mercoledì, Aprile 21

Fra ‘white supremacism’ ed equilibri politici La questione razziale negli Stati Uniti di Donald Trump

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Il ritorno sulla scena della ‘questione razziale’ è uno dei temi principali che attraversano oggi la politica statunitense. Il successo elettorale di Donald Trump e la crescente forza dei movimenti ‘alt-right’ hanno contribuito a dare a questo problema una visibilità che le violenze di Charlottesville e il successivo dibattito sulla memoria della guerra civile non hanno fatto che alimentare. Non sono, tuttavia, solo questi dati contingenti a spiegare l’odierna importanza della questione razziale. Nel dibattito sul ruolo dei movimenti del ‘white power’ dinamiche storiche si legano, infatti, alle evoluzioni di lungo periodo della demografia e della società USA e alle fratture che con sempre maggiore evidenza stanno attraversano i due partiti maggiori, contribuendo a tratteggiare uno scenario dai contorni incerti, che accentua il peso di realtà sinora marginali e che fa assumere loro un peso assai superiore alla loro consistenza effettiva.

Un problema di lungo periodo

 Quello dei ‘rapporti di razza’ (‘race relations’) è uno dei grandi problemi di lungo periodo nella storia politica degli Stati Uniti e solo in parte si lega alla gestione – altrettanto problematica – della ‘frontiera del colore’. La questione della schiavitù e delle tante contraddizioni che hanno accompagnato la sua abolizione (XIII emendamento, 1865), rappresentano tuttora tema di dibattito, anche alla luce della costante rilettura della storia nazionale portata avanti in ambito accademico. Ridurre la ‘questione razziale’ statunitense al ‘semplice’ rapporto bianchi/neri sarebbe, tuttavia, limitativo. Negli anni, per esempio, tale questione ha coinvolto in maniere e con impatti diversi non solo la popolazione afro-americana, asiatico-americana o di origine ispanica, ma un anche una quantità importante di popolazione ‘bianca’ originaria di varie parti dell’Europa. Essa si è associata, inoltre, a fenomeni di discriminazione su base religiosa, soprattutto nei riguardi di cattolici, ebrei e – in tempi più recenti – musulmani, complice, in quest’ultimo caso, l’‘onda lunga’ degli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001. Un capitolo a parte è infine rappresentato dalle politiche di sterminio e segregazione perseguite nei riguardi della popolazione nativa, la cui marginalizzazione politica e sociale si è perpetuata a lungo dopo la fine delle ‘guerre indiane’ (1540-1924) e il cui status sociale e identitario è ancora oggi oggetto di un vivace dibattito.

Lungi dal risolvere la ‘questione razziale’, gli emendamenti sull’emancipazione (XIII-XV, 1865-70) approvati negli anni della guerra civile e in quelli immediatamente successivi hanno aperto la lunga strada della segregazione legalizzata (la c.d. ‘Jim Crow legislation’), portata avanti dalle amministrazioni democratiche degli ex stati della Confederazione e in taluni casi (ad esempio in Florida) costituzionalizzata. Il principio ‘separati ma uguali’, fondamento della ‘Jim Crow legislation’ sarebbe stato scardinato dalla pronuncia della Corte Suprema nel caso ‘Brown v. Board of Education’ (1954) e, in seguito, dalle norme sui diritti civili e sull’‘azione affermativa’ (‘affirmative action’) degli anni Sessanta (Executive Order 10925, 1961; Civil Rights Act, 1964; Executive Order 11246, 1965). E’ parallelamente a questo processo che, in momenti diversi, emergono le realtà del suprematismo bianco, primo fra tutte il Klu Klux Klan (KKK), che negli anni che vanno dalla prima alla seconda guerra mondiale s’impone come il principale aggregatore del c.d. ‘nativismo’ nelle sue connotazioni razziste, xenofobe, antisemite e anticattoliche. E’ a queste realtà che ancora oggi si pensa con riferimento al movimento suprematista, anche se dopo la dissoluzione del c.d. ‘secondo Klan’, fra la metà degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, il movimento si polverizza in una galassia di gruppuscoli solo tenuemente collegati fra loro.

In questo periodo nascono e crescono, fra gli altri, la Chiesa cristiana di Gesù Cristo di Wesley Swift (Church of Jesus Christ-Christian, 1957; fra il 1946 e il 1957 nota come White Identity Church of Jesus Christ-Christian); il Posse Comitatus, prodotto della fusione dello Sheriff’s Posse di Henry Beach e della United States Christian Posse Association di William Gale; la Aryan Nations di Richard Butler, filiazione della ‘Chiesa’ di Swift e a sua volta madre di varie sigle della galassia suprematista; e la National Alliance di William Pierce (1974). La storia di questi e degli altri movimenti del ‘white supremacism’ è fatta di fusioni e scissioni che rendono spesso difficile seguirne il percorso politico; nel sostenere queste dinamiche, inoltre, le rivalità personali si accompagnano spesso alle divergenze ideologiche, aggiungendo complessità a complessità. Non è facile, quindi, individuare tratti comuni anche se tutti i movimenti – oltre all’enfasi sulla superiorità del ‘bianco ariano cristiano’ e all’inferiorità di quanti non rientrano, per uno o altra ragione, in tale categoria – tendono ad attribuire connotazione positiva, fra l’altro, al ricorso alla violenza come strumento legittimo per la ‘difesa’ dell’America e dei ‘valori americani’; al rapporto con la wilderness vista come elemento essenziale della specificità nazionale e al rigetto della politica e delle istituzioni ‘mainstream’, considerate invasive e corrotte quando non apertamente ‘anti-americane’.

I problemi attuali hanno, quindi, radici profonde. Nonostante le misure adottate in seguito alle lotte per i diritti civili e al progetto della ‘Great society’ johnsoniana, la ‘questione razziale’ non è stata mai davvero risolta. Semmai, le sue ricadute si sono approfondite a seguito dei processi di deindustrializzazione e delocalizzazione produttiva iniziati alla fine degli anni Settanta e ai loro effetti a livello economico e sociale. Il massiccio afflusso di manodopera ispanica ha complicato ulteriormente la situazione rendendo, nel 2003, i messicani la prima minoranza etnica degli Stati Uniti. La crisi economica del 2007-08, infine, ha concorso anch’essa ad alimentare il problema. Le difficoltà che l’amministrazione Obama ha incontrato nel risolvere questo problema e gli scarsi risultati ottenuti in termini di politiche perequative concorrono in buona misura a spiegare il successo inferiore alle attese di Hillary Clinton nei collegi in cui il voto delle minoranze ha tradizionalmente sostenuto il candidato democratico nella corsa alla presidenza. Leggere le odierne tensioni razziali in termini di ‘semplice’ opposizione fra repubblicani e democratici, se non come un prodotto diretto del successo elettorale di Donald Trump, rischia, quindi, di essere fuorviante, così come fuorviante rischia di essere una lettura del movimento ‘white power’ che lo veda come una realtà monolitica e come un bacino di consenso privilegiato del Partito repubblicano.

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