mercoledì, Aprile 21

France-Afrique: l'impubblicabile rapporto Baumel

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Il Presidente François Hollande lo scorso gennaio aveva affidato ad un pool di esperti del Partito Socialista il compito di fare un accurato bilancio sulle attività della Cellula Africana dell’Eliseo, meglio conosciuta come France-Afrique, al fine di valutare l’impatto della politica estera francese sul Continente Africano. Uno studio necessario in quanto da sempre le colonie africane rappresentano la sopravvivenza della potenza europea.

Durante la Seconda Guerra Mondiale il Governo in esilio del Generale Charles De Gaulle riuscì ad partecipare alla liberazione della Francia solo grazie alle truppe indigene arruolate nelle colonie africane. Dal dopo guerra in poi le colonie africane hanno rappresentato una vitale e semi gratuita fonte di approvvigionamento di materie prime per l’industria francese. A titolo di esempio l’uranio estratto dal Niger assicura il 72% del fabbisogno energetico della Francia.
Durante il delicato passaggio all’indipendenza la Francia è riuscita ad evitare l’effetto a catena che avrebbe potuto provocare l’Algeria, gestendo un periodo di transizione nelle ex colonie africane dove le nuove ‘democrazie’ furono gestite da dittatori le cui sorti e fortune personale erano strettamente legate quelle della madrepatria, e quindi disponibili a svendere le risorse naturali dei propri paesi, sacrificando le proprie popolazioni e la possibilità di sviluppo dei propri Paesi. Il sistema monetario FCFA, creato nel 1945, è una vera e propria trappola finanziaria che permette alla Banca Centrale francese di avere a disposizione ingenti somme di valuta pregiatacustoditeper conto dei Paesi africani dell’area FCFA. Sintetizzando, la Francia non esisterebbe come potenza economica e sarebbe ridotta peggio della Grecia se non avesse ancora il controllo coloniale dei Paesi africani di area francofona. Un controllo storicamente esercitato a suon di colpi di Stato, massacri, genocidi e guerre civili. L’attivismo francese da questo punto di vista è un fatto di questi giorni.

Dinnanzi alle difficoltà interne, sia politiche che economiche, il rapporto Francia-Africa diventa ai giorni nostri ancora più strategico rispetto agli anni Sessanta e Settanta, quando l’industria francese era al suo apice. Da qui nasce l’esigenza per la classe politica ed imprenditoriale francese di comprendere nei dettagli la situazione attuale di questi difficili rapporti e i futuri sviluppi.
La Commissione Baumel, guidata dal deputato socialista Philippe Baumel, si è messa al lavoro con estrema professionalità analizzando ogni aspetto delle relazioni Francia-Africa riuscendo a produrre un rapporto realistico ed indipendente che, purtroppo, risulta impubblicabile.  Lo stesso Presidente Hollande ha ordinato una ‘revisione‘ del rapporto con il chiaro intento di renderlo ‘digeribile‘ all’opinione pubblica.

Philippe Duval, membro della Redazione del quotidiano ‘Le Parisien’ e autore di due inchieste sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi dalla Francia nella Costa d’Avorio dal 2002 ai nostri giorni, è stato l’unico giornalista francese che è riuscito ad avere una copia del rapporto originale, nella versione non ancora modificata, cioè censurata, e in tale versione ‘emendata’ pubblicata nel maggio scorso.
La Commissione Baumel nelle 132 pagine del rapporto descrive una situazione desolante arrivando alla conclusione che i rapporti con le colonie africane sono sul punto del collasso. «Si evidenzia la priorità di rivedere l’insieme della politica estera sul Continente Africano in quanto le operazioni militari hanno completamente sostituito una politica di sviluppo lungimirante e proficua», raccomanda la Commissione evidenziando l’incapacità del Governo Hollande in materia di politica estera che viene attuata sulla scia degli avvenimenti senza studiare attentamente le conseguenze.

Una politica estera dettata da continui interventi militari coloniali e dalla difesa degli interessi dell’industria bellica nazionale che sta rendendo la Francia uno dei Paesi più odiati in Africa e Medio Oriente. La vendita dei caccia Rafales alle monarchie arabe hanno alimentato i risentimenti delle popolazioni arabe, consce del ruolo delle monarchie nell’alimentare il terrorismo internazionale (da Al-Qaeda a ISILDAESH) di cui le popolazioni arabe musulmane sono le principali vittime. La contemporanea vendita di caccia Rafales all’Egitto ha alimentato  i sospetti e le diffidenze delle potenze africane legate alle risorse idriche del Nilo: Etiopia, Kenya, Uganda. La vendita di 10 Rafales all’Egitto (tre già consegnati) è stata interpretata dalle potenze dell’Africa Orientale come un inopportuno e pericoloso sostegno al progetto di rafforzamento militare attuato dal regime del Generale al-Sisi.
Un rafforzamento militare non certamente teso a controllare il pericolo terroristico nel Sinai, ma ad aumentare la capacità bellica in previsione di una futura guerra per le acque del Nilo. Dal 2007 i Paesi africani hanno messo in discussione il trattato coloniale che offriva ad Egitto e Sudan una posizione di privilegio quasi assoluto nello sfruttamento delle acque del Nilo. Tra il 2007 e il 2009 si è sfiorata a più riprese una guerra continentale. Solo la Primavera Araba, la caduta del Governo di Hosni Mubarak e il periodo di caos sociale che lo ha seguito, presente tuttora, hanno impedito un confronto tra Egitto-Sudan e le potenze dell’Africa Orientale. L’estrema precarietà in cui si trova attualmente il Governo egiziano ha costretto lo scorso marzo il Generale al-Sisi ad accettare accordi sulla spartizione delle acque del Nilo totalmente a sfavore del suo Paese. Ha inoltre perso il suo alleato strategico: il Sudan che ha preferito adottare una posizione assai vicina a quella dei Paesi africani.
La diga della Grande Rinascita in Etiopia è ormai un dato di fatto e contribuirà per il 22% in meno al volume idrico del Nilo che giungerà in Egitto. Le altre dighe minori in fase di progettazione in Uganda aumenteranno il gap idrico creando seri problemi ad un Paese la cui civiltà e sopravvivenza è storicamente legata al ‘fiume sacro‘.
Risulta evidente che la situazione attuale non può essere accettata a lungo dal Governo egiziano. Al momento intento a consolidare il potere e la stabilità interna, il Generale al Sisi si sta preparando per un eventuale confronto militare con i Paesi africani.
L’alleanza tra il regime militare egiziano e l’industria bellica francese sta spingendo le potenze africane a raddoppiare le spese militari, innescando una pericolosa cosa agli armamenti.

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