martedì, Settembre 21

Francesco e i musulmani

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Negli anni ’80 del secolo scorso, la Chiesa cattolica ha tratto grande vantaggio dalla campagna americana contro l’‘asse del male’. Papa Giovanni Paolo II si è precipitato al cuore del conflitto al fianco degli Stati Uniti sotto gli slogan di fede e libertà. E poiché le parti arabe e islamiche si recarono in Afghanistan con gli Stati Uniti per combattere l’invasione sovietica, si disse che le tre religioni – il protestantesimo, il cattolicesimo e l’islam – si erano impegnate insieme nella guerra all’Unione Sovietica e ai suoi alleati. Con lo scioglimento del Patto di Varsavia nell’Europa orientale e centrale, e la dissoluzione dello stato dell’Unione Sovietica, per il cristianesimo protestante e cattolico si aprì un campo enormemente vasto per un periodo di circa quindici anni, prima che la Chiesa ortodossa riprendesse a respirare alla fine degli anni ’90 con il sostegno del rinato Stato russo. Quando le relazioni tra gli Stati uniti e gli arabi e musulmani degenerarono in seguito all’aggressione irachena del Kuwait e l’operazione ‘Desert Storm‘ nel 1991, all’inizio dell’era dell’egemonia statunitense, papa Giovanni Paolo continuò a insistere sulle buone relazioni con i musulmani e cercò di sfidare l’egemonia invitando alla fondazione di un sistema globale davvero nuovo, in cui la lotta alla povertà, diffusa dalla feroce globalizzazione, occupasse il primo posto. Ma allo stesso tempo, il trionfo sul comunismo e l’impegno nell’evangelizzazione dei nuovi mondi distrassero il papa rivoluzionario ed enormemente popolare tra la gente di tutto il mondo dall’affrontare le sfide e gli ostacoli all’interno della Chiesa. Anzi, la vittoria sul comunismo, della quale il Vaticano si è considerato uno dei responsabili, diede maggiore sicurezza di sé sulla questione della bontà del programma di linea dura secondo il quale la Chiesa aveva agito da quando aveva assunto la guida della Congregazione per la dottrina della fede Joseph Ratzinger, divenuto papa nel 2005 in seguito alla morte di Giovanni Paolo II sotto il nome di Benedetto XVI.

Benedetto non è riuscito a risolvere alcun problema interno della Chiesa. Ha dovuto fronteggiare l’avversione e l’allontanamento di giovani, donne e poveri verso i secolarismi o verso i nuovi protestantesimi, e alla destra del papa conservatore è apparsa una destra rigida e radicale. Tuttavia, quello che ci interessa qui è il fatto che papa Benedetto considerava l’islam un rivale, talvolta un antagonista, e ha citato in numerose occasioni (specialmente durante la sua lectio magistralis all’università di Ratisbona nel 2006) i punti di scontro con l’islam, che è possibile riassumere sotto tre titoli: il porre la fede contro la ragione; la violenza radicata da lungo tempo nei loro insegnamenti e comportamenti; e l’identità cristiana dell’Europa, in cui non c’è posto per l’islam. Ciò che ha inciso maggiormente sulla coscienza mondiale cristiana e non cristiana è stata l’enorme violenza che è divampata dal ventre dell’islam, e dell’islam arabo in particolare. E questo è avvenuto in quattro fasi: l’attacco di al-Qa‘ida agli Stati Uniti; la violenza reciproca tra Afghanistan e Iraq; la comparsa di al-Zarqawi e Boko Haram; e infine l’avvento dell’ISIS. Sulle cattive relazioni tra il Vaticano e i musulmani aveva influito anche la richiesta di protezione internazionale dei cristiani in Egitto avanzata da papa Benedetto dopo le esplosioni e gli episodi di violenza contro di loro nel 2010-2011. Al-Azhar al tempo rispose in maniera violenta, e le relazioni tra le due parti si sono interrotte quasi completamente fino al 2015. In questo periodo, non c’è stato alcun respiro nelle relazioni se non durante l’iniziativa per il dialogo tra le religioni e le culture lanciata dal defunto re ‘Abd Allah bin ‘Abd al-‘Aziz nel 2007, che raccolse intorno alle sue tavole e i suoi incontri tutte le religioni: cattolicesimo, protestantesimo, buddismo, induismo ed ebraismo. Si ricorda che, durante i primi incontri tra il 2007 e il 2009, ci furono grandi difficoltà nel convincere i rappresentanti del Vaticano ad aderire al dialogo, ai suoi programmi e alle sue attività nonostante la visita del defunto re ‘Abd Allah bin ‘Abd al-‘Aziz in Vaticano e il suo incontro col papa nel 2007.

Il nuovo papa si è aperto ai musulmani in maniera prudente. La cautela ha avuto la meglio anche sulle risposte, forse a eccezione della comunicazione all’interno della fondazione per il dialogo a Vienna. La cosa più importante è che la Chiesa cattolica collabora con i governi europei e musulmani nella lotta all’islamofobia in Europa e non considera più proibito l’ingresso turco nell’Unione Europea. Poi il Vaticano ha fatto un grande passo riconoscendo lo stato della Palestina. La realtà è che i musulmani hanno difficoltà a comunicare non solo con il Vaticano, ma con tutte le religioni e le culture del mondo, sotto due punti di vista: il primo è la situazione della violenza all’interno dell’islam e nei confronti dei cristiani e del mondo, per cui non bastano più dichiarazioni di condanna, anzi, nell’interesse dell’islam è necessario abbandonare postulati, l’attaccamento ai quali non è più accettabile; il secondo è l’allineamento delle posizioni, poiché i dialoghi sono sempre stati a due, e non si è riusciti ad arrivare a un’iniziativa islamica comprensiva negli ultimi decenni.

Il cattolicesimo è la seconda religione del mondo per numero di fedeli, ed è tornata a ricoprire un ruolo internazionale di rilievo. In occasione della sua recente visita ad al-Azhar, il vescovo di Canterbury, preceduto dai rappresentanti del Vaticano, ha affermato che i cristiani sono pronti a migliori relazioni con i musulmani. Ma i musulmani sono pronti? Per i musulmani è indispensabile la comunicazione, stretta e in continua evoluzione. Gli altri cambiano, e anche noi dobbiamo cambiare per restare!

 

Traduzione di Elisabetta Zora

 

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