martedì, novembre 13

Francesco de Martini, un eroe da ricordare Alla scoperta del soldato più decorato della Seconda Guerra Mondiale

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Addis Abeba, primavera 1928. C’è grande agitazione negli ambienti della corte imperiale etiope. Le divergenze tra la regina Zauditù, nominalmente sovrana del Paese e Ras Tafari Makonnen (futuro Hailé Selassié),  erede al trono, “reggente” e detentore effettivo del potere, hanno preso una china pericolosa. Mentre infatti Ras Tafari  è animato da un certo modernismo e volontà di far uscire il suo paese dall’isolamento e dall’arretratezza, la regina, invece, è fortemente legata alle tradizioni ancestrali dell’Etiopia  ed è restia  ad ogni tipo di riforma che possa in qualche modo attenuarne la portata. Si inserisce furbescamente nei contrasti politici del momento il comandante della guardia imperiale, che avvia una sorta di colpo di Stato, teso a scartare dalla successione al trono Ras Tafari, la cui figura peraltro non fa l’unanimità tra i Ras, i maggiori dirigenti e comandanti militari del paese.

Insomma nella residenza (ghebì) imperiale il reggente corre il rischio, in quei giorni di primavera, di essere sopraffatto dai suoi contestatori in aperta rivolta. E’ praticamente prigioniero. Ha allora l’idea di far pervenire una richiesta di aiuto all’ unica persona in grado di darglielo. Di chi si tratta?

Di un italiano, di un sergente maggiore carrista, l’unico militare in Etiopia capace di far funzionare il carro armato Fiat 3000 Mod 21 (munito di due potenti mitragliatrici), un regalo che l’anno prima Amedeo d’Aosta, Duca degli Abruzzi, aveva voluto fare a Ras Tafari, l’erede destinato a diventare di lì a poco il Negus Neghesti, ‘il re dei re’, il discendente del re Salomone.

Francesco_de_MartiniL’italiano non si farà troppo pregare, né attendere. Ricevuto il messaggio, sale immediatamente sul suo tank e si dirige a tutta velocità verso il palazzo imperiale. Ne sfonda agevolmente  il cancello, lasciando stupefatti  i Ras in rivolta, i quali forse non avevano mai visto un mezzo cingolato in azione. Rimangono in effetti per qualche attimo come attoniti e spiazzati dalla presenza di quel mostro di ferro, dalla cui testa fuoriescono due antenne dalla potenza distruttrice inimmaginabile per quei tempi. Giovandosi quindi di quei momenti di incertezza, l’italiano fa salire a bordo del veicolo Ras Tafari, togliendolo dalla trappola nella quale era caduto e, successivamente, obbliga i vari capi riuniti nel cortile a rendere omaggio al futuro imperatore. Accompagna quindi il reggente in un giro attraverso le strade della capitale per dimostrare alla popolazione che la situazione è sotto controllo, che nulla è cambiato, che Ras Tafari è sempre al suo posto e  che la linea successoria non ha subito alcun mutamento.

Previdente, il reggente nomina senza tardare il nuovo comandante della guardia imperiale.  E per evitare il ripetersi di situazioni ambigue e pericolose e anche per un sicuro sentimento di riconoscenza verso di chi lo aveva tolto da una situazione di imbarazzo istituzionale e difficoltà politica, offre l’importante incarico proprio al provvidenziale sergente carrista italiano. Uno straniero del resto dovrebbe essere meno portato a farsi coinvolgere nelle congiure e nei giochi di palazzo. Così, un sergente del regio esercito diventa il Capo della guardia imperiale etiope!

E’ l’inizio  delle avventure africane di  Francesco de Martini, un uomo destinato a diventare “ il soldato più decorato della seconda guerra mondiale, un militare che comincia la sua carriera come soldato semplice e la conclude con il grado di generale di brigata, costantemente promosso sul campo per speciali meriti di guerra! Un patriota che renderà eminenti servigi al paese.

Ma chi è Francesco de Martini?

 Antonio de Martini è un ingegnere italiano, nato a Smirne, che lavora alla costruzione della mitica ferrovia Berlino-Baghdad, linea strategica che avrebbe dovuto consentire alla Germania di rifornire in petrolio le sue colonie evitando il canale di Suez e al governo ottomano di rinforzare la propria influenza su tutta la penisola arabica. Fonte di continue dispute internazionali, il progetto sarà  abbandonato, dopo diverse interruzioni e riprese dei lavori, nel 1940, quando appena il 40% del percorso previsto era stato completato.

Durante la sua permanenza in Siria, l’ingegnere de Martini conosce e si innamora di Sofia Mokadié, figlia di un albergatore di Damasco. Dall’unione nasceranno cinque figli. Francesco, il secondo, vede la luce nella capitale siriana il 9 agosto 1903.

Francesco studia al National College di Beirut, crescendo a cavallo di due culture, quella italiana e quella mediorientale, acquisendo la conoscenza di diverse lingue, tra cui l’arabo, l’aramaico e il turco, imparando a muoversi con agilità  in ambienti musulmani, tutte qualità che metterà a frutto, quando, militare dell’esercito italiano, sarà protagonista di clamorose azioni e impensabili evasioni…

A 20 anni, da fervente patriota, si presenta al distretto di Bari per compiere il proprio dovere militare. Nel novembre 1923 viene assegnato al nascente corpo dei carristi. Un anno dopo viene promosso sergente maggiore e nel 1927 viene scelto, in ragione delle sue conoscenze linguistiche, per accompagnare il carro armato Fiat 3000 di cui il Duca degli Abruzzi, come abbiamo visto,  aveva fatto dono a Ras Tafari.  Poco dopo de Martini riceve l’ordine di rimanere a tempo indeterminato ad Addis Abeba, con il compito di addestrare il personale locale all’utilizzo del carro armato. Cosa peraltro che mai avvenne. Ras Tafari temeva che il carro armato potesse rivelarsi un’arma potenzialmente troppo pericolosa se fosse caduta in mani nemiche. Ritroviamo quindi il sergente maggiore nella sua bella villa e con il numeroso personale di servizio messo a sua disposizione dal suo protettore, nel frattempo diventato imperatore, sempre con il prestigioso incarico di Capo della guardia imperiale. 

Tuttavia, col progressivo deteriorarsi dei rapporti tra i due paesi, la situazione diventa di fatto insostenibile. De Martini stesso chiede al Negus di essere esentato dall’ incarico per evidenti motivi di incompatibilità, considerata anche la stretta collaborazione stabilita con l’addetto militare ad Addis Abeba, colonnello Vittorio Ruggero, che aveva avuto da Roma l’incarico di cominciare a predisporre studi e piani per l’imminente invasione dell’Abissinia.

Si rifugia quindi in Eritrea. Qui, dopo l’avvio della campagna di Etiopia,  gli viene affidata una difficilissima missione, da portare a termine nel paese che oramai conosce a menadito, ma senza poter utilizzare uomini del regio esercito. E’ incaricato di formare una colonna di irregolari, di combattenti locali pronti a seguirlo in qualunque circostanza, per aggirare le forze imperiali e scompaginarle, agevolando in tal modo l’iniziativa delle truppe regolari italiane schierate ai confini dell’Eritrea e in procinto di penetrare in Etiopia.  De Martini in breve tempo, grazie la suo forte carisma, alla perfetta conoscenza della lingua araba e ai fondi di cui dispone, organizza una colonna ‘dancala’, come verrà chiamata, formata da centinaia di mercenari yemeniti. Con uomini temprati alle difficoltà e alle privazioni della regione, attraversa, dopo un’impervia marcia di 350 chilometri, il deserto dei Dancali e conquista la regione dell’Aussa per ritrovarsi, proprio come era previsto, alle spalle delle truppe nemiche, che non esita ad  attaccare e disorientare. Il contributo della colonna dancala sarà determinate per la vittoria italiana nella battaglia del lago Ascianghi. Per questa sua impresa, de Martini viene promosso sul campo ufficiale.

L’inviato del Corriere della Sera, Vittorio Beonio Brocchieri, ne dipinge un’immagine forse un po’ troppo colorita e vivace, che rende solo in parte l’idea del sergente italiano in  grado di mimetizzarsi perfettamente negli ambienti locali per il perseguimento di obiettivi strategici nazionali: “Era uno strano tipo….Aveva pantaloni da messicano, degli stivali da lanzichenecco, un copricapo da Circasso, al collo un fazzoletto verde come gli arabi e alla cintura una cartucciera gigantesca. Mi disse che era nato in Mesopotamia…”conosco poco  l’italiano, parlo e scrivo meglio l’arabo e tengo a memoria buona parte del Corano”…

Certo, de Martini indossa “pantaloni da messicano” e “stivali di lanzichenecco” e non si distingue dai suoi uomini yemeniti, ma questo stesso personaggio sarà l’uomo che, appena due mesi dopo l’ingresso di Badoglio in Addis Abeba (5 maggio 1936), sarà protagonista di un’ardimentosa azione militare che gli varrà il suo primo riconoscimento ufficiale,  una medaglia d’argento al valore militare.

In effetti nel luglio del 1936 l’esercito imperiale riesce a riconquistare una parte della capitale etiope, costringendo le nostre truppe a ritirarsi! Il comandante della piazza, generale Italo Gariboldi, a chi si affida allora per proteggere adeguatamente il ripiegamento italiano? Ma all’esperto dei luoghi, al  tenente de Martini, il quale però, con  sua banda di irregolari, andrà oltre gli ordini ricevuti! Con incredibile coraggio e ardimento passa  al contrattacco e riprende il completo possesso di Addis Abeba, evitando all’Italia di fare una pessima figura sul piano internazionale. Si può in effetti facilmente immaginare l’impatto negativo che avrebbe avuto la notizia – a otto settimane della proclamazione dell’Impero! – che Roma non aveva più il controllo della capitale del paese appena conquistato… Vale quindi la pena di riportare un estratto della motivazione del conferimento della medaglia d’argento: “ Comandante titolare di una banda irregolare, dimostrava spiccate doti di ardimento. Durante l’attacco alla città da parte di formazioni ribelli, sceglieva appropriata posizione e, comandante e combattente audace, attaccava decisamente con la sua banda forze superiori avversarie, volgendole in fuga”

Ritroviamo successivamente de Martini nel 1939 in Albania (31 rgt. Carri Divisione Centauro), dove ancora una volta si fa notare e apprezzare per la sua conoscenza della lingua turca e degli usi e consuetudini dell’impero ottomano.  Ma nel suo destino, è l’Africa il filo conduttore principale.

Nel marzo 1940 il giovane tenente viene, in effetti, rispedito in Etiopia,  posto al comando di una banda regolare di etiopi fedeli – la colonna ‘Danghila’ – e con l’incarico non dichiarato di agente segreto del SIM (Servizio Informazioni Militari).

 Anche questa volta il suo comportamento è esemplare, tanto da guadagnarsi una medaglia di bronzo per un’arrischiata iniziativa contro i ribelli locali. Dice la motivazione «Di scorta a un’autocolonna, reagiva prontamente contro formazioni ribelli che lo avevano attaccato con forze preponderanti.  Alla testa dei suoi ascari, impegnava un’audace e cruenta lotta riuscendo a rintuzzare l’aggressività dei ribelli, di cui catturava armi e munizioni e  a portare a compimento la sua missione».

Medaglia d’argento, medaglia di bronzo, presto si guadagnerà anche la medaglia d’oro a riconoscimento dell’eccezionale contributo che darà alla resistenza italiana nell’Africa Orientale Italiana (AOI), progressivamente occupata dagli inglesi.

In preda a una grave attacco di malaria che lo immobilizza, de Martini non può evitare la cattura da parte dei britannici nel luglio del 1941.  Ricoverato all’ospedale di Dessié, non vi resterà a lungo! Appena in grado di tenersi in piedi, non gli sarà difficile, con la sua expertise linguistica e la sua conoscenza della mentalità etiope, conquistare qualche complicità ed evadere dopo pochi giorni di degenza. Ma si ritroverà del tutto isolato, senza risorse e attivamente ricercato dagli inglesi. Non gli resta allora altra alternativa che darsi alla macchia, trasformarsi in guerrigliero e continuare in segreto le sue azioni di disturbo.

Venuto a sapere, tramite le sua vasta rete di informatori, dell’esistenza di un immenso deposito inglese di armi e munizioni  situato a Daga, nei pressi di Massaua, si mette in mente che lo deve assolutamente distruggere. Nel deposito ci sono rifornimenti per almeno un anno!

 E riuscirà nella stupefacente impresa. Ma ciò che è ancora più stupefacente, è che agirà da solo, sfruttando  il suo abbigliamento da irregolare  – abbigliamento che tanto aveva colpito il giornalista Brocchieri! – e la sua abilità nel mimetizzarsi.  Distruggerà completamente il deposito con una semplice tanica di benzina piazzata in un posto particolarmente “strategico”. Il deposito salterà in aria, provocando danni incommensurabili e bruciando per giorni e giorni. Un colpo al cuore inflitto alle truppe inglesi, che intensificheranno la caccia a quello strano, pericoloso e inafferrabile ufficiale italiano vestito da arabo.

Medaglia d’oro più che meritata. Dice la motivazione : «Braccato dal nemico occupante, venuto a conoscenza di un  deposito di materiali, di grande interesse ai fini operativi dell’avversario, nonostante la stretta sorveglianza riusciva a incendiarlo, per sua iniziativa e da solo, con gravissimo rischio ed estrema abilità.Subito dopo prendeva il mare su mezzo di scarsa efficienza e lottando contro l’infido equipaggio e la furia degli elementi raggiungeva la costa araba , dove riusciva a ristabilire i contatti con la patria lontana.»

Non potendo rimanere più in Eritrea, dove la polizia militare britannica non gli dà tregua, de Martini si imbarca fortunosamente  su un motoscafo che lo porta a Gedda (o, secondo alcuni autori, nello Yemen). Sta di fatto che dalla costa araba avvia un’intesa attività di intelligence, anche a seguito della nomina a “capo centro” del servizio segreto italiano per tutta l’AOI.  A bordo di apparentemente innocenti imbarcazioni da pesca (i sambuchi)  e con equipaggi formati da eritrei rimasti fedeli all’Italia, organizza un sistema di osservazione di navi e convogli militari nemici che attraversano il Mar Rosso. Tutte le informazioni così raccolte vengono trasmesse via radio al SIM e a Supermarina a Roma. I suoi uomini, in segno di rispetto, lo chiamano ‘Abba Bahr ‘(Padre del Mare).

Efficacissimo agente di Intelligence, de Martini non rinuncia però alla sua vocazione di uomo d’azione. Continua infatti ad effettuare operazioni di sabotaggio a installazioni britanniche sulla costa eritrea. Al rientro di una queste azioni, il suo piccolo sambuco, di nome ‘Zam Zam’, necessita di urgenti riparazioni. Deve quindi fare un forzata sosta a Melma, un’isoletta posta lungo la  costa araba. Qui viene sorpreso dall’ incrociatore ausiliario britannico ‘Arpha’ ed è di nuovo catturato dagli inglesi e trasferito in un campo di prigionieri nel Sudan, dove rimarrà fino alla conclusione della guerra.

Arriva nel frattempo un’ulteriore promozione al tenente de Martini per i suoi meriti acquisiti sul campo: si guadagna le stellette di capitano. E arriva anche un ulteriore riconoscimento: riceve la croce di Cavaliere nell’Ordine Militare d’Italia per gli eminenti servizi resi quale capo del centro informativo in territorio occupato.

Non c’è militare italiano che abbia accumulato tante promozioni e tanti riconoscimenti in così pochi anni!

Nel dopoguerra viene assegnato all’Ufficio I (servizio segreto) dello Stato Maggiore dell’Esercito, per passare poi, come molti agenti del disciolto SIM, al neo costituito SIFAR. Nella nuova veste svolge anche significative missioni a carattere politico-diplomatico, mettendo a frutto la sua eccezionale conoscenza del mondo mediorientale. Avvia, ad esempio, negoziati con l’Ambasciatore etiopico a Washington, di passaggio a Napoli, per la ripresa delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica italiana e l’Impero etiope. Chi in effetti meglio di lui avrebbe potuto farlo, essendo stato il Capo della guardia imperiale dello stesso Negus Hailé Selassiè?

Inevitabile quindi arriva per lui la nomina a Capo Stazione per tutto il Medio Oriente, dove opera in stretta collaborazione con la NATO e fornisce costantemente alle autorità italiane informazioni utilissime sugli avvenimenti che si sarebbero svolti nella regione.

Lascia il servizio militare con il grado di generale di brigata, dopo aver seguito un eccezionale cursus honorum, passando da soldato semplice a ufficiale superiore e guadagnandosi tre medaglie al valore e la croce dell’Ordine Militare d’Italia. Muore a Grottaferrata il 26 novembre 1981 e viene opportunamente sepolto nel sacrario militare del Verano (Roma), nella sezione dedicata agli eroi d’Italia.  Sì, perché de Martini è stato senza dubbio un eroe.

In un epoca in cui si preferisce il virtuale al reale, l’apparenza al contenuto, l’annuncio al fatto, l’egoismo alla solidarietà, in una fase storica in cui si crede di poter fare a meno di ideali, principi e regole,  in tempi in cui si privilegiano le fughe in avanti per non confrontarsi con la dura realtà e domina un conformismo teso al perseguimento di uno sfrenato edonismo personale, è consolante pensare a uomini come de Martini. Uomini  animati da Coraggio, Ardimento, disponibilità al Sacrificio, senso del Dovere, Discrezione, Onore, Dignità, perseguimento di Interessi Generali. Tutte parole quasi del tutto scomparse dal vocabolario della nostra società contemporanea.

Fa bene, insomma, allo spirito ricordare personaggi come Francesco de Martini, Abba Bahr, il Lawrence d’Arabia italiano!

 

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