giovedì, Ottobre 28

Francesco, che ‘aspetta’

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Cosa aggiungere all’autentico diluvio di parole sul e nel quarto anno di regno di Francesco, che giusto il 13 marzo 2013, appunto quattro anni fa, diventava da Jorge Mario Bergoglio che era, ed è, anche il Sommo Pontefice della Chiesa Cattolica? Tanto per cominciare che queste due parole, ‘regno’ e ‘Sommo Pontefice’, hanno assunto con lui e da allora un significato diverso, pur non perdendo il proprio specifico. E continuando, lui, ad essere pienamente Jorge Mario Bergoglio, pur pienamente diventando Francesco.

Altre parole sono quelle, di qualche tempo fa, del giovane sacerdote argentino José María Di Paola (ormai non più tanto giovane), noto anche come ‘padre Pepe’, che riscopriamo da ‘Avvenire’. È il parroco della baraccopoli de La Carcova, Buenos Aires, forse la più inagevole e pericolosa delle villas miserias del Paese sudamericano. «In un mio momento di difficoltà sulla stessa scelta sacerdotale mi disse semplicemente ‘Quando vuoi vieni a trovarmi’. M’ispirava molta confidenza, iniziai così ad andare da lui una volta al mese. Ricordo che uscivo dal lavoro e da dove mi trovavo impiegavo almeno due, tre ore per arrivare in serata alla Cattedrale. Lui mi aspettava sempre, sapevo che mi aspettava. Veniva lui ad aprirmi la porta. E mi accompagnò in quel momento di crisi come un padre, con grande finezza d’animo. Non mi diceva cosa dovevo o non dovevo fare. Ascoltava, s’interessava, diceva con chiarezza quello che pensava. Ma sempre nella libertà. Mi accompagnava in un cammino nel quale, in piena libertà, ho potuto riconoscere la mia vocazione». Accoglienza. Libertà. In una parola, a Bergoglio-Francesco sommamente cara, ‘misericordia’. Ed è il criterio di distinzione tra quanti Francesco sanno personalmente ‘comprendere’, in tutti i sensi e con tutti i sensi, e chi non ci riesce. E neppure ci prova. Criterio semplice ed ultimativo cui quelle parole ci riconducono. Ed è moltissimo.

Intanto ai tanti impazienti, su tutte le sponde, si consiglia pazienza. In primo luogo agli esagitati detrattori che praticano costantemente lo sport di deformarne le parole per poi criticare quel che non ha detto, o quel che ha detto comunque in piena continuità con i suoi predecessori e l’intera dottrina cattolica, e che riempiono di bile la propria frustrazione. E un po’ anche agli insoddisfatti estimatori che lamentano la lentezza del suo procedere, richiedendo atti di imperio ed ‘epurazioni’ che Bergoglio-Francesco non farà mai, in piena continuità con i suoi predecessori e l’intera dottrina cattolica, e che non sanno vedere la sapienza, pastorale e ‘strategica’, del suo operato e del suo operare. In fondo Bergoglio-Francesco è ‘solo’ un cristiano che prova a fare il cristiano. Prendendo sul serio quel ‘caso serio’ che da duemila anni ci interroga. E di cui, allargandone il significato, parlava così definendolo Hans Urs von Balthasar. Quell’’ernstfall’ (in tedesco) dagli anche ulteriori e molteplici significati che ciascuno può approfondire. Che non è poco e forse, comunque la si pensi, è moltissimo. E certamente tutto questo che scriviamo è poco rispetto alla quasi infinita quantità di parole, e ricordi, e sintesi, e analisi, e fatti che si potrebbero a proposito di questi millequattrocentosessantuno giorni di pontificato, e tutti quelli precedenti ed a venire, rievocare o prefigurare. Ma, per altri versi, forse è moltissimo. E’ la convinzione, ribadita e criterio ultimo, che il vero discrimine oggi è tra quanti Francesco sanno personalmente ‘comprendere’, in tutti i sensi e con tutti i sensi, e chi no. Che è certamente moltissimo.

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