domenica, Maggio 9

Francesco affonda le barchette dei tradizionalisti

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I tradizionalisti della Chiesa cattolica belano sempre più forte contro il Papa.
Sono violenti, versione intellettuale dei tagliatori di teste islamici, un poco più cattivi di quelli, spesso dei poveracci, manipolati da anime nere piuttosto risolute. Invece i tradizionalisti cattolici stanno bene, per questo vorrebbero lasciare le cose come stanno. Forse anche loro dovrebbero prendere per buona l’esortazione a lasciare il divano e scendere in strada e mettersi dalla parte giusta, rivolta dal Papa ai ragazzi di Cracovia.

Non sopportano l’idea che le cose cambino e tantomeno chi le vuole cambiare, come Francesco, che chiama i credenti a giocarsi la partita a mani nude, con le sole armi della fede, mentre i tradizionalisti amano pedagogiche tristi, come la soggezione, l’intimidazione, la paura della punizione, la sacralità delle gerarchie. Nel frattempo, però, parte del gregge si è emancipata, è andata a scuola, bisogna, dunque, affinare le vecchie strategie e trovarne di nuove.

I tradizionalisti usano la religione per coprire frustrazioni e vuoti personali. Come bambini, mossi dal bisogno di trovare sicurezza, solo che questi la cercano nella mamma mentre i tradizionalisti confidano nella puerile finzione di Chiesa-stoccafisso. Amano l’immobilità, fosse per loro farebbero a meno del calendario e pure dell’acqua minerale gassata. Rimpiangono l’Idrolitina dei vecchi tempi.

Politicamente, non potrebbe essere diversamente, guardano a destra, indietro, e nel quotidiano vivono di chiodi fissi, come gli ossessivi. Detestano anche il minimo cambiamento, se a uno di loro spostate di mezzo centimetro un pastore nel Presepio, è capace di farsi venire una crisi convulsiva. Una componente della società immatura, patetica e pericolosa, che spera in una catastrofe purificatrice affinché il mondo torni a sottomettersi a Dio, o meglio a quella caricatura cha alberga nelle loro menti. Del resto è stato uno dei loro rappresentanti a dire che i terremoti sono un messaggio di Dio all’umanità che degenera.

Il tradizionalismo è il pensiero che non vuole crescere, il rifiuto della realtà, la regressione come rifugio, il primogenito che smette di mangiare perché è nato il fratellino. Alla versione cattolica di tale patologia non sono simpatici i migranti, i gay, i divorziati, i musulmani. È la malattia più grave delle religioni, dalla quale discendono tutte le violenze. Una conseguenza logica, giacché il mondo non può smettere di cambiare, e dunque chi vuole frenare i mutamenti non può che incattivirsi, sfinito e indispettito dalla propria impotenza.

A questi bambini timorosi e pieni di capricci non potrà mai piacere Francesco, il loro nemico del cuore, il padre che ricorda che pure l’adolescenza è finita ed è ora di affrontare il mondo. Per questo non vedono l’ora che tolga il disturbo, così potranno riprendere da dove erano stati costretti a lasciare, ossia da quando l’ultimo Conclave costrinse il Cardinale Angelo Scola a rivendere su due piedi tutto il guardaroba da Papa, ordinato con troppo anticipo. L’arcivescovo di Milano, malgrado le belle interviste di Aldo Cazzullo, non era riuscito nell’impresa e per i tradizionalisti furono «pianti e stridore di denti».

La sera in cui il Conclave avrebbe emesso il suo verdetto, ero in studio a lavorare. Si aspettava da un momento all’altro la fumata bianca e il mio paziente, che pure era ateo, si dichiarava turbato dalla prospettiva di un Papa ciellino. La seduta era finita senza notizie da Roma, ma quando non erano passati nemmeno cinque minuti mi era giunto un messaggino euforico del mio interlocutore, che conservo gelosamente su un vecchio telefono: «Bergoglio, argentino, col nome di Francesco. Affanculo Scola». Non un testo da Accademia della Crusca, ma piuttosto efficace.

Erano già pronti, i tradizionalisti, a infierire sui divorziati e sugli omosessuali, tirando fuori dagli armadi le loro valigette sadomaso-spirituale, giusto per appesantire il giogo degli obblighi e delle penitenze, come se un matrimonio che si rompe non fosse già una penitenza per la vita intera o come se essere omosessuali in un contesto omofobo e ignorante fosse una bella passeggiata.

Un sacerdote conservatore, passato brevemente dal mio studio, raccontava che da piccolo amava ‘celebrare’ con l’altarino che si era costruito in cameretta. Usava un pentolino come turibolo per l’incenso. Veniva a trovarsi con un clergyman molto elegante e sempre stirato di fresco, parlava forbito e distava dalla realtà, cioè dal cuore delle persone, quanto la Terra dalla nebulosa Testa di Cavallo.

La Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, è andata di traverso ai nemici di Francesco, cioè dell’uomo, sebbene giocassero in casa, nella cattolicissima Polonia, che li scavalca a destra manifestando un imbarazzante risentimento verso gli stranieri, pure ospitandone quantità omeopatiche. Il monito dei campi di sterminio, numerosi in Polonia, è passato come acqua fresca, il Vangelo pure, forse per questo ad Auschwitz Francesco è stato zitto, unendosi al silenzio di Dio.

I cattolici ostili ai migranti sono entrati nell’edificio sbagliato, perché le parole di Gesù sono assai precise a proposito dei forestieri.
L’elezione di Bergoglio sembra quasi frutto di una regia occulta. Bisognerebbe chiedersi cosa ne sarebbe del mondo in questo momento di impazzimento collettivo se Francesco non avesse fatto da contrappeso agli aguzzini di ogni specie, che sembrano essersi destati tutti insieme, manco avessero puntato la sveglia. Cosa ne sarebbe, senza questo Papa che va a Lampedusa e nelle Favelas a iscriversi sul proprio stato di famiglia tutti i disperati della Terra. Un successore di Pietro che i tradizionalisti vedono come fumo negli occhi e battono i piedi perché ‘desacralizza’, ossia affonda tutte le loro barchette, rompe le macchinine e sequestra le scatole dei Lego, ricordando a ognuno di essi che è tempo di togliere i paramenti da bamboline di Norimberga e indossare la tuta da lavoro.

Francesco è un grande cane da guardia delle ‘premesse’ del Cristianesimo, delle vere regole del gioco. Eppure, malgrado i suoi sforzi, i tradizionalisti rifiutano di prendere atto della più elementare ragione dell’esistenza della Chiesa, ossia che c’è un Dio e che siamo tutti suoi figli, dunque fratelli.
Proprio questa e la loro sconfitta, il loro irrimediabile fallimento.

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