lunedì, Aprile 12

Francesco incontra la Rai field_506ffb1d3dbe2

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Il 18 gennaio Papa Francesco dedicherà un’udienza ai vertici e ai dipendenti della Rai. C’è molta attesa per il messaggio con cui accompagnerà questo evento. Un messaggio che sicuramente non sarà destinato soltanto ai suoi interlocutori, ma che  presenterà il pensiero del Santo Padre nei confronti di quella che chiamiamo ‘società dell’informazione’. E c’è anche tutta la curiosità di sapere che cosa pensa del mezzo -la televisione- che dimostra di saper accettare con estrema padronanza, tanto da farne un prezioso canale di diffusione del suo messaggio. Nessuno di noi può dimenticare il lungo e intenso abbraccio, ripreso dalla telecamere,  dato già in una delle primissime udienze a un giovane disabile che parenti ed amici avevano ‘issato’ fino al suo livello mentre passava con la papamobile oppure il bacio dato alla caviglia di un ospite di Casal del Marmo nella cerimonia della lavanda dei piedi.

Ma è anche vero che, come dice padre Federico Lombardi, quello che più il Papa raccomanda è di non soffermarsi sulla sua persona, ma arrivare a Cristo. Capiamo così che la sua naturalezza è quella di chi non gioca la propria immagine, ma testimonia il messaggio di unAltro’. Anche noi sperimentiamo questa smisurata libertà quando ci dimentichiamo di noi stessi e nelle nostre relazioni mettiamo in gioco qualcosa che ci trascende …

Fermiamoci qui nell’immaginare il discorso e l’atteggiamento del Papa di fronte agli uomini e alle donne della televisione.  Parliamo piuttosto della storia della tv, che compie proprio in questi giorni i 60 anni. Le rievocazioni del famoso 3 gennaio  -giorno di inaugurazione dei programmi- sono state così numerose da rendere quasi superfluo aggiungere altro. Ma un aspetto potremmo riprenderlo, proprio perché in qualche modo legato all’incontro con il Santo Padre. Potremmo cioè rispondere alla domanda: qual è stato il contributo dei cattolici alla nascita e allo sviluppo di questo mezzo? La domanda è quanto mai appropriata se si pensa che per tutto il Risorgimento e anche dopo, salvo sporadiche eccezioni locali, gli organi di informazione  -la stampa prima e la radio dopo-  sono stati gestiti da dirigenti, giornalisti, autori e interpreti di orientamento laico, in quell’arco di pensiero che va dai liberali ai socialisti.

Ma con la Liberazione succede un fatto quasi imprevedibile: l’affermarsi di un partito di ispirazione cristiana, che peraltro non si isola in un atteggiamento chiuso, arroccato, ma diventa centro della vita politica e chiede la collaborazione dei partiti laici persino quando il consenso popolare non rendevano ciò strettamente necessario. Ed è questo stesso partito che si trovò a indirizzare il servizio pubblico radiotelevisivo. Si stagliano così alcune grandi figure di dirigenti, proprio quelli destinati ad assicurare il decollo e lo sviluppo della televisione. Riferisco in particolare due nomi: quello di Filiberto Guala e di Ettore Bernabei. Quest’ultimo, che ha superato la soglia dei novant’anni, è a tutti noto, tanto da far parlare della ‘tv di Bernabei’, arrivata fino alla soglia del confronto, a metà degli anni ’70, del servizio pubblico con l’emittenza privata, dominata a sua volta dalla figura di Silvio Berlusconi. Ma parliamo piuttosto di Guala, che molti -soprattutto giovani-  ignorano completamente. E’ stato per meno di due anni alla guida della Rai, ma lo è stato proprio in occasione della nascita della televisione. Gli aneddoti ricordano che era molto, troppo morigerato e che dopo quel prestigioso incarico si fece frate trappista per il resto della sua vita (è morto al passaggio del millennio). Ma non ricordano che fu lui a promuovere una famosa selezione del personale – in pratica un concorso per merito- che creò i quadri del giornalismo e della programmazione della televisione: i famosi ‘corsari’, dal nome del corso che dovettero seguire per irrobustire la loro professionalità. E questi corsari non furono solo dei cattolici convinti e militanti, ma giovani di tutti gli orientamenti, accomunati soltanto dal rispetto di alcuni valori fondamentali di rispetto per la verità,  di rigore nell’esercizio dell’attività,  di ricerca aperta ai diversi punti di vista, ma soprattutto dotati di quell’attenzione al pubblico che spiega il fatto che gli abbonati siano passati dai 24mila del 1954 ai 6 milioni del decenni successivo, che moltiplicati per 3 o 4 (quanti erano i componenti di una famiglia di allora) significavano oltre 20 milioni di spettatori.

Tutto questo il Papa non potrà ricordarlo, ma certamente il suo invito sarà quello di seguire una direzione analoga, fatta di quell’impegno, quella creatività e quella tolleranza che sono le qualità su cui potrà svilupparsi anche nel futuro un sistema radiotelevisivo che opera nel nuovo contesto dell’evoluzione digitale dei media, di cui i giovani sono i principali protagonisti.

 

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