presentare con semplicità alcuni tratti dell’umanesimo cristiano che è quello dei ‘sentimenti di Cristo Gesù’».

E quali sono questi  ‘sentimenti’? Semplicemente tre: umiltà («la gloria di Dio che sfolgora nell’umiltà della grotta di Betlemme o nel disonore della croce di Cristo ci sorprende sempre»), disinteresse («l ‘umanità del cristiano è sempre in uscita. Non è narcisistica, autoreferenziale»), beatitudine («Il nostro dovere è lavorare per rendere questo mondo un posto migliore e lottare. La nostra fede è rivoluzionaria per un impulso che viene dallo Spirito Santo. Dobbiamo seguire questo impulso per uscire da noi stessi, per essere uomini secondo il Vangelo di Gesù»).  Consapevole di questi  ‘sentimenti’  Bergoglio indica la Chiesa che non vorrebbe:  «non dobbiamo essere ossessionati dal potere  anche quando questo prende il volto di un potere utile e funzionale all’immagine sociale della Chiesa»;   e quella che a lui sta a cuore: «preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti». Citando curiosamente Guareschi, don Camillo e Peppone, ricorda le parole di questo parroco di fantasia: «’Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie, che soffre e sa ridere con loro’. Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Se perdiamo questo contatto con il popolo fedele di Dio perdiamo in umanità e non andiamo da nessuna parte».

 

Ma allora che cosa dobbiamo fare? Cosa sta chiedendo  il Papa?

«Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Insomma, la strada è indicata, alla Conferenza Ecclesiale la capacità di saper raccogliere la sfida di una Chiesa povera e coraggiosa, aperta al dialogo ed alla speranza, lanciata dal Santo Padre. Segnali in questo senso si sono già avuti nella Chiesa di S.M. del Fiore, dalla testimonianze di un  ‘clandestino’ albanese che ha trovato, grazie all’aiuto del compianto  don Setti,  la via del lavoro e della fede (si è fatto sacerdote qui a Firenze, e ora parroco a Campi Bisenzio)  e da una coppia felice al suo secondo matrimonio, dopo il fallimento doloroso del primo.

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