mercoledì, Luglio 28

Frammento con Musa rientra in Italia field_506ffb1d3dbe2

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Palazzo Canova

Il frammento di sarcofago romano di età imperiale con una figura di Musa, asportato nel 1986 dalla facciata di Palazzo Canova in via delle Colonnette a Roma, torna finalmente in Italia, dopo essere stato ritrovato in Svizzera e consegnato dal Centro di Cooperazione di Polizia Doganale di Chiasso alla famiglia Giuliani Vitale, attuale proprietaria del palazzo.

L’edificio, già sede dello studio del noto scultore veneto, sorge nell’antica via detta di S. Giacomo, davanti all’omonimo ospedale, oggi conosciuta come via delle Colonnette. I reperti collocati sulla facciata del palazzo sono indice dell’interesse personale di Canova per l’inedito e il bozzettistico, interesse che egli poté affinare ed appagare quando era Ispettore generale alle Antichità di Roma, carica da lui ricoperta per volontà di Pio VII dal 1802 fino alla morte. Egli forse entrò nella disponibilità di alcuni pezzi a causa di tale carica, altri li ebbe in dono quando fu chiamato a stimare sculture antiche e non, o a provvedere al loro allestimento più adeguato. Tranne alcuni rari frammenti documentati già da disegni del Cinquecento, del Seicento e del Settecento, tutti, siano essi marmi che terrecotte, sembrano provenire da attività di scavo, ma non sono collegabili ad un intervento preciso e individuabile nel tempo. I marmi della facciata del palazzo Canova sono frammenti architettonici, rilievi, sarcofagi, steli funerarie e si presentano omogenei per qualità. Poche risultano le sculture a tutto tondo. Essi erano funzionali alla lettura filologica del passato e utilizzabili dinamicamente nell’architettura contemporanea. La ricerca del pezzo umile o di arte minore, spesso negletto nelle raccolte dei ricchi collezionisti più antichi, si inserisce nel gusto antiquario di ambiente inglese che circondava Canova e aveva visto nel pittore Gavin Hamilton un appassionato interlocutore. Alcuni pezzi provenivano dallo studio dello scultore Vincenzo Pacetti, alla cui stima effettuata da altri artisti del tempo Canova giustappose una nota autografa.

Alla morte di Canova nel 1822, il fratellastro, l’abate Giovanni Battista Sartori Canova, ne ereditò tutti i beni che ammontavano complessivamente a 100 mila zecchini. Tra essi, anche l’atelier con le opere scultoree già avviate dall’artista, che furono terminate dalla bottega sotto la direzione di un suo allievo, Cincinnato Baruzzi, che ricevette dall’abate l’incarico di completare le commissioni rimaste in sospeso e sovraintendere alla sistemazione delle altre opere ivi conservate. Baruzzi si dedicò anche alla vendita della collezione di antichità dello scultore, da lui molto curata e conservata così gelosamente che non se ne ha menzione nemmeno nei Diari. La sua esistenza è ormai nota da fascicoli conservati nell’Archivio di Stato di Roma, che testimonia la consistenza della raccolta e la vendita di alcuni pezzi ai Musei Vaticani. In meno di 4 anni «gli eredi Canova vendettero come potevano» anche lo studio e la casa dove l’artista abitò.

Nel 1826 Sartori Canova cedette lo studio al Baruzzi, che lo tenne in gran conto e permise ai visitatori e viaggiatori di vederlo, concedendone l’uso a una società che vi organizzava anche esposizioni d’arte.

Una stampa tratta da L’Album, Giornale Letterario e di Belle Arti del 1836, mostra la veduta dell’esterno del palazzo e i marmi murati alle pareti per volontà di Canova non prima del 1806, quando l’atelier assunse la sua forma definitiva. Qualche altro pezzo fu forse aggiunto dopo la morte dell’artista. In seguito lo studio entrò in possesso del professore padovano Rinaldo Rinaldi, poi dello scultore Filippo Gnaccarini, dello scultore tedesco Constantin Dausch dal 1873 e nei primi anni del Novecento ospitò un circolo russo. Oggi è proprietà privata della famiglia Giuliani Vitale e sottoposto a vincolo da parte dello Stato.

Il frammento di sarcofago con Musa riportato oggi in Italia era all’estrema sinistra della facciata. Esso, in marmo bianco a grana fine e ricomposto da due pezzi, raffigurava la Musa Calliope, scolpita sul fondo di un velario che si raccoglie in alto con pieghe profonde, e avvolta tutta nel mantello, con il braccio destro piegato sul petto e l’altro sceso sul fianco a raccogliere la veste. L’acconciatura è ad onde ricadenti sulla fronte che risalgono sulla sommità del capo, disponendosi in bande sovrapposte, secondo il modello in voga presso le imperatrici di età antoniniana. Sulla base dello stile e della pettinatura, si data nell’ultimo quarto del II d.C. Il frammento faceva parte di quelli con la serie delle nove muse in fila, iconograficamente spesso accompagnate o condotte da Apollo.

Una volta trafugato dalla fronte del palazzo, il frammento con Musa fu acquistato da un gallerista della città di Ascona sul Lago Maggiore e rivenduto ad una collezionista della Svizzera Romanda durante l’annuale fiera delle antichità che si tiene a Basilea. Alla sua morte la proprietaria lo aveva lasciato in eredità, insieme ad altre opere, all’associazione ginevrina Hellas & Roma, che prima di accettare il lascito ha fatto un controllo sui pezzi. Dalla ricerca scientifica condotta da un esperto, il frammento in questione è stato identificato in base ad una pubblicazione tedesca del 1966 e ad un catalogo del 2010 in cui si citavano i 13 esemplari trafugati a più riprese da Palazzo Canova e ancora da recuperare. La Hellas & Roma è risalita fino all’antiquario di Ascona che, non ricordando come era entrato in possesso del reperto e non avendo opportuna documentazione a riguardo, lo ha riconsegnato alle autorità del Centro di Cooperazione di Polizia Doganale di Chiasso che hanno fatto le opportune verifiche.

Abbiamo intervistato in merito alla questione la dottoressa Daniela Candilio, funzionario direttore archeologo della Soprintendenza Speciale dei Beni Archeologici di Roma, che si occupa del Servizio tutela dei beni mobili in collezioni demaniali al di fuori dei musei e nelle raccolte private di Roma.

 

Mi può spiegare la vicenda del frammento del sarcofago in maniera più chiara?

Io ho ricevuto la notizia della restituzione del reperto dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo: tutto è passato attraverso il Comando Carabinieri di Tutela Patrimonio Culturale di Monza. Sono stati loro che hanno avuto la notizia e si sono recati in missione a Chiasso, in Svizzera, per il rimpatrio del frammento di sarcofago di età imperiale romana raffigurante una Musa, già murato sulla facciata dello studio dello scultore Antonio Canova a Roma e poi trafugato. Il reperto, segnalato dalla Polizia del Canton Ticino, veniva identificato con l’ausilio della banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti dei Carabinieri. Avendo fatto la segnalazione del furto a suo tempo, i Carabinieri avevano naturalmente tutti i dati e la fotografia nel loro database, e quindi soprattutto attraverso quest’ultima (che era inequivocabile) sono riusciti a fare il riconoscimento del pezzo. La nota dei carabinieri di Monza riporta: «Ne veniva conseguentemente disposta la restituzione allo Stato Italiano in conformità alle disposizioni dell’accordo tra il Consiglio federale svizzero e la Repubblica Italiana sull’importazione e i rimpatri di beni culturali». Sono andati alla cerimonia di restituzione il capitano Francesco Provenza, comandante del nucleo Carabinieri di Monza e il maresciallo Raffaele Adorante del medesimo nucleo e poi i proprietari del palazzo che sono i signori Giuliani di Viterbo. Il pezzo è stato rimpatriato e per il momento è nelle mani dei proprietari; essi provvederanno a rimetterlo in opera sulla facciata nel mese di gennaio.

Quindi intendete mettere il pezzo direttamente dove era sulla facciata?

Sì sulla facciata, oppure mettere un calco. Questo ancora dobbiamo deciderlo con i proprietari. Dovremmo farlo, però, anche con le dovute cautele perché lo studio Canova, purtroppo, è da molti anni oggetto di furti. Dobbiamo vedere come fare per evitare che si ripetano questi episodi.

Il pezzo era posizionato a sinistra del togato d’angolo sulla facciata. Verrà poi rimesso in quella posizione?

Ovviamente sì, nella stessa posizione.

Dal 1986 molti pezzi sono stati trafugati dalla facciata?

Sì, a partire dalla fine degli anni ’80 e poi ancora negli anni ’90. Il fatto, poi, di aver messo delle telecamere, in accordo con il Comune di Roma, ha effettivamente azzerato questo continuo ripetersi di furti sullo studio Canova. È un prospetto all’esterno, a rischio perché può essere nuovamente sottoposto a danneggiamento. Bisogna anche collaborare con i privati cittadini, perché cosa molto utile per evitare questi episodi.

I muri venivano ritrovati praticamente privi di pezzi?

Sì, purtroppo ci sono stati molti furti. Alcuni sono avvenuti anche nel 1995-96 e nel ’97, poi abbiamo potuto mettere le telecamere e quindi questi episodi si sono esauriti, grazie al monitoraggio del Comune di Roma.

Come funziona il vincolo statale sui palazzi privati come questo?

La Soprintendenza competente notifica l’eccezionale importanza e rilevanza dell’edificio ai proprietari, cioè ai privati, con un decreto emesso da parte del Ministero. In questo caso i privati risiedono a Viterbo. La notifica viene effettuata se i proprietari risiedono a Roma tramite i messi comunali della città, oppure nel caso risiedano in altri comuni, come qui, con una raccomandata con ricevuta di ritorno.

Ci può fare altri esempi di restituzioni importanti all’Italia negli ultimi anni?

Allo studio Canova è stato restituito anche un altro pezzo qualche anno fa. Diciamo che è molto importante poter avere una documentazione comunque chiara, incontrovertibile e soprattutto fotografica buona e di buon livello, in modo l’identificazione del pezzo sia certa. La restituzione avviene sempre con paesi europei, oppure anche con gli Stati Uniti d’America grazie ad accordi particolari e bilaterali che regolano la prassi da adottare. Una restituzione importante recente è quella alla Soprintendenza del Lazio di una statua femminile proveniente dagli Stati Uniti d’America e rinvenuta in scavi nel territorio laziale. Su questi scambi culturali e restituzioni di pezzi archeologici tra Stati Uniti e Italia ha scritto un libro anche Letizia La Follette, una mia collega americana.

Che collegamenti ci sono fra collezionismo e mercato illegale di antichità?

I collezionisti sono tenuti a fare la segnalazione alla Soprintendenza ogni volta che acquistano dei pezzi. Ultimamente c’è comunque la tendenza ad immettere i materiali il più possibile sul mercato antiquario anche per la crisi economica che ci sta affliggendo. Diciamo che il lavoro di controllo è diventato, per chi lavora nella Soprintendenza di Stato sempre più gravoso, perché questa tendenza in questi ultimi tempi è cresciuta e certo non sempre c’è correttezza nel rispetto della legge. Bisogna, quindi, essere molto attenti perché in molti cercano di far uscire il reperto dall’Ufficio Esportazione con una licenza anche quando non dovrebbero. La crisi economica ha acuito questi problemi, perché le persone hanno bisogno di soldi. Ciò è una conseguenza logica di questo momento. C’è un valore economico non quantificabile dei pezzi esportati illecitamente, ma ciò rappresenta anche una perdita di valore non soltanto culturale, bensì monetario.

Il pezzo del sarcofago fu rubato quasi trent’anni fa a Roma: pensa che il frammento avrebbe potuto rientrare in Italia anche prima, facendo le dovute ricerche?

Io penso che tutti quelli che sono implicati nelle ricerche, come i Carabinieri del Nucleo Tutela, abbiano fatto tutto il possibile. Non credo che ci potesse essere la possibilità di farlo rientrare prima, per quanto ne so io. Sicuramente ci sono dei tempi tecnici per il completamento della pratica.

 

Abbiamo anche intervistato la professoressa Frederike van der Wielen, archeologa e segretario dell’Associazione Hellas & Roma di Ginevra.

 

Come era arrivato il rilievo all’associazione Hellas & Roma?

La proprietaria svizzera, oggi deceduta, ha offerto all’Associazione questo frammento con una parte della sua collezione. Hellas & Roma, non dubitando di nulla, l’ha accettato. La proprietaria l’aveva acquistato sul mercato antiquario ufficiale [regolarmente esistente in Svizzera, ma vietato per legge in Italia], lei stessa come l’antiquario venditore non sospettavano niente. Questa collezione è stata resa nota in una serie di pubblicazioni dell’Associazione stessa.

Di che cosa si occupa esattamente l’Associazione?

L’ho già detto: si occupa di pubblicazioni scientifiche e di donazioni.

Come avete scoperto che il pezzo era stato trafugato illecitamente dall’Italia?

Grazie ad un articolo comparso in una pubblicazione scientifica, il comitato dell’associazione ha scoperto per caso l’origine dell’oggetto. Per quanto ne sappiamo, il reperto non è stato mai segnalato come mancante dalle autorità italiane competenti. È sotto questo aspetto, dunque, un’iniziativa tutta dell’Associazione di cui possiamo essere fieri, mi sembra.

È consueta la pratica della donazione o del lascito per eredità nella vostra Associazione?

Sì e posso aggiungere che l’Associazione riceve donazioni ed eredità che vengono date in deposito al Museo d’arte e di storia di Ginevra.

Hellas & Roma ha restituito il reperto all’antiquario di Ascona che lo ha a sua volta ridato allo Stato italiano: come mai? Perché non lo avete ridato voi direttamente all’Italia? Come si sono svolte le pratiche di passaggio prima e dopo?

Tutte le persone implicate agirono in buona fede. Il comitato decise logicamente di ridare l’oggetto a chi ne aveva diritto sul suolo svizzero, ed ha agito come credeva meglio. Io ignoro le pratiche di passaggio prima e dopo e quelle fatte con la polizia italiana.

Il pezzo del sarcofago fu rubato quasi trent’anni fa a Roma: pensa che il frammento avrebbe potuto rientrare in Italia anche prima, facendo le dovute ricerche?

Bisognava verificare prima se l’oggetto figurava negli elenchi ufficiali degli oggetti mancanti o trafugati.

Che collegamenti ci sono fra il collezionismo e il mercato delle antichità?

Ciascun Paese ha una legislazione propria che regola il commercio di antichità. Per quanto riguarda l’Associazione, gli oggetti donati o ereditati sono quelli che sono già stati acquistati sul mercato ufficiale, che osserva la legislazione svizzera.

Ci può fare altri esempi di restituzioni importanti all’Italia negli ultimi anni?

Gli esempi non mancano. C’è fra gli altri il progetto relativo a Francavilla Marittima che ha avuto come risultato il ritorno (come dono) di frammenti archeologici (bronzi, ceramiche, terrecotte figurate, metalli, vetri ecc.), la cui provenienza dal sito calabrese (in provincia di Cosenza) [dove è stato rinvenuto un importante santuario indigeno di età arcaica, una necropoli  e un abitato, purtroppo molto frequentato dagli scavatori clandestini] era stata stabilita con certezza ed è ora ricordato anche come esempio di cooperazione culturale e scientifica tra archeologi di differenti paesi in Europa.

 

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